Vanni Lai, Le tigri del Gocèano [scheda di lettura]

L’argomento non è nuovo, quello del banditismo sardo. Ma originale è la modalità di affrontarlo, come inedito è il quadro di una Sardegna livida, invernale, fredda. C’è poi anche grande forza nella lingua che pur non è priva di pecche.
Il romanzo è ambientato nella zona montuosa del Goceano, al centro della Sardegna, confinante con la Barbagia. Il tempo è l’inverno del 1955-56, uno dei più freddi dell’ultimo secolo. È un paesaggio algido, di paesi assediati dal ghiaccio, di montagne coperte di una pesante coltre candida dove gli uomini affondano fino al ginocchio e camminano tenendo alti i fucili sulla testa, come per attraversare un fiume; dove si rifugiano in solitarie caverne per sfuggire al freddo, alla neve che cade ininterrottamente, alla caccia delle forze dell’ordine: sono banditi che si aggirano nelle zone montuose della Sardegna centrale, si rifugiano negli ovili, trovano l’appoggio più o meno volontario dei pastori, si nutrono di qualche lepre cacciata e degli alimenti della pastorizia. Il protagonista, Lisandru Congiu, è un giovane con un paio di anni di carcere alle spalle per abigeato, che vivacchia zappando la terra o pascolando le pecore e vede i suoi compaesani lasciare il paese per cercare fortuna al di là del mare. Anche lui vorrebbe espatriare, anche se non sa nemmeno dove siano i paesi di cui si parla, lui che si è fermato alla seconda elementare “Ma quando fece domanda per espatriare il permesso gli venne negato, gli dissero che aveva la fedina penale sporca e che per lui non ci sarebbe stato nessun viaggio all’estero, né allora né mai” (5). Naturalmente questo è il pensiero di Lisandru, il modo in cui lui percepisce la mancata concessione del passaporto. A questo punto basta una banale lite a scatenare il desiderio di vendetta nel giovane, “cresciuto da balenteddu” (7). Lisandru Congiu diventa così facile preda di certi cugini, i tre fratelli Solinas, che apparentemente lo spingono a vendicarsi, ma in realtà lo vogliono usare nel quadro di un loro losco progetto di arricchimento. Molto bella la scena in cui i cugini coinvolgono il ragazzo: un misto di rispetto reverenziale per i cugini più vecchi, di desiderio di essere apprezzato e coinvolto. E dall’altra parte, poche parole, molti atti simbolici, come l’abbraccio del cugino più forte, la consegna di una nuova pistola… Lisandru è arruolato, senza sapere che interessi andrà a servire… Ormai fuorilegge senza scampo, sarà costretto a una latitanza senza fine. E verrà aiutato finché non diventerà troppo ingombrante per tutti. Attorno a lui si intrecciano i rapporti ambigui tra gli abitanti del paese, i pastori negli ovili, i proprietari terrieri, i prepotenti locali, come si snodano le relazioni tra i carabinieri e la gente del luogo, tra il latitante e i suoi favoreggiatori. E Lisandru fugge, si aggira tra le montagne come una belva braccata, è coraggioso e abile, sfugge a tutti gli agguati e le ricerche dei carabinieri. La narrazione del vagabondaggio di Lisandru, della sua fuga incessante sulle montagne ormai coperte di neve e ghiaccio (la parte più suggestiva della narrazione) si alterna alle indagini condotte dal maresciallo Taras, che organizza le battute dell’Arma, premuto dalle richieste del prefetto e governative. La continuità di tradizioni persistenti e risorgenti in forme magari diverse è rappresentato da un personaggio-fantasma, il bandito-poeta Pedru Tilocca, che compare fin dall’inizio a commentare le gesta di Lisandru Congiu. Quasi la terra sarda riproducesse dalle sue viscere un’antica materia che non intende scomparire, che continua a chiedere la parola: insomma, un passato che non passa. Sarà il fantasma vivente di Predu Tilocca a fare giustizia del Giuda che tradirà Lisandru, non dopo aver affascinato l’ingenuo giovane con la storia straordinaria del Conte di Montecristo, simbolo di estrema possibilità di fuga e di capovolgimento del proprio destino. Questa figura ricorda un certo Atzeni, come le figure morte, ma animate, che popolano il mondo immaginario di Juan Rulfo, non a caso in un Messico che sembra voler continuare a riprodurre un passato insuperabile.
Un libro dunque su una Sardegna finita (il vecchio banditismo si esaurì negli anni Sessanta per essere sostituito da quello dei sequestri, alla Mesina), ma persistente nel tempo e nel mito. Un libro che non fa se non minime concessioni alle tentazioni folcloristiche, esaminando con lucidità i rapporti ambigui che possono venire intessuti all’ombra e al riparo delle culture tradizionali. Un libro che non si pone come elegia di un banditismo perduto, che però ci fa capire le ragioni di un ultimo, di un ormai inutile al mondo. Aggiungiamo che il libro – altro suo pregio − non si abbandona a scontate spiegazioni sociologiche.
Libro apparentemente semplice e lineare, ma in realtà complesso nella composizione, e ben calibrato come posizione ideologica. Poi c’è la scrittura, affascinante e coinvolgente, spesso efficace, vibrante e poetica soprattutto nelle descrizioni naturalistiche. Qualche ingenuità potrà essere emendata, come le sgrammaticate lettere anonime, così come non pare necessaria la pagina finale. E in generale forse andrebbe ridotta la parte ufficiale, di cui è protagonista il pur riuscito personaggio del maresciallo Taras.

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