Luca Mercadante, Presunzione [scheda di lettura]

Uno sguardo nuovo, diverso, dall’interno, sulla Campania definita camorristica – Castel Volturno, Villa Literno, Caserta, la costiera domizia. E un romanzo nuovo, di grande pregio. Siamo lontanissimi da un paesaggio e un ambiente alla Gomorra. Qui il fuoco è concentrato su una famiglia media, i Guida, di piccola borghesia per usare una terminologia un po’ obsoleta. L’autore conosce bene i luoghi e i contesti, le strutture mentali e le dinamiche sociali che governano le vite e i rapporti tra le persone. L’esistenza della famiglia di Lucio Guida (imprenditore edile specializzato in villette abusive sulla litoranea di Baia Domizia) viene sconvolta il giorno in cui il fratello gemello, Piero (uno spirito anarcoide, fuggito giovane a Roma dalle angustie mentali di Villa Literno, un passato in Lotta Continua negli anni settanta, ora fondatore della Ong Made in Africa, maestro di vita, ma già un po’ in declino, del nipote) scompare. Pur in assenza di qualsiasi ragione logica, e nonostante lo scetticismo della moglie e del figlio Bruno, Lucio si convince pateticamente – forse per riscattare il proprio non specchiatissimo passato − che il fratello sia rimasto vittima di un omicidio di camorra. E per questo subisce quella che Bruno definisce, non senza ironia e, anche, disprezzo, una svolta radicale “evangelico-legalizzatrice” (31). Lucio è guidato, in questa sua virata morale e nel suo nuovo corso, da un giornalista, Cigno, onnipresente ed esperto nella costruzione, interessata, di eroi civili. Mentre l’attività di famiglia frana nell’indifferenza di Lucio ormai totalmente dedito alle attività dell’Associazione per la legalità Piero Guida (fondata dalla triade familiare per sancire un’unità di intenti che non esiste) Bruno cresce e tenta di darsi obiettivi e orizzonti di vita suoi: “Ero destinato a ben altro” (31). È disposto a rinunciare al presente, sacrificandosi completamente in uno studio disperatissimo grazie al quale poter entrare a far parte di quella classe sociale i cui figli vede muoversi con leggerezza e disinvoltura intorno a lui. Continua a ripetersi che la vita non è ora, la vita è dopo (“Era dal quarto ginnasio che studiavo tutto il giorno e mi ripetevo: Lavora sodo Bruno. Studia e basta. Non ti stai perdendo niente, la vita vera non è adesso. La vita è dopo”, 7)
Bruno, a suo modo un eroe solitario (è questa la sua presunzione?) è il protagonista, l’io narrante e la soggettività forte della storia. La sua è una parabola, un ondulante tentativo di emancipazione dal mondo piccolo e angusto (la famiglia, il paese, l’ambiente sociale) da cui proviene, che disprezza profondamente e che tiene a distanza attraverso una vita isolata da primo della classe inavvicinabile. La sua crescita lo porterà a mischiarsi con quel mondo, a farsi amici e sperimentare le ambivalenze dei legami adolescenziali; a diventare un leader studentesco che ordisce e guida l’occupazione del liceo a Caserta (per conquistare Matilde, ma ufficialmente per intitolarlo allo zio martire anziché al vecchio Benedetto Croce); a trasformarsi da onanista solitario in amante compulsivo. I suoi aneliti di autonomia progressivamente si sfalderanno davanti alle delusioni e alle difficoltà. Ci sono molti temi collaterali che rendono la storia ricca; ci sono alcune osservazioni sul costume degli italiani, sull’importanza dei riti sociali, sull’ossessione per la celebrità televisiva; ci sono gli archetipi e le connivenze della classe politica locale che si costruisce e si cementa per via dinastica. E c’è una lingua fatta di accelerazioni improvvise che sanno sintetizzare in un paio di righe ben calibrate una parabola di vita, un’epoca, un paesaggio. Bello e dolente è soprattutto il rapporto del protagonista con la sua terra d’origine. Un orizzonte di attrazione-repulsione che si allarga in modo progressivo fino a non risparmiare nulla. Alla fine del romanzo, Bruno lascerà il liceo e si arruolerà – ambiguamente – nei parà.
L’autore è riuscito nella difficile impresa di disegnare il profilo di un giovane dei nostri tempi − postideologici e individualisti −, un giovane frutto di un’epoca che ha cancellato ogni dimensione collettiva, se non effimera. E lo ha fatto non astrattamente, ma radicando la storia in un preciso e significativo cronotopo senza presunzione, con la forza delle cose.

 

 

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