Gian Marco Griffi, “Atacama” [capitolo di “Più segreti degli angeli sono i suicidi”]

Quando si accomodarono da Kirch’s lui ordinò un gulasch e una bottiglia di vino rosso, lei manifestò la sua necessità di diventare madre.
Prendiamo ad esempio il marito di mia cugina Sonia, il postino, disse lei, quello non ha un pene propriamente detto, quello ha un mitragliatore di spermatozoi.
Lui osservò la situazione da un altro punto di vista, sperando che il semplice fatto di mutare prospettiva potesse rendere lui un uomo differente e quel momento meno insopportabile.
Tre in una botta sola, capisci, proseguì lei. Tre dannati gemelli.
Lui valutò brevemente le possibili alternative a una risposta secca e concisa.
Credevo che avessimo stabilito di non parlarne a cena, disse.
Non me ne frega un corno, disse lei. Mi guardo intorno e non faccio altro che vedere donne che sfornano piccoli mostri avvolti da gelatina, nient’altro che mocciosi, bambini piangenti, bavosi, puzzolenti, arroganti.
La situazione si aggravò quando il cameriere fece ritorno per domandare se anche la signora gradisse ordinare qualcosa dal menù del giorno o se preferisse il menù alla carta.
Come può pensare al cibo, disse lei, quando ha di fronte una donna schiava di un marito che non è in grado di renderla madre. Quei quattro spermatozoi che ha non riuscirebbero nemmeno a ingravidare una vacca gravida.
Il cameriere porse le sue scuse e tornò sui suoi passi.
Forse non mi sono spiegata, berciò lei. Stiamo parlando di un figlio, caro il mio Ispettore. Un figlio che, se vogliamo dircela tutta e nonostante ripetuti tentativi alquanto pietosi, non sei in grado di generare.
Lui protese gli occhi verso una tavolata composta da quattro uomini e due donne intenti a brindare per un qualche avvenimento. Gli tremava la mano destra, e anche la sinistra faticava a restare immobile.
Del resto io ho provato a consultare oroscopi, mi sono fatta predire il futuro nella migliore Agenzia Divinatoria della città. Mi sono sbattuta. Tu invece cos’hai combinato? Ti sei fatto una sega in quella clinica sudicia e ti sei seduto ad aspettare i risultati. Io li so già, i risultati. Sei arido, desertico, desolato, sterile.
Non vuoi ordinare qualcosa da mangiare? domandò lui.
Vaffanculo. Sto parlando di perdite sanguigne, cristo, di cicli mestruali, fottuti ovuli che anziché fecondarsi si frantumano dal mio utero e scivolano attraverso i miei peli sottoforma di epistassi fino a inondare il mio tampax. Sto parlando di una vita priva di uno di quei mostriciattoli simile a quello di tua sorella, simile a quello di mia sorella, simile a quel fottuto ciccione nano che sta urlando come un ossesso al tavolo alla tua destra. Di questo sto parlando. Non di un maledetto intingolo con uova di storione o del tuo cazzo di gulasch.
Nonostante l’aria condizionata faceva abbastanza caldo.
Non credo che tu mi stia ascoltando, disse lei.
Lui fissò un punto nello spazio di fronte a sé, un punto che soddisfacesse i requisiti fondamentali della non presenza di donne o bambini.
Vuoi dirmi qualcosa oppure preferisci restartene lì imbambolato come un deficiente? domandò ancora lei.
Per la puttana, Sara, mi stai facendo venire voglia di rovesciare questo cazzo di gulasch su quella tua faccia stravolta dal delirio mestruale da madre-in-potenza ma fottutissimamente infeconda-in-atto, disse lui prima di inghiottire un boccone di gulasch. Si pulì gli angoli della bocca, poi bevve un sorso del suo vino rosso.
Infeconda? Fanculo. Cosa stai sproloquiando? Lo sappiamo benissimo che il problema è quel tuo sperma amarognolo e arido come il deserto di Atacama, disse lei.
Cercarono di ricomporsi.
Il problema è la tua idea ossessiva di generare un figlio, disse lui.
Io sono perseguitata dall’idea di coricarmi ogni sera accanto a un uomo improduttivo. Cristo, ma lo vuoi capire che la gente ha bisogno di figli? Abbiamo scopato come ricci per mesi e mesi, e il risultato di tanto sforzo qual è stato? domandò lei.
Una serie niente male di orgasmi, rispose lui.
È stato un paio di gonne macchiate da quel tuo ridicolo sperma e lenzuola da cambiare, disse lei.
Fece un cenno al cameriere, che arrivò sorridente.
Vorrei ordinare qualcosa, disse.
Abbiamo uno splendido trancio di tonno alla griglia, disse il cameriere.
Fanculo il tonno. Forse qui non hai capito la nostra situazione. Portami un brandy, o uno scotch, o un qualunque intruglio imbevibile che mi faccia barcollare mezz’ora prima di costringermi a vomitare anche l’anima, disse lei.
Come desidera, signora, rispose il cameriere.
La sala era piuttosto buia, illuminata da quattro lampadari simili a quelli delle chiese. Quando il cameriere arrivò con lo scotch, lei ne ordinò subito un altro.
Dobbiamo trovare una soluzione, disse.
Lui non disse nulla.
Una soluzione che possa garantirmi una maternità in un breve lasso di tempo.
Lui non disse nulla. Si limitò a seguire con lo sguardo la traiettoria di un ridicolo ometto con una fisarmonica a tracolla mentre entrava in bagno.
Per esempio potrei farmi scopare a sangue da tutti i tuoi colleghi. A turno, da lunedì a venerdì, il sabato solo al mattino e la domenica riposo, tanto per essere pronta a ricominciare il lunedì.
Lui si mangiò la pellicina di un’unghia.
Non mi stai minimamente ascoltando, cristo, disse lei.
No, disse lui, non ti sto minimamente ascoltando.
Vaffanculo, disse lei e buttò giù il suo scotch tutto d’un fiato, seppur con notevole sforzo.
In quel momento lui vide entrare nel locale un uomo distinto in compagnia di una donna e ne seguì i movimenti con lo sguardo. Dal modo in cui stavano discutendo intuì che non avevano una prenotazione. Prima che il caposala li facesse accomodare fuori, lui si alzò e andò dalla coppia.
Volete sedervi con noi? gli domandò sorridendo.
Sara era già ubriaca. Dondolava la testa avanti e indietro trattenendosi a stento dal vomitare sul tavolo.
La coppia, dopo un primo momento di comprensibile sorpresa, accettò l’invito. Tutti sanno che è impossibile trovare un tavolo da Kirch’s senza prenotazione.
Dopo che furono seduti, cominciarono a osservare Sara. La sua condizione era alquanto preoccupante.
Forse ci vorrebbe un po’ di caffè bollente, disse Doroteo Umbilk sorridendo, ma prima un altro giro di scotch.
Fece cenno al cameriere che si precipitò con un altro bicchiere di scotch per Sara.
I signori cenano con noi. Per cominciare porta altri tre bicchieri di scotch, disse.
Passarono alle presentazioni.
Mi chiamo Bernard. E questa è mia moglie Lulu, disse l’uomo.
Piacere, ragazzi. Io sono Doroteo. E questa qui è la mia deliziosa mogliettina Sara.
Scoppiò a ridere.
Il cameriere arrivò con gli scotch, mentre l’ometto con la fisarmonica stava iniziando a strimpellarla.
Umbilk era felice di pensare che forse avrebbe potuto cambiare vita.
Potrei cambiare vita, disse.
Bernard e Lulu non furono certi di aver compreso il significato celato in quella frase. Bernard raccontò di essere primario di oncologia, Lulu qualcosa del genere. Il tipo ridicolo aveva esagerato con la sua fisarmonica, e gli scimmioni di Kirch’s l’avevano sbattuto fuori a calci.
Questo stronzo è sterile, bisbigliò Sara, sempre più scombinata dall’alcol.
Mia moglie, signori. Una donna malata di allucinazioni, disse Doroteo.
Poi entrarono alcuni personaggi imbarazzanti, tra i quali un tizio travestito da Dracula che si avvicinò al loro tavolo.
È per caso Halloween? domandò Umbilk. O forse sono soltanto io a vedere un tizio alto un metro e novanta travestito da Dracula?
Lulu disse che non era Halloween, ma aggiunse che il tizio travestito da Dracula lo vedeva anche lei.
Quello è un gran bel travestimento, disse Umbilk, non trovi anche tu, amore? domandò a Sara.
Vaffanculo, pidocchio arido, rispose lei.
Ordinarono un nuovo giro di scotch.
Il tizio travestito da Dracula sembrava un ballerino, o qualcosa di simile. Ondeggiava per la sala, tra i tavoli, canticchiando. C’erano altri tizi travestiti da Zio Fester, Mostro di Frankenstein, e un’altra specie di obbrobrio che nessuno riconobbe.
Umbilk era indeciso se desiderare che il Dracula fosse reale o se quello che stava accadendo fosse un incubo.
Sara vivacchiava con lo sguardo perso nel vuoto e la camicetta scompigliata.
Stanchezza, disgusto, sono concetti superati, disse Umbilk. Bernard e Lulu non dicevano nulla. Prendete quel coglione lì, travestito da Dracula. Mi ha ridato la voglia di vivere.
Bernard abbozzò una risposta. Doroteo lo interruppe.
Preghiamo, disse.
Ci fu un bellissimo silenzio contemplativo durante il quale Sara emise un gorgoglio, Lulu tossì, Umbilk scoppiò a ridere e il cameriere giunse al tavolo con un altro giro di scotch.
Mi serve un bambino, disse poi Umbilk.
Un bambino? domandò Bernard.
Doroteo tentò di spiegare a Bernard cosa intendesse con il termine bambino.
Un neonato, disse Bernard.
Concordarono che sì, ciò che Umbilk intendeva era un bambino reale, un vero bambino, un essere umano appena nato in carne e ossa, leggermente sottodimensionato rispetto a un adulto, frequentemente immerdato, sbavante, piangente.
Insomma, un bambino, disse Umbilk.
A quel punto era chiaro sia per Lulu che per Bernard. Sorseggiarono il loro scotch. Concordarono che per il seguito della serata non aveva importanza quale marca di scotch stessero bevendo.
Dracula prese sottobraccio il Mostro di Frankenstein e improvvisarono un balletto.
La gente sembrava approvare.
Che diavoleria sarebbe, questa? domandò qualcuno al cameriere.
Il cameriere rispose che si trattava di uno spettacolo popolare negli Stati Uniti, presentato da una compagnia teatrale estremamente famosa in America. In esclusiva per Kirch’s, qui, a Sabbione, un gruppo di attori e ballerini di Broadway travestiti da creature orribili stava improvvisando una serie di danze, rivisitazioni teatrali, gesti scenici. La peculiarità di Kirch’s, oltre al cibo e alla raffinatezza dei locali, era l’organizzazione di eventi speciali a sorpresa che potessero allietare le serate degli stimati clienti.
Naturalmente a New York questa rappresentazione si tiene a Halloween, concluse il cameriere.
Naturalmente, disse Bernard.
Lulu aveva capito che doveva trattarsi di qualcosa di molto culturale e romantico allo stesso tempo.
Umbilk estrasse dalla tasca della giacca un tubetto verde.
Signori, vi presento la pomata e l’intruglio imbevibile Spermamax™, scoppiò nuovamente a ridere. La pomata credo si spalmi, e se va bene dopo tre quarti d’ora vi ritroverete lo scroto infiammato e ricoperto di eritemi. L’intruglio imbevibile invece provoca solo emicranie, nausea, senso di spossatezza, perdita di equilibrio e vertigini, ma in compenso garantisce una maggiore motilità spermatica e un volume di sperma da capogiro.
Il ghiaccio nello scotch si scontrò col bordo del bicchiere producendo quel caratteristico rumore che fanno i bicchieri quando è presente del ghiaccio al loro interno.
Interessante, disse Bernard.
Interessante, dici tu, disse Umbilk, peccato che procuri sofferenze incommensurabili ed esantemi anche peggiori. Emise una risata isterica che terminò con un violento accesso di tosse.
Sara era cotta, praticamente addossata alla spalla di Bernard.
Non sarebbe meglio darci un taglio con le consumazioni? domandò Bernard.
Questo deserto dell’Atacama, disse Umbilk, dove sta?
Bernard e Lulu si guardarono.
In Sudamerica, disse Bernard.
In Sudamerica, rifletté Umbilk.
Sta nei tuoi coglioni, sbavò Sara.
Umbilk scoppiò a ridere.
Che succede? domandò Lulu.
Mio zio si è impiccato, disse Umbilk. Si chiamava Faust. Come quel dottore tedesco.
Mi dispiace, disse Lulu.
Ventisei anni fa, balbettò Sara.
Quando l’hanno trovato aveva il pene duro, disse Umbilk.
Bernard e Lulu si guardarono imbarazzati.
Il medico legale disse che era una reazione bizzarra, ma non inspiegabile.
Bernard fece per dire qualcosa, ma Umbilk lo interruppe ancora.
Il prevosto disse che era l’eccitazione per una nuova vita.
Scoppiò di nuovo a ridere.
Lo trova divertente? domandò Bernard.
Lo trovo spassoso, disse Umbilk.
Perché ci sta raccontando questo? domandò Bernard.
Perché mi avete annoiato a morte, disse Umbilk.
Poi si alzò e prese sottobraccio il tizio travestito da Dracula.
Finse di ballare con lui fino alla porta d’ingresso del ristorante, effettuò una torsione del busto e abbozzando un inchino al tavolo dove prima era seduto uscì nel buio di Sabbione, che gli sembrò inconsolabilmente simile alla sua esistenza, all’esistenza di tutti, meravigliosamente simile al deserto dell’Atacama.

Quello che avete appena letto è un capitolo di Più segreti degli angeli sono i suicidi, esordio di Gian Marco Griffi che, non avendo trovato un editore, ha pubblicato con la piattaforma di crowdfunding Bookabook.

La trama
A Sabbione, comune piemontese con un suo governo autonomo, in cui la legge si basa sul vaticinio, il suicidio è burocratizzato e si dovrebbe parlare l’esperanto, viene ritrovato il corpo di una ragazza decapitata. Partono le indagini, nell’ipotesi che si tratti di uno dei tanti suicidi illegali che stanno minando il potere consolidato. Gli Ispettori seguiranno questo e altri casi, spesso distratti da drammi e gioie personali, in un girone che di infernale ha soprattutto la quotidianità.

Perché leggere Più segreti degli angeli sono i suicidi
Più che a un romanzo, Più segreti somiglia a una raccolta di racconti con personaggi ed eventi ricorrenti; come le serie TV, segue diverse sotto-trame, ma nell’insieme non è un romanzo di trama (anche se ha due chiavi di lettura, come Rayuela di Cortázar): il suo valore risiede altrove.
Intanto, ha un tema centrale delicatissimo, quello del suicidio, declinato in modo grottesco ma non per questo innocuo, anzi. La cifra è quella della farsa, ma al di là dei dialoghi alla Tarantino (in contrappunto a una prosa invece italianissima, dal lessico vasto ed estasiante), le storie sono dure, avvilenti, deprimenti. Si ride, ma soltanto per sbattere la faccia contro riflessioni ed eventi spiazzanti.
Il libro è denso di citazioni, testuali o anche soltanto sceniche: se vi piacciono i detective selvaggi di Bolaño, gli acronimi di DFW, le micro-narrazioni di Manganelli, il mimetismo di Gadda, l’enciclopedismo di Perec o le città immaginarie di Quiriny, allora benvenuti nel migliore dei parchi-gioco (se è questo il plurale).
Più segreti è una «opera mondo», com’è di moda dire, ma lo è davvero. La vera protagonista è Sabbione, città-regno ricreata nel minimo dettaglio, dalle origini alla legislatura, fino ai suoi spaesati cittadini. È vero che la sua realtà ci ricorda l’assurdità delle nostre leggi, e delle nostre tradizioni, e di tutto ciò che facciamo, ma ridurre Più segreti a un’allegoria significherebbe soffocarne il respiro da opera «unica».
Memorizzate la copertina e, se ve lo trovate davanti, leggetene il più possibile. Oppure no, magari non state nemmeno sfogliando Cadillac, fate come fareste, tanto al mondo tutto è indifferente.

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