Dominique Campete, La donna ideale

Marta arriva davanti alla porta, esita qualche secondo con le chiavi in mano e torna a specchiarsi: controlla che il rossetto non sia sbavato e che il tocco di matita sulle sopracciglia non le appesantisca lo sguardo. Prova un sorriso, lo cambia, mette su una faccia seria. Accosta una sedia allo specchio e si siede di lato, accavallando le gambe: la fascia contenitiva tira un po’, strappandole una smorfia di dolore. Si rialza, appoggia la sedia al muro e infila la porta. Non vuole incontrare nessuna superficie riflettente almeno per i prossimi trenta minuti.
Esce in strada, il sole la sorprende senza occhiali e con lenti di un colore qualche tono più chiaro dei suoi occhi. Controlla lo schermo del cellulare, mancano un’ora e ventisette minuti all’incontro, ha tempo per un caffè e un giro nel negozio vintage che si trova a due passi dal bar dove hanno appuntamento. Il locale dove incontrarsi lo ha scelto lui, l’orario lei, le è sembrato un buon compromesso. Gli ha proposto di vedersi alle sei, orario strategico che, nella migliore delle ipotesi, potrebbe allungarsi fino alla cena o, nel caso l’incontro sia un flop, lasciare spazio a una giustificazione qualsiasi per filarsela.
Mentre cammina ripassa in testa le informazioni che ha su di lui. Dovrebbe chiamarsi Lorenzo, intanto. Il suo nickname, in chat, è Lorenzo73, che fa un po’ anni Novanta, ma era comunque meglio di cuoresolitario, machoman e compagnia bella.
Arriva al bar “Orchidea”, si siede nel primo tavolino al sole, e la cameriera, che la conosce da tempo, le urla che è uno schianto. Marta non riesce a prenderlo come un complimento. «Ho esagerato?» le chiede.
«Ma assolutamente no» le dice la cameriera, appoggiandole le mani sulle spalle e dandole un bacio sulla testa. «Sei stu-pen-da, tesoro, fidati. Cosa ti porto?».
«Un caffè d’orzo».
La cameriera si allontana portandosi dietro la sua voce, sempre troppo alta, e il profumo al ciclamino talmente forte che pizzica la gola. Marta estrae uno specchietto dalla borsa e si ravvia i capelli, poi lo abbassa per guardarsi labbra e mento: la depilazione al laser non ha funzionato perfettamente, nonostante le entusiastiche promesse dell’estetista. Lui se ne accorgerà? Perché è diventato tutto così difficile? E se si aspettasse la donna ideale? Se avesse fantasticato troppo sulla perfezione? Se avesse trasformato la loro intesa scritta in una proiezione irraggiungibile?
Marta finisce in fretta il caffè, posa la tazzina sul tavolino, si sofferma per qualche secondo a guardarsi le mani: non sono bastati ettolitri di crema e trattamenti all’olio di Argan per trasformarle in quelle della pubblicità. Forse è stato tutto inutile.
Lascia le monete sul tavolo, saluta la cameriera soffiandole un bacio e riprende il cammino. Ripensa a ciò che ha raccontato a Lorenzo73. Si è definita “libera professionista” quando in realtà al momento è disoccupata, però è una bugia per metà: sa che quando riprenderà a lavorare non avrà più un capo, un padrone o qualcuno che possa controllarla. Rispetto agli hobby e alle passioni ha scritto solo “Te lo racconto a voce”, per creare un po’ di mistero e uscire dalla banalità comune.
Arriva al negozio vintage, la vetrina è ormai a tema estivo: parei, costumi, prendisole, occhialoni di varie forme e colori. La commessa le sorride dal bancone e fa per raggiungerla, ma lei le dice che vuole solo dare un’occhiata. La commessa fa una smorfia e si allontana. Marta si avvicina al carrello dei vestiti e, mentre li fa scorrere sulla barra di metallo come fossero le pagine di una rivista scandalistica nella sala d’aspetto del dentista, ripensa alle foto che si sono scambiati: di lui ne ha una abbracciato al suo labrador, una mentre arrampica e un’ultima, la peggiore, scattata in discoteca durante una festa. Dalle foto si evince che ha un bel fisico, ma ha apprezzato il fatto che non abbia cercato di ostentarlo: nessuna foto a petto nudo o con magliette da scoppiarci dentro. Lei, invece, gli ha inviato una serie di foto tutte uguali, con le luci studiate, dov’è obiettivamente venuta bene, dove grazie alla penombra tutti i difetti scompaiono, e per un momento persino lei può convincersi di essere in quel modo, non bellissima, non bella, ma normale, una che può riuscire a passare inosservata. Lui è stato tanto discreto da non chiedere foto diverse, o con amici, o all’aperto, e lei sa di aver barato, ma la faceva star male l’idea che potesse essere una foto a darle o negarle la possibilità di conoscere un uomo, sa bene che quasi nessuno legge la descrizione del profilo nelle chat che frequenta. È la foto che decide tutto.
«Se non trova la sua taglia, la aiuto a cercarla» dice la commessa raggiungendola alle spalle.
Marta sobbalza e, mentre si sta chiedendo perché mai dovrebbe essere così difficile riconoscere la propria misura scritta su una etichetta, tira fuori il primo vestito taglia 44 che le capita sotto mano: è brutto, anzi orribile, non lo indosserebbe mai, ma vuole scrollarsi di dosso quell’arpia.
«Provo questo» dice risoluta.
Si dirige verso i camerini, che sono tutti occupati. Dopo un po’ se ne libera uno, e ne esce una signora di mezza età con uno spolverino beige che le pende da un braccio. Quando si incrociano, la signora la guarda dall’alto in basso, esitando qualche secondo davanti alla porta del camerino, come se c’avesse ripensato. Poi, davanti al suo incedere, si sposta con gesto eccessivo per lasciarla passare e le sorride con imbarazzo.
Marta si infila nello spogliatoio e tira con forza la tenda pesante e troppo corta. Si appoggia alla parete col vestito in mano e una sensazione di oppressione al petto. Non avrebbe dovuto accettare questo appuntamento al buio, non può funzionare, non è in questo modo che può conquistare un uomo. Deve avere il coraggio di farsi vedere subito in carne e ossa, senza la protezione di uno schermo e mille battute ironiche e inutili che le riescono fin troppo bene. Manda giù a vuoto, alza lo sguardo al soffitto, respira profondo. E se non andasse?
«Come va il vestito?» le chiede la commessa ferma a pochi passi dalla tenda. Marta esce all’istante, non finge neanche di averlo provato, glielo deposita in mano e si dirige verso l’uscita.
Mancano solo sei minuti all’appuntamento e ancora non ha pensato a come presentarsi: meglio stringergli la mano, dicendo “Piacere, Marta”, o sorridergli, aspettando che sia lui a dire qualcosa?
Attraversa la strada, gira a sinistra e si ritrova sulla piazza dove c’è il bar “Smeraldo”, quello dell’incontro. Il cuore le batte nella gola e nelle tempie, sistema la giacca e abbassa la gonna.
Lorenzo73 è già lì, in piedi davanti all’ingresso del bar, lo sguardo che si sposta con lentezza sui quattro angoli della piazza per cercarla. I loro sguardi si incrociano, ma difficilmente lui potrebbe riconoscerla: la luce del sole non indulge sulle tracce ancora evidenti di una vita fa. Eppure Lorenzo73 la guarda più volte, finge di distrarsi, di guardare il cellulare, di cercare ancora intorno, ma poi torna a guardarla, strizzando un po’ gli occhi. Magari ha capito, magari no, magari sta semplicemente pensando quello che pensano tutti.
Marta si chiede come reagirà. Potrebbe arrabbiarsi o sentirsi ingannato, o offeso. O peggio, magari la aggredirà. Ma a Marta non importa: questo è il primo vero gesto che si concede col suo nuovo corpo, il suo primo tentativo di giocare quella parte femminile che spinge per venire fuori. E allora si fa forza, e inizia una falcata decisa, diretta verso Lorenzo73, e adesso gli sorride apertamente, e lo fissa negli occhi con intensità, pronta a ricominciare da capo.

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