Silvia Pillin, Felice per la prima volta

Da quando sono nata l’unica cosa che desidero è morire. Quando per strada vedo un poliziotto, o un carabiniere, mi cadono sempre gli occhi sulla fondina. Poi il mio sguardo si fissa su quello del proprietario dell’arma e lo sostiene, e mentre guardo penso: “Dai, sparami, fammi un favore”. È così che ho conosciuto Iacopo. Qualcosa deve essere andato storto nella comunicazione telepatica: probabilmente invece di sparami ha capito scopami. Ci frequentiamo da qualche settimana.

Ho letto che ingurgitando detersivi particolarmente tossici è possibile morire soffocati dal proprio vomito. (Il Cillit Bang basterà? Ma quanto ce ne vuole?). Ho letto che per una persona che pesa 47 chilogrammi, come me, la corda per impiccarsi dev’essere più lunga di 244 cm. Non è chiaro se il nodo scorsoio è incluso o escluso dal conteggio. Una corda troppo più lunga causerebbe la decapitazione. In ogni caso una delle conseguenze dell’impiccagione, oltre alla morte, è l’estroflessione degli occhi e della lingua. Non è un bello spettacolo. Se mi impiccassi, per gentilezza, indosserei una felpa col cappuccio al contrario.

Non c’è niente che mi interessi, nulla che mi dia piacere. Ed è così da sempre.

Ora Iacopo dorme nel mio letto. Gli capita sempre dopo il sesso. È davvero sgradevole anche solo guardarlo, il respiro pesante, il ventre adiposo che si alza e si abbassa a ogni respiro, il petto peloso, la saliva che gli cola da un angolo della bocca, i capelli radi che tentano malamente di coprire la testa pelata, l’odore aspro di sudore che mi lascia addosso. Eppure è così facile fingere di amarlo, baciarlo e pensare che quelle labbra siano la canna della sua pistola, dirgli ti amo e rivolgere mentalmente quelle parole alla sua arma d’ordinanza.

A 12 anni ho urlato in faccia a mia madre: “Perché mi hai fatta nascere? Io non voglio vivere”. A 13 anni ho scritto il primo tema in cui pensavo al suicidio come a una liberazione. La prof di italiano ha subito chiamato mia mamma a colloquio. Ma non è servito a niente. Non è che se tua mamma parla con la prof di italiano ti viene voglia di vivere. A 14 anni mi sono graffiata il polso sulla rete metallica di recinzione. Quando qualcuno mi chiedeva cosa mi fossi fatta, dicevo che avevo provato a suicidarmi tagliandomi le vene.

Mia madre va pazza per Iacopo, a suo dire un ragazzo adorabile (ragazzo? Ha quarantacinque anni!), garbato, con i piedi per terra. Secondo me un vecchio noioso, prevedibile e appiccicoso, di quelli che ti regalano fiori e cioccolatini e bigliettini glitterati con scritto “ti amo cucciola” (cucciola? Io?), e ti mandano un messaggino di buongiorno sempre uguale tutte le mattine alla stessa ora. Mia madre dice che non mi vedeva così felice e innamorata da un sacco di tempo. Non penso che sospetti che tutto questo entusiasmo non è dovuto a lui.

Ogni volta che mi trovo in un posto alto, mentre tutti gli altri guardano in alto e lontano, io guardo giù e penso: “Se mi buttassi da qui, morirei?”. Conosco una che si è buttata dal terzo piano. Si è rotta le gambe e sfracellata i denti. Non è morta manco per niente. Prima era una ragazza bellissima. Ora ha il viso tutto storto.

La sensazione più bella che abbia mai provato è l’anestesia totale. Uno ingenuamente potrebbe pensare che sia come dormire. Ma è molto meglio. Durante l’anestesia totale non senti nulla. Non importa quanto dolore ti stiano infliggendo, dove o cosa stiano tagliando, incidendo, prelevando, cucendo. In anestesia totale non c’è nulla che possano farti che possa causarti dolore. Quello che vivo è il contrario dell’anestesia totale.
L’ultima volta che sono stata dal medico, per un’influenza un po’ troppo cattiva, mi ha guardato e mi ha detto: “Non sei un po’ troppo magra?” Dopo che abbiamo parlato un po’ ha aggiunto: “Non lo vuoi un antidepressivo?”. Quando sono stata dalla ginecologa mi ha chiesto: “Quanto pesa?” io ho risposto 47 e lei ha detto: “Qui ho scritto 55. Significa che da quando lei è mia paziente ha perso 8 chili. E non va bene per una della sua taglia”. Poi mi ha visitata, abbiamo parlato un po’ e oltre alla pillola anticoncezionale mi ha prescritto un antidepressivo, a base di erba di San Giovanni. “Ne prenda tre al giorno per le prime due settimane, mi sembra messa male. Poi può ridurre a due.”
Tutti si affannano ad aiutarti a vivere. Non c’è nessuno che ti aiuti a morire, non ti lasciano in pace nemmeno se hai 95 anni e ti viene un tumore, anche in quel caso vogliono curarti. Per morire devi fingere grande spirito umanitario, andare come volontaria in Siria o qualcosa del genere.

Buttarmi sotto a un treno è sempre stata una possibilità. Fino a quando l’Intercity su cui viaggiavo ha investito un suicida. Siamo rimasti fermi delle ore, in attesa che ricomponessero il cadavere. “Fino a che non si trova il piede, non possiamo ripartire” aveva detto il capotreno. Non so perché, ma questa storia del piede mi ha fatto escludere la possibilità. Anche quella di annegarmi mi pareva un’opzione abbastanza praticabile. Fare come Virgina Woolf, riempire le tasche del cappotto di sassi e abbandonarsi al fiume. Ma poi, che tasche aveva il cappotto della Woolf? E quanto era profonda l’acqua? E quanto forte la corrente? E quanto grandi i sassi? Quanto pesanti?

Iacopo ha un rapporto professionale con la sua Beretta. Non mi ha mai permesso di toccarla. Mi ha mostrato come si carica, come si impugna, come si toglie la sicura e si prende la mira, come si pulisce. Pensavo sarebbe stato semplice sottrargliela. Invece ho impiegato mesi interi per conquistare la sua fiducia e allentare il controllo che esercita sulla sua pistola, quel tanto che è bastato a scoprire in che cassetto la tiene, e dove nasconde la chiave di quel cassetto.
E ora, mentre lui dorme di là, impugno la sua arma al buio, ne sento il peso e vengo pervasa da un piacere intenso, da una gioia mai sperimentata. Mi sento felice, ed è magnifico e sleale. Ho cercato la morte per tutta la vita e ora che sono a pochi passi da lei, per la prima volta sono felice di vivere. E mi piace, questa sensazione. Magari domani faccio un giro al poligono.

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2 risposte a Silvia Pillin, Felice per la prima volta

  1. Pingback: Cadillac numero 18 | Cadillac

  2. osvaldo ziviani ha detto:

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