Nicolò Cavallaro, Le lettere dal carcere di 32 b [estratto]

Mia creatura marina,
le guardie pare non perdano occasione per scoraggiarci, per mandarci il morale sotto la suola delle scarpe; eppure sai che c’è: stavolta gli si è proprio ritorta contro.
Sono venuti nel braccio con le loro facce impassibili, e visto che le stoviglie dell’ultimo pasto erano state già ritirate, ho pensato che fossero venuti qui per metterci in fila e concederci un respiro d’aria nell’atrio. Sentivo che le mie gambe ne avevano bisogno, avevano bisogno di sgranchirsi, di poter mettere dieci passi uno dietro l’altro senza dover girare in tondo. Quando ci hanno detto di predisporci nel nostro serpentone, ho accolto il comando con sollievo.
Ma questi qui, amore mio… questi qui ti accarezzano con una mano, e tengono l’altra nascosta in tasca, stringendo un sasso. Ci portano fuori nell’atrio, ed ecco la fregatura: stava piovendo a dirotto.

La pioggia batteva forte, di certo da un bel pezzo: il terreno era diventato un’ampia pozzanghera fangosa.
Tutti noi indossavamo la casacca e i pantaloni puliti, perché il cambio lavanderia era stato fatto un giorno prima, non di più, e il cambio successivo sarebbe stato chissà quando. Per cui ci siamo dovuti raccogliere sotto il portico, non c’era molto altro da fare, a meno che non volessimo inzaccherarci e infradiciarci i nostri unici vestiti. C’è stata qualche timida lamentela all’indirizzo delle guardie, poi un leggero brusio, poi più niente. Tutti immobili, a guardare la pioggia sotto lo stretto controllo dei nostri custodi.
Ah, che lezione abbiamo dato a quegli idioti! Perché una volta superata la delusione, quello che è rimasto nei miei occhi, negli occhi di tutti, era una pioggia possente, maestosa, libera! E quell’atrio acquitrinoso, delimitato dalle mura perimetrali, è diventato presto sotto il mio sguardo mare, e non un mare qualsiasi, amore mio, ma il mare del Messico. La pioggia tropicale ci aveva sorpresi improvvisa, e ti ricordi come mi sbracciavo dalla spiaggia, mentre tu rimanevi incurante sotto il temporale, a fare il bagno come se nulla fosse? «Amore, è pericoloso!» ti gridavo, e tu te la ridevi… «È bellissimo» mi dicevi «vieni, vieni!» Lì in Messico quel giorno mi hai messo addosso una paura e mi hai fatto arrabbiare come non mai, e ti chiedo scusa, ti chiedo scusa adesso, perché mentre da sotto il portico guardavo la pioggia battere sul terreno, ho capito che avevi ragione tu, maledizione, e che bello sarebbe stato se anziché starmene a gridare dalla spiaggia, fossi entrato anch’io in acqua, sotto il temporale, e avessi fatto il bagno con te…
Ho distolto lo sguardo dalla pioggia per voltarmi verso gli altri carcerati, e mi sono accorto che ognuno di loro aveva davanti agli occhi il proprio mare del Messico, e che ognuno di loro stava mandando i propri pensieri a una come te. Alla faccia delle guardie, l’aria nell’atrio era pura, e la stavamo respirando tutti insieme.
«Perché mi fissi?» mi ha chiesto 32 A.
Sì, lo stavo fissando, e mi stavo chiedendo perché fosse qui dentro, qui nel carcere, intendo. Con la sua domanda mi ha colto alla sprovvista, così non ho trovato niente di meglio che rispondergli con la semplice verità.
Lui, immagino per il mio stesso motivo, con la stessa semplicità mi ha risposto: «Omicidio».
Mi si è congelato il sangue.
32 A ha capito, e mi ha dato il tempo di riordinare i pensieri, di digerire la notizia, quella parola così pesante, definitiva.
«E sei colpevole?» gli ho chiesto.
«Qui dentro non ci finisci per caso.»
Aveva una voce diversa dal solito. Del suo tono duro non c’era traccia, e anzi le sue parole, seppure terribili nella loro sostanza, mi erano arrivate cariche di un’onestà perfino amichevole. La pioggia, era evidente, stava facendo effetto anche su uno come lui.
È stato lui a riprendere la conversazione, dopo la quale, a quanto pare, come una scolaretta permalosa ha deciso di non parlarmi più. Mi ha rivolto la stessa domanda che gli avevo rivolto io: «Tu perché sei qui?».
Ma la mia risposta non gli è andata bene per niente.
«Sul serio» mi ha detto «stai tranquillo, rimane tra me e te, dentro la nostra cella.»
Così gli ho spiegato che davvero si trattava di un errore, non mi stavo trincerando dietro niente; gli ho detto che il mio caso è ancora aperto, e che l’avvocato ha in mano tutte le carte. Lui a quel punto ha cambiato espressione, ha assunto la sua aria di disprezzo e senza darmi la possibilità di replicare mi ha mandato a fare in culo, dandomi dell’ipocrita. Mi ha detto che se avevo voglia di fare lo stronzo, lui con me non aveva nulla da spartire. E ha smesso di parlarmi. Stop. Chiuse le comunicazioni.

Per quanto 32 A ci abbia provato a guastare l’atmosfera, amore, non c’è riuscito nemmeno lui. La pioggia scrosciava incessante. Era bella. A 7 B è venuto persino di chiedere una sigaretta a una guardia, hai visto mai. Ci sarebbe stata proprio bene una sigaretta, calda e morbida, davanti a quello che ormai per tutti noi era un vero e proprio spettacolo fuori programma. La guardia, manco a dirlo, ha risposto che le sigarette non erano ammesse. Mi chiedo: cosa potremmo fare di minaccioso con una sigaretta? Potremmo provare ad appiccare un incendio sotto questo temporale?
Be’, 7 B non ha avuto la sua sigaretta, però qualcosa di magnifico e inaspettato è avvenuto ugualmente. È stato 4 B a farsi avanti per primo, proprio lui, quello della scodellata di… – scusa, amore – quello della scodellata di merda in faccia alla guardia. Sai che ha fatto questo fenomeno? Ha mosso un passo fuori dal portico, e poi un altro, e un altro ancora, verso il centro dell’atrio; e poi si è fermato, ha aperto le braccia e si è preso tutta quella pioggia! In men che non si dica era completamente zuppo, come se fosse entrato in mare con tutti i vestiti; i pantaloni erano lerci e schizzati fino agli stinchi, ma chi se ne frega! 4 B, con il viso all’insù, era beato sotto la pioggia, e a occhi chiusi sorrideva, mentre l’acqua lo bagnava.
Mi sono ritrovato anch’io fuori dal portico. Non ho avuto il tempo di pentirmene: al primo passo ero già così fradicio da non avere possibilità di ripensamento, era fatta e basta.
Ho raggiunto 4 B, ho chiuso gli occhi, e tu eri di nuovo lì, mia sirena, a cantare sotto la pioggia tropicale del Messico, ad aspettarmi e ad accogliermi. Ti ho stretta, ti ho baciata, e abbiamo nuotato insieme.
Appena ho riaperto gli occhi, non c’eravamo solo io e 4 B al centro dell’atrio, eravamo dieci, dodici. Zuppi, infangati, ma per un po’ fuori da quelle mura.
Le guardie ci hanno lasciato fare. Poi, con la loro perentoria formalità che non ammette repliche, ci hanno richiamati sotto il portico, perché era ora di predisporci in fila: l’aria era finita. Sai, amore, le guardie sembra che abbiano un’unica espressione, ed è un’impresa capire quello che gli passa per la testa. Loro non hanno detto niente, mentre noialtri ce ne stavamo sotto la pioggia: non ci hanno fermati, non ci hanno impedito di andare, niente di tutto questo. Eppure, quando ci siamo messi in fila, prima di incamminarci lungo il tunnel verso il braccio, una guardia, rivolta a tutti e a nessuno ha detto quella frase, quella frase odiosa, sempre la stessa, che mi vien voglia di scippargli i denti: «Saranno presi provvedimenti».

Di nuovo in cella, mi sono spogliato e mi sono avvolto con uno dei due lenzuoli del mio letto, asciugandomi alla bell’e meglio. I capelli, è chiaro, sono rimasti umidi, se non proprio bagnati. Poi ho sciacquato i pantaloni sotto il filo d’acqua del rubinetto, cercando di togliere il grosso del fango; ho steso gli indumenti sulla mia sedia e ripiegato il lenzuolo bagnato sul tavolo. Infine mi sono coricato nudo sulla mia branda, coprendomi con la coperta di lana, che a dirla tutta punge, e non poco.
Ed eccomi a tirare le somme di questa giornata: i miei vestiti sono ancora fradici, sulla sedia. Ma quanto ci metteranno ad asciugarsi? Ogni tanto vado a tastarli, ma dovrò pazientare. Tutti i miei starnuti fanno presagire l’arrivo di un signor raffreddore, e non potrebbe essere altrimenti; quanto meno 32 A, visto che si ostina a non parlarmi, a non guardarmi, a fare come se non esistessi, non si lamenta dei miei rumori molesti.
Mentre ti scrivo, sono rannicchiato sul mio letto, con questa coperta di lana grezza a rosicchiarmi la schiena, le spalle e le braccia. Ma è ben poco prezzo da pagare, per una nuotata con te.

Ti mando il mio amore.
A presto, mia sirena.

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