Domitilla Di Thiene, Cinque passi avanti, cinque passi indietro

Il primo impatto è un enorme edificio squadrato, che forse nell’idea dei costruttori doveva somigliare ai terminal aeroportuali, ma che a conti fatti sembra più a un carcere. Dopo un’attesa lunga e a volte insensata, più o meno lunga in base al passaporto che hai, accedi finalmente a un corridoio di un chilometro che attraversa la terra di nessuno. Dalla rete che lo delimita si intravedono i dromedari, a grande distanza, che brucano la vegetazione bassa. E si sente l’aria di mare. Prima di arrivare ci sono altri due posti di controllo, di due diverse forze politiche, gentili e accoglienti o bruschi e militareschi in linea con le rispettive ideologie.
Sono qui da tre mesi, e se non è abbastanza per capire questo posto, lo è per non poterne più. Questo posto è una prigione con il mare, mi diceva oggi il vecchio che vende il pesce all’uscita dell’albergo, mentre mi mostrava i granchi e le sardine appoggiate direttamente per terra. Come faremmo senza mare? ripeteva, scrutando la striscia azzurra di fronte a noi.
Io il mare lo guardo, ma non so che farmene. I pescatori escono a prendere il pesce, attenti a non superare le quattro miglia consentite. Fare il bagno è pericoloso, le fogne a cielo aperto scaricano in acqua. Fa caldo, un caldo mostruoso, si arriva a 45, 46 gradi. Solo in albergo ho l’aria condizionata e sono fortunato che abbiamo un generatore tutto per noi (noi che veniamo qui ad aiutare, che possiamo andarcene quando vogliamo, che guadagniamo in un mese quello che sarebbe il fabbisogno di un’intera famiglia per anni). La catena del freddo è interrotta in tutto il paese dai continui salti dell’energia elettrica. Durante gli ultimi bombardamenti sono stati colpiti i generatori elettrici e se conservare il cibo è difficile, garantire l’energia necessaria per portare a termine qualcosa di più importante, come per esempio un intervento chirurgico, è impossibile. La lista di chi chiede i permessi per andare a curarsi altrove è lunga e spesso si depenna da sola.
C’è polvere dappertutto; l’asfalto, quello che è rimasto, è pieno di buche, e la sabbia si mangia i bordi delle strade. Le macchine che passano spesso sono trainate da muli: anche la benzina scarseggia.
Guardo le donne per la strada, coperte fino alle caviglie, di alcune di vedono soltanto gli occhi e i guanti. I loro abiti lunghi sono intrisi del sale dell’acqua marina con cui li lavano. Camminano qualche metro dietro agli uomini. Se le fanno sedere con noi ai tavoli di discussione è solo per farci un piacere (a noi ricchi e bianchi, che veniamo qui a lavorare). Nisreen, l’altro ieri, in quella riunione interminabile, a un certo punto ha provato a dire qualcosa. È sempre molto curata, il velo intonato al colore del vestito e alle scarpe, a volte un lilla scuro, altre un verde tendente al blu. Era seduta accanto al viceministro e mentre quello parlava lei ha preso il fascicolo di documenti dal tavolo e ha indicato un punto e chiesto qualcosa, ma lui ha subito ruggito Hàlas, strappandole i fogli di mano. Nisreen è rimasta in silenzio, lo sguardo basso, e non l’ha più alzato per il resto del tempo.
Eppure. Mi ricordo Chiara, epidemiologa con me in Sudan, che mi diceva: «il principale determinante di salute non è la disponibilità dei farmaci o di sale operatorie, no; il principale determinante di salute di una popolazione è l’istruzione della donna, il principale, quello che sposta tutti gli indicatori. Se dai un’istruzione alla donna in dieci anni crollano le malattie infettive, le morti perinatali, la mortalità sotto ai cinque anni; se dai un’istruzione alle donne in pochi anni avrai un controllo naturale delle nascite, non più dieci, quindici figli. Se dai un’istruzione alle madri fai quello che tutti i programmi cosiddetti verticali, quello che curano una sola malattia come l’AIDS o la tubercolosi, non riusciranno mai a fare. Educare le future madri è il migliore modo per dare salute a una popolazione».
In questo paese le donne camminano cinque passi indietro agli uomini e gli omosessuali sono perseguitati. Tant’è che la collega olandese se n’è andata: non riusciva ad abituarsi al fatto che non le stringessero la mano, che non le rivolgessero mai la parola: aveva due stigma in uno, lei. Io invece dissimulo, mi metto da parte, lo so che si capisce, me lo dice pure mia madre, ma se non do il minimo segnale nessuno può dirmi nulla. Non so chi diceva che gli omosessuali si dividono in due categorie. Quelli che portano con sé un nuovo modo di vedere l’essere maschio e quelli che invece ribadiscono ancora di più il modello eterosessuale. Davanti a queste donne velate mi chiedo spesso: e io che modello rappresento per loro?
Mi manca Manlio, ma lui non verrebbe mai in un posto così. «Tu e i tuoi bambini che muoiono di fame» mi ha detto ieri per telefono.
«Questo non è il Sudan, qui non si muore di fame. È un problema politico, muoiono per le bombe e per l’isolamento».
«Non mi fare la lezioncina, professore».
«Hai ragione, hai ragione scusami. È che mi manchi, e quando sto male divento pedante, noioso».
«E allora torna, no?».
«Non è così facile, lo sai. E poi un po’ di soldi in più ci fanno comodo in questo periodo». Lo sento mugugnare, ho toccato un tasto dolente, i soldi. Cerco di cambiare rotta.
«Come sta andando lo spettacolo?».
«Bene, insomma, no, dai bene, se no divento pedante anche io».
«Niente forno allora». Forno è la parola in codice che usano per quando il teatro è deserto e si ritrovano a recitare Ionesco alle poltroncine rosse.
«No, no. Diciamo una padella, dai» e ride, sento la sua bella risata che si allarga, dal telefono di servizio e risuona sotto il cielo belga, le nuvole basse di settembre. Mi manca.
«Sai c’è una ragazza qui… » gli dico.
«Oddio, mi devi dire qualcosa? Pochi mesi di distanza e mi diventi etero per la disperazione?»
«Cretino. È solo che mi fa una gran pena, puoi immaginare… ».
«Deve essere tutto penoso, lì, no?»
«Sì, sì» dico io, anche se vorrei dire di no, vorrei entrare nello specifico, non generalizzare, spiegargli la differenza tra il Sudan e qui, ma in fondo, che importanza ha?
L’albergo è controllato giorno e notte, con un muro di cinta e guardie armate che camminano su e giù. La prima volta che sono arrivato è stato disturbante, non ero abituato: siamo la cooperazione internazionale, perché dovremmo subire un assalto? «I rapimenti non sono infrequenti», mi ha detto Mahmoud, che è di qui ma ha studiato in Inghilterra e lavora con noi, «e poi noi abbiamo l’aria condizionata» ha aggiunto sorridendo.
Di Nisreen so soltanto che è infermiera, gliel’ho sentito dire a Marieke, la collega olandese che poi è andata via, mentre andavano a un convegno sulle mine antiuomo, qualche settimana fa. Ha studiato in Arabia Saudita e ha fatto un corso di perfezionamento a Liverpool. È tornata qui per stare vicino alla sua famiglia e al suo popolo, o almeno è quello che ha risposto a Marieke, che la guardava esterrefatta. Si è anche rimessa il velo e non ha voluto sposarsi, ha sottolineato, perché non voleva smettere di lavorare; ha un posto importante, segretaria di un viceministro. Si considera soddisfatta, almeno così ha detto a Marieke, che faticava a esprimere empatia per la sua storia. Io le seguivo, cercavo di origliare, e quando ne se accorgevano rallentavo il passo. Era bizzarro vederle, una giunonica e mascolina, i capelli biondi tagliati corti e vestita in modo approssimativo. E Nisreen minuta, con i suoi colori intonati e una scia di profumo attorno. Stavano bene, una accanto all’altra, cinque passi dietro agli uomini, cinque passi davanti a me.

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