Serena Patrignanelli, La fine dell’estate [estratto]

Ai bordi del pratone aveva visto una lucciola, così s’era infilato tra l’erba per andarla a prendere, ma prima che potesse raggiungerla, la lucciola era scomparsa.
Si ricordava di un’altra notte, tempo prima, in cui ne aveva viste a decine, non si ricordava in quale punto del pratone, ma doveva essere più avanti. Allora aveva camminato e camminato, pensando cose senza importanza, e dopo un po’ che camminava aveva visto un altro bagliore lontano, ma questa volta non era una lucciola: erano fanali, si sentiva il rumore del motore, fortissimo nella notte silenziosa, che si avvicinava, e i fasci di luce illuminavano macchie gialle di ferula e spighe di gramigna, Pietro le vedeva apparire e sparire, la macchina sobbalzava per le buche e per le radici, schiacciando o mettendo in fuga, ammesso che ci fossero davvero, tutte le lucciole del pratone.
Si fermò molto vicina a lui, con un colpo di freno a mano che la fece girare un po’ su se stessa, in un modo che a Pietro parve di grandissimo effetto.
Dell’uomo alla guida, Pietro vide per prima cosa i capelli bianchi, che brillavano alla luce della luna, doveva essere un vecchio.
Scese lasciando il motore e i fari accesi e lo sportello aperto, come se fosse stato in cammino da giorni e non potesse fermarsi nemmeno per un secondo, fino a che non avesse raggiunto il suo obiettivo, che a quanto pareva erano le baracche delle bucione: le guardava fisso, con la bocca semiaperta, venne davanti al muso della macchina e procedette barcollando dentro il cerchio di luce dei fari.
Pietro avvertì subito che qualcosa, nel suo corpo, non funzionava. Era vicino e poteva guardarlo bene. Se si fosse voltato, si sarebbe senz’altro accorto di lui, ma Pietro non se ne preoccupava, era troppo incuriosito per scappare. Il cono di luce si allargava, illuminando porzioni sempre nuove della sua persona: per prime Pietro vide le mani, erano bianche come cotone, come se portasse i guanti, ma l’uomo non portava i guanti, e anche il resto della sua pelle, per come emergeva piano piano nella luce dei fanali, era bianca, ed era elastica come quella di un ragazzo: non era un vecchio, nonostante i capelli, la pelle era tesa e non faceva grinze, e anche i capelli, ora che li vedeva meglio, non erano bianchi come quelli dei vecchi, non avevano striature grigie o giallognole e non erano rigidi come i capelli dei vecchi, erano folti, di un bianco compatto come tessuto.
Il bianco dava al suo volto una strana morbidezza che gli cancellava quasi i lineamenti, mettendo molto in evidenza gli occhi, occhi come Pietro non ne aveva mai visti e che non avrebbe potuto dimenticare: le sclere erano rosa, quasi rosse, e anche se non contenevano nessuna espressione particolare, le ciglia bianchissime li chiudevano in una linea netta che dava al suo sguardo e alla sua intera figura una tristezza asciutta e come senza fine. Solo allora, mentre lo guardava negli occhi, Pietro si rese conto che pure l’uomo stava guardando lui: gli si era fermato davanti e lo fissava, le spalle scese e la bocca bloccata in un’espressione di incredulità e di delusione.
Dalla baracca venivano dei rumori, l’uomo si voltò a guardare mentre la voce di Sorchelettrica chiedeva che succede, e Pietro ne approfittò per gettarsi a terra. L’uomo restò fermo, passando con lo sguardo dalla baracca a lui, che ora stava seminascosto tra le piante, nella baracca si accese una luce e l’uomo sospirò. Si piegò sulle ginocchia, all’altezza di dov’era Pietro. Scostò la giacca e poggiò le braccia sulle ginocchia, e nella tasca interna della giacca Pietro vide una pistola. L’uomo si portò l’indice verticale sulle labbra, per dire di fare silenzio.
– Chi è? – Chiese la voce di Sorchelettrica dallo spiraglio della porta di lamiera che nel frattempo si era aperta.
L’uomo rimase ancora per un po’ con il dito sulle labbra, finché Pietro annuì. Allora si sollevò e continuò il suo cammino stravolto verso la baracca, si infilò dentro la porta di lamiera e se la chiuse alle spalle.
Pietro non restò a spiare, si alzò e corse fino a casa. Quando arrivò, i Ceri Santi di sua madre erano ancora accesi ma lui non scostò la tenda per verificare se il Rito era finito.
Nei giorni seguenti, mentre non parlava ad Augusto di quello che aveva visto, era tornato da quelle parti ma la macchina non era più dove l’aveva vista la prima volta.
L’aveva trovata solo più avanti, seminascosta dagli arbusti dove stava ancora oggi, quando lui e Augusto l’avevano trovata.
Dell’uomo bianco, invece, non c’era più traccia.
Sorchelettrica si comportava come sempre, stava seduta in veranda, rideva con le altre e faceva casino. Solo una volta l’aveva vista vicino alla macchina. Guardava il posto del passeggero attraverso lo sportello aperto e non faceva niente. Stava lì, guardava.

Non era stata la pistola, a convincerlo a tenersi per sé quello che aveva visto. Pietro non aveva avuto paura nemmeno per un attimo, l’uomo non lo stava minacciando: lo implorava di tacere.
La vera ragione per cui aveva mantenuto il segreto, la ragione che non riusciva a spiegare bene, era quella forma strana di tristezza che gli avevano trasmesso i suoi occhi senza espressione.
Aveva avuto l’impressione di essere stato lui, quella notte, ad essersi infilato nell’avventura solitaria di qualcun altro, un’avventura che non lo riguardava e di cui non avrebbe dovuto sapere niente.
Gli sembrava che l’uomo fosse finito lì per errore, in un posto remoto dove non sarebbe voluto arrivare, che era il pratone e che era la notte. Doveva esserci dietro uno sbaglio e un segreto, era una fine che l’uomo non meritava. Gli restava soltanto il silenzio: se nessuno avesse saputo che era finito laggiù, almeno, sarebbe stato come se non fosse successo.
Per questo Pietro non aveva parlato. La pistola non c’entrava niente.

– Che è questo? Sembra una pallottola.
Augusto accarezzava un foro sullo sportello dal lato del passeggero, che in effetti sembrava proprio un buco di proiettile.
Erano tornati alla macchina senza dire una parola, Augusto non l’aveva nemmeno guardato in faccia, e sentirlo parlare per Pietro fu un sollievo. Gli diede subito ragione – Sì, sembra, e guarda qua. Manca il finestrino.
Si avvicinarono per controllare: il finestrino non c’era più, solo frammenti di vetro lungo la guarnizione e dentro l’abitacolo, sparsi tra il sedile e il tappetino poggiapiedi.
– Allora scusa – disse Augusto – Non ci servono le chiavi.
Pietro guardò Augusto, che gli sorrise, infilò la mano nel buco del finestrino e tirò la maniglia. Lo sportello scattò senza problemi: la macchina era aperta.
Si guardarono un attimo e poi partirono di corsa verso la portiera dall’altro lato, quella del guidatore, tirandosi e spingendosi ridendo, per arrivare per primi, ma a metà della corsa Pietro si fermò.
Augusto batté col palmo sulla carrozzeria e gridò – Mio! – e solo allora si rese conto che Pietro era tornato dal lato del passeggero.
– Beh? Che fai?
– Niente. Mettiti tu.
– Che c’entra. Facciamo a turno allora.
Pietro aveva già aperto lo sportello dal suo lato e stava entrando nell’abitacolo – Che turni, tra dieci minuti quella viene e ci caccia via a bastonate. – Si allungò verso la maniglia interna dal lato del guidatore e l’aprì. Augusto si infilò dentro – Allora guido io. – disse.
Se lo meritava, Augusto, il volante. Non gli nascondeva niente. Se parlava fino in fondo di una cosa, capiva tutto. Se lo meritava.

Per un po’ si guardarono intorno sforzandosi di imparare a memoria la forma dei dettagli, la pelle dei sedili, la leva del cambio, lo sportellino del cruscotto, cercando nuove cose stimolanti o strane, ma non c’era niente, la carta che Augusto aveva visto dentro il cruscotto era effettivamente una mappa stradale, senza nessun tipo di appunto scritto sopra.
– Forse dobbiamo guardare il motore? – Chiese Augusto.
– Tanto non ci capiamo niente – rispose Pietro, e risero entrambi. – Dai, parti – Disse Pietro.
Augusto afferrò il volante e chiese dove dovesse andare.
– In campagna – rispose Pietro spostando a caso la leva del cambio, mentre Augusto girava il volante molto più di quanto, se fossero stati davvero in movimento, ci sarebbe stato bisogno.
Rimasero fermi così, adagiati sui sedili freddi, con lo sguardo puntato oltre il parabrezza, immaginando l’orizzonte che si allontanava e le sterpaglie che sfilavano via veloci, lasciando il posto a strade grandi e dritte, alle case lontane e sempre più rade e distanti, ai campi sconfinati e piatti e gialli di grano e pieni di maiali, mucche, polli e ogni altro animale che potesse trasformarsi in cibo, mentre il vento che entrava dal finestrino sfondato staccava le ultime spighe che gli erano rimaste appiccicate ai vestiti e le faceva volteggiare leggere sopra le loro teste.

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