Vanni Lai, Le tigri del Gocèano [estratto]

Le lenzuola bianche correvano dentro il freddo che da diverso tempo abitava i vicoli male illuminati del paese. I fantasmi avanzavano per le strade tra cumuli di ghiaccio, spintoni e canti, e gorgheggiavano barcollando con le bottiglie di vino e di acquavite che reggevano tra le mani. Si confondevano con la neve ammonticchiata sulle povere soglie e rischiarata dalla fioca luce gialla di un lampione, e si spostavano di casa in casa. Entravano e sedevano a scaldarsi di fronte al camino e non dicevano una parola. Il padrone di casa versava loro un goccio di vino senza nascondere un sorriso mentre i bambini li guardavano in silenzio. Anche in Goceano era giunto il carnevale. Con le dita in bocca e l’aria stupita i più piccoli si avvicinavano ai propri genitori e ne stringevano un lembo di giacca, di sottana o pantaloni, senza staccare gli occhi dai fantasmi, ebbri di vita e di vino. I più grandi li rassicuravano e allo stesso tempo strizzavano l’occhio ai nuovi venuti. Allora i piccoli squadravano con timore gli ospiti ed erano incapaci di comprendere quella magia arcana.
I fantasmi stavano lì, vestiti di teli bianchi, con due fessure dalle quali promanava un’espressione impenetrabile. Da sotto le lenzuola spuntavano vecchi scarponi sporchi che ogni tanto perdevano un pezzo di ghiaccio e lasciavano una scia di acqua e sporcizia per tutto il pavimento. Ma la visita degli spettri durava ben poco, e dopo aver fatto rifornimento d’alcol essi si rialzavano più ubriachi di prima, per sparire di nuovo negli angoli più bui del paese. Alcuni ruzzolavano per la strada, sui ciuffi d’erba che venivano fuori tra le pietre dell’acciottolato.
Quell’anno tra i fantasmi sconosciuti c’era anche una persona che non tornava in paese da molte settimane. Un ragazzo che aveva lasciato la propria vita per fare il bandito tra le montagne in quel maledetto inverno. Quando entrò a casa Congiu, tia Martina non gli chiese nulla ma lo riconobbe dallo sguardo. Sapeva che prima o poi Lisandru sarebbe tornato, così gli fece trovare tutto ciò che serviva. Gli occhi verdi dell’anziana madre si illuminarono quando comprese che il ragazzo aveva rimesso piede in casa, seppure per pochi minuti, e i due si scambiarono un abbraccio. Entrambi sentirono quel calore umano che al bandito era mancato nella macchia. Ma si trattava soltanto di un barlume di speranza, subito spezzato dal tempo infausto e dalla condizione di animale braccato. In breve, e non senza una lacrima, tia Martina lo vide lasciare la casa con passo leggero così come era entrato. Ormai suo figlio era davvero un fantasma.

Stavano entrambi nel silenzio assoluto, immobili a guardare la neve che brillava al sole. Lisandru Congiu e Predu Tilocca sapevano che il maltempo sarebbe durato ancora per molti giorni. I due banditi avevano preso l’abitudine di fare la spola tra Goceano e Barbagia e di vagabondare dove i pastori più selvatici si sentivano al sicuro. In quel periodo il paesaggio lunare tipico delle montagne della Barbagia era mutato all’improvviso. Le rocce spoglie, le gole aspre e profonde non si stendevano più nel verde immenso dei boschi, non prendevano spazio tra la vegetazione più selvaggia e dura dell’isola, ma su un nuovo mondo dipinto di bianco. La sensazione di desolazione che caratterizzava quegli alti luoghi restava intatta, e il cambiamento subìto in quei giorni di febbraio aveva reso la montagna un luogo ancora più distante dagli esseri umani. Come se la natura non avesse nessuna intenzione di stabilire un contatto, come se respingesse l’intero genere e lo impaurisse con quella dimostrazione di potenza che talvolta impone al viandante.
Non si può fare altro che ammirare tale prodigio, disse Predu Tilocca rivolgendosi al ragazzo.
A volte in Lisandru si faceva strada la sensazione di poterci morire, su quelle montagne. Era questo un pensiero sempre più opprimente visto che le nevicate non cessavano durante le ore di luce e anzi aumentavano quando calava la notte. Di giorno i due banditi avanzavano con la neve fino alle ginocchia e davano la caccia alle lepri uscite dalle tane alla ricerca di cibo. Ne seguivano le tracce sulla neve fresca, poi la mira di Lisandru faceva il resto. La Barbagia e il Goceano si erano fatti di ghiaccio come il resto dell’isola e il gelo aveva raffreddato ancor di più i cuori della gente. Nei paesi e nelle campagne la neve si era impadronita di tutto ciò che era vivo e di tutto ciò che era morto. Lisandru pensava di aver visto tutto, ma si sbagliava. Una nuova divinità era arrivata in terra, un inverno che aveva distrutto provviste, sepolto oggetti, sequestrato persone e animali. Una stagione che non chiedeva nessun riscatto per tenerli al sicuro nelle case o per nasconderli negli ovili. L’inverno stava vestendo i panni del carceriere dalla mano soffice, insensibile, non interessato in alcun modo a su recatu.
Nei paesi i cumuli di neve si appoggiavano sempre più ai muri delle case, ne superavano i tetti e in breve tempo li ricoprivano. Grossi pezzi di ghiaccio appuntito pendevano dalle tegole come spade taglienti sulla testa dei passanti. Nelle strade ci si dava da fare di prima mattina per eliminare la coltre almeno dalle soglie e dai portoni, si costruivano passaggi nella neve in maniera da garantire un minimo di viabilità e raggiungere chi trasportava i rifornimenti necessari per affrontare il maltempo. Le entrate delle case sembravano accessi a grotte preistoriche di un imprecisato popolo del Nord, abitazioni dalle quali ogni tanto sbucavano uomini dalla testa infagottata armati di pale, e donne in nero indaffarate e dallo sguardo affranto. Già di prima mattina i caminetti delle case sbuffavano ma i ceppi di legno di quercia sistemati nel focolare sparivano tra le fiamme in poco tempo, fagocitati dal freddo persistente di quei giorni.

Il febbraio di Lisandru Congiu fu un mese tranquillo. Riparato dal gelo in un ovile sicuro, il latitante era impossibile da scovare vista l’emergenza che il freddo aveva portato ovunque. La caccia al bandito, la caccia alla Tigre del Goceano, era momentaneamente sospesa. Per garantirsi il sostentamento, visto che nulla gli era dovuto, il ragazzo dava una mano con le pecore e i lavori di manutenzione dell’ovile. Aveva ancora degli amici ma ignorava che in paese, dopo i fatti accaduti a gennaio, la situazione era mutata. Qualcuno aveva iniziato ad averne abbastanza della sua latitanza e di coloro che la sostenevano. Per la gente del luogo la paura di nuovi omicidi e di altri danneggiamenti si era fatta insostenibile. Predu Tilocca capiva bene cosa significava tutto questo, l’aveva già sperimentato su di sé molti anni prima. E sapeva anche che questo nuovo proposito, vale a dire l’idea di sbarazzarsi del bandito Congiu, era rimandato alla primavera.
Quando la neve smetteva di scendere e concedeva una tregua a un freddissimo sole, i due banditi si allontanavano dall’ovile per camminare e sgranchire le gambe. I gambali del ragazzo affondavano nella neve scintillante, piena di luce, sulla quale Lisandru disegnava delle figure con un bastone che spesso si portava dietro. Tirava fuori la locandina che aveva trovato vicino al cinema parrocchiale e la osservava sognante.
Mi la torras a contare cust’istoria?
Allora Predu Tilocca sedeva su una grossa pietra che affiorava dal terreno completamente bianco e mentre lanciava sassolini a qualche tronco cavo raccontava a Lisandru la storia avventurosa del Conte di Montecristo.
Iniziarono a scavare un tunnel nella prigione e ci misero molti mesi, disse.
Come si chiamava lui?
Edmond Dantès.
Edmondantès, ripeteva il ragazzo. Guardava la locandina e fantasticava sul protagonista di quella storia che lo affascinava così tanto. E poi?
L’abate Faria si ammalò e non poteva più aiutare Edmond.
Di cosa si era ammalato?
Un colpo gli era venuto. Era rimasto paralitico sul letto della cella. Comunque, un giorno questo Faria morì e lui si infilò nel sacco che conteneva le spoglie del morto.
Ebbè?
Alla fine è riuscito a fuggire dalla prigione, il Castello d’If, e dai suoi carcerieri.
Dove si trova questa prigione?
In Francia, era un castello inaccessibile che dava sul mare.
E il tesoro?
Quello lo ha cercato dopo che è fuggito, prima di vendicarsi dei suoi finti amici. Su un’isola, l’isola di Montecristo. Lì ha trovato oro, molto oro.
E diamanti.
E diamanti pure, parecchi. Un tesoro che era stato nascosto molti anni prima. Il suo amico gli aveva spiegato dove si trovava.
E poi?
Poi lui si travestiva da altri personaggi: un ricco inglese, un abate, e così via.
Per vendicarsi.
Sì. Era la giusta ricompensa per coloro che lo avevano tradito e costretto alla prigionia con le loro delazioni.
Cosa sono le delazioni?
È come fare la spia.
Poi si è vendicato però.
Sì.
Li ha ammazzati tutti.
No, non li ha ammazzati, ha reso la vita un inferno a quelli che credeva suoi amici, a quelli che lo avevano mandato in prigione.
Si è vendicato di tutti quelli che lo avevano tradito, disse Lisandru.
Di tutti.
E che fine hanno fatto?
Qualcuno è finito in rovina, altri sono morti.
Edmond Dantès fuit unu balente, disse il ragazzo. Era un uomo di valore.

 

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