Roberto Todisco, Jimmy Lamericano [scheda di lettura]

Il “fragile e audace” Jimmy è il protagonista di una bella macchina narrativa, abilmente condotta da un autore che dimostra di sapere raccontare storie. Il cuore della vicenda si situa tra il 1937 e il 1941, in anni che si fanno sempre più bui per l’Italia, in una cittadina del golfo di Napoli (si direbbe Portici, per le sue nobili ville sul declinante pendio del Vesuvio), ma non mancano un flashback che ci riporta al 1914 (la storia d’amore tra lo zio di Jimmy, giardiniere e poi proiezionista, e quella che sarà poi chiamata la Signora della villa, Giulia) e un epilogo che si colloca nel 1961 a New York, dove finalmente conosciamo colei che ci ha narrato la storia, Ellis − figlia di Teresa, la donna amata per sempre da Jimmy −, che in realtà ha già fatto rapidamente capolino a p. 157 (“Ora però sto tergiversando. Vi devo una presentazione…”). In breve: Giacomo Tancredi, detto Jimmy Lamericano a causa della sua passione per il cinema d’oltreatlantico e per la sua vaga brama di libertà, giovane, simpatico e seduttivo medico di belle speranze, allevato da una zia ex suora, Titta, e dal citato zio Gino, proiezionista del cinema Capitol, s’innamora – un vero e proprio coup de foudre – di Teresa De Liguori, figlia del suo primario. La passione li travolge: Teresa, però, non solo è già sposata, ma ama profondamente il marito, un raffinato giornalista ebreo, al momento assente perché inviato in Abissinia. Tancredi, per la scandalosa relazione da lui stesso confessata al dottor De Liguori, si trova costretto a lasciare l’ospedale dedicandosi con lo zio alla gestione del Capitol. Il marito di Teresa torna e Teresa interrompe la relazione. Dopo una serie di vicende da cui emerge la brutale rozzezza del fascismo paesano e la radicalizzazione del fascismo nazionale (le Leggi razziali, l’alleanza con la Germania), un eteroclito gruppo di personaggi troverà riparo e protezione (per un po’…, perché poi la situazione inevitabilmente precipiterà, e in modo drammatico) nella villa della Signora: Jimmy (che ha finito con lo scontrarsi con i bulli fascisti del paese, gestori anche di un giro di prostituzione), lo zio Gino (cui è stato distrutto il locale), Teresa De Liguori e il marito, Italo Weiss (ricercato per motivi politici e razziali), la prostituta Luisa ed anche Gennarino, giovane infatuato di tutte le dive hollywoodiane. Insomma una strana costellazione, in cui Teresa si trova a convivere con entrambi gli uomini da lei amati, i quali finiranno con l’apprezzarsi e l’accettarsi a vicenda. Il gruppo, lontano dal paese e dalla città (Napoli), lontano dalla tragicità della storia, vive per qualche tempo nel sospeso e splendido isolamento della villa e del suo parco, in un mondo a parte, in un Paese tutto per sé, mettendo in atto una forma privata di resistenza alla sordida realtà. La sua via di opposizione e di fuga consiste nell’immergersi nella visione dei film americani (messi sempre più in difficoltà in Italia dalla Legge Alfieri del 1938) di cui hanno una riserva che verrà arricchita grazie a uno straordinario incontro. E qui si inserisce il singolare episodio che mette in scena una Greta Garbo “in carne, ossa e sorriso” (“A Gennarino… sembrò di sentire l’odore della sua pelle. Così deve profumare la luna, pensò”, 127) che trova anch’essa momentaneamente riparo nella villa: l’attrice − recente interprete di Ninotchka, film, come si sa, molto apprezzato da Stalin – è stata inviata dal governo americano per prendere contatto con agenti sovietici al fine di far recedere l’Urss dal patto Molotov-Ribbentrop. Episodio, naturalmente, d’invenzione (peraltro, non senza agganci nella realtà storica) che si inserisce alla perfezione nel narrato, mantenendo sempre accesa la credibilità.
Il testo è tutto tramato di echi cinematografici soprattutto hollywoodiani, tutti precisi e pertinenti, da Accadde una notte, a L’orribile verità, alla Grande illusione, al Grande dittatore, al già citato Ninotchka. Per non dire di Jules et Jim che ha evidentemente ispirato l’idea del peculiare triangolo amoroso. L’autore gestisce con sapienza queste suggestioni, che non rimangano estemporanee e giustapposte, visto che proprio attraverso il cinema i nostri personaggi (a parte il politicamente e culturalmente consapevole Italo Weiss) scoprono una realtà più ampia e germoglia in loro un sempre più forte anelito alla libertà. Allo stesso modo, l’autore gestisce con tocco lieve gli elementi di storia anche drammatici. Con ironia, sa restare sempre su un piano finzionale di superficie, senza cadute di gusto, da un canto, e, dall’altro, senza rovistare troppo in quello che nel teatro antico si chiamava l’osceno. La sua è una sorta di favola, insieme malinconica e vitale.
Le sparse imprecisioni non intaccano il piacere della lettura e sono facilmente emendabili. Il testo, poi, forse guadagnerebbe dall’eliminazione dei brani del romanzo scritto da Italo Weiss, La diga del sé: non aggiungono nulla di essenziale, rischiando semplicemente di appesantire un’opera il cui pregio fondamentale è un’intelligente leggerezza.

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