Luca Mercadante, Presunzione [estratto]

Tenere una casa di proprietà non era solo un pessimo investimento, secondo Piero Guida, ma era come pagare per essere fatto schiavo.
«La casa di proprietà è il ceppo a cui è legato l’italiano medio. La palla al piede con cui fanno credere ai padri di famiglia di avere un compito, uno scopo nella vita».
Quando Piero era da noi, mio padre tornava prima dai cantieri in modo da pranzare tutti insieme.
Lasciava tutto nelle mani dei cugini operai (più simili a scimmie dotate di vanga e cazzuola che a essere umani) cosa che nei giorni normali considerava un abominio, solo per il piacere di sedersi a tavola con il fratello.
Sono convinto che se fossimo vissuti in altre epoche, mio padre, per quei pranzi, avrebbe ucciso il vitello grasso.
Piero diceva di avere, in quel poco tempo, il compito di decondizionarmi, liberare il suo unico nipote dalla palude mentale fatta di doveri e sensi di colpa in cui ero costretto a nuotare ogni giorno.
Mio padre invece di offendersi se la rideva, a tavola, mezzo ubriaco e felice di avere il fratello a tavola. L’unica cosa che gli rispondeva sempre e sempre con le stesse parole, era: «Vi siete potuti permettere di fare i comunisti per trent’anni perché c’era chi votava scudo crociato per voi!» E anche mia madre, che aveva passato la mattinata a cucinare e avrebbe passato un paio d’ore a ripulire tutto, se la rideva, vestita carina come mai succedeva durante i giorni normali.
«Il fatto è che gli italiani non conoscono la possibilità di fare una rivoluzione. Sai quanti rivoluzionari ci sarebbero se la gente comune, come tuo padre, non dovesse pagare il mutuo o se non avessero una casa da difendere?»
Cose di questo tipo: i padroni, la proprietà privata… me le ha ripetute sempre uguali mentre il mondo cambiava, le case non si vendevano più e la piccola impresa di famiglia, che portava anche il suo nome, andava a rotoli. Nello stesso periodo mio padre si convinse di essere un fallito e decise che invece che nella sua impresa dovevo cominciare a fare esperienza in quella di Nicolino.
I discorsi di zio Piero intanto non erano mai cambiati, neanche di una virgola. Tutto uguale da quando frequentavo le elementari, fino al giorno della sua scomparsa, neanche la caduta del muro di Berlino aveva scalfito le sue convinzioni, anzi le aveva radicalizzate e reso i suoi discorsi dei veri e propri sermoni da cavaliere solitario. Procurandomi da ragazzino esaltazione, poi noia e alla fine insofferenza.
Ora che c’era tangentopoli, sembrava un ultrà di una squadra minore che ha finalmente conquistato la vetta della classifica. Come se, dopo anni di umilianti sconfitte, fosse venuto fuori che le partite erano truccate. Finalmente si poteva sventolare la bandiera rossa “Adesso tocca a noi!” sembrava dire il sorriso con cui giravano i sinistrorsi come lui. Alle successive elezioni avrebbe di sicuro vinto la coalizione di sinistra, al cui lato più estremo e integralista si erano posizionati i vecchi compagni di lotta di zio Piero, ipocritamente ammantati dal simbolo della Federazione dei Verdi.
Era tornato al paese in pianta stabile già da sei mesi, perché impegnato in un progetto di integrazione islamica: l’avvio della costruzione di una moschea a Villa Literno, su un terreno adiacente al ghetto degli africani. Aveva, per l’occasione, costituito una nuova associazione, alla quale, non aveva voluto che partecipasse nessuno dell’ONG Made in Africa.
«Questa volta voglio campo libero,» diceva, e infatti aveva usato i miei genitori, come teste di legno, per la costituzione dell’associazione.
Al paese ci sarebbe rimasto per soli altri sei mesi, secondo le sue intenzioni, giusto il tempo di avviare le procedure e il cantiere. Invece gli è toccato rimanerci per sempre.
«Una moschea?» gli avevo chiesto e lui aveva scambiato la mia indignazione per meraviglia.
Dovevo esserne orgoglioso, secondo lui? Forse la pensava così perché non aveva visto in che condizioni era il mio liceo: un ex mobilificio a cui avevano rubato la metà degli infissi.
Impegnati a costruire un edificio scolastico adeguato!, pensavo. Non replicai comunque, perché sapevo che zio viveva in un altro mondo e forse anche perché facemmo questa conversazione alla fine del mio penultimo anno e presto mi sarei lasciato il liceo Benedetto Croce, l’ex mobilificio, alle spalle. Già non era più storia mia, già non mi riguardava più.

L’obiezione di coscienza all’anno di militare rappresentava per Piero la prova del nove che, con me, non aveva sprecato tempo, parole e insegnamenti.
«Lo so che non vuoi dispiacere a tuo padre, ma prendi lo stesso il modulo per l’obiezione,» insisteva quotidianamente, anche se gli avevo detto di non averne intenzione.
Mio padre, di obiezione, non voleva neanche sentire parlare, perché mi avrebbe limitato se un giorno avessi voluto partecipare a qualche concorso pubblico. Da quando le cose per la ditta di costruzioni non andavano bene, voleva che mi lasciassi tutte le porte aperte.
«Comincia a mangiare il pane dello stato,» diceva.
Il concetto era che (si trattasse di stipendio, pensione, indennità per vera o presunta menomazione) ricevere un assegno statale mi avrebbe dato la giusta tranquillità.
Io non volevo dispiacere nessuno dei due, non m’interessava l’obiezione di coscienza, né il posto fisso. Sapevo che mio padre insisteva su quel punto, non perché mi deprezzasse, ma perché era preoccupato: costantemente preoccupato per i soldi, oramai già da qualche anno.
Costruiva e vendeva case da sempre eppure non eravamo neanche lontanamente ricchi. In poco meno di un mese tirava su file di villette in terreni non edificabili. Le acquistavano gli avvocati, i medici, i dirigenti pubblici, a tutta quella che il suo gemello chiamava ancora borghesia di Caserta e Napoli, ma anche del basso Lazio.
Per me non c’era niente di male, avevo letto i manuali di storia dell’economia contemporanea, avevo studiato abbastanza da capire quanto l’abusivismo edilizio avesse fatto bene all’intero paese.
Adesso la coscienza civica era cambiata, si parlava, anche a scuola, di ecomostri, ma non avevo niente da biasimare a mio padre o quelli come lui, né pensavo che fosse “colpa della camorra”.
I dipendenti di mio padre erano per lo più parenti molto prossimi: cugini trogloditi con cui era cresciuto (li chiamavo i Troglo-cugini) che senza di lui (l’unico a essersi diplomato geometra) avrebbero fatto gli operai in ditte di estranei: soggetti a padroni che gli avrebbero rubato la salute, soggetti alle intemperie e alle bizzarrie meteorologiche che toglievano giornate di paga agli operai che lavoravano a nero come loro. Soggetti alla concorrenza della manodopera balcanica e africana che, quelli delle altre ditte, reclutavano alle cinque del mattino passando con i camion alla piazza degli schiavi di Villa Literno.
Le cose precipitarono l’anno precedente alla scomparsa di mio zio. Le inchieste milanesi si erano allargate in pochi mesi a tutto il paese, rallentando ulteriormente gli affari. Non si aprivano più cantieri. Le commesse crollarono e il peso delle sei famiglie che si mantenevano sull’impresa schiacciò mio padre.
Si percepiva, sì, che fosse uno stallo temporaneo e che temporaneo fosse anche lo zelo delle forze dell’ordine, ma ogni volta che un cantiere veniva sequestrato significava perdere o quanto meno tenere bloccato il guadagno dei lavori precedenti. Ma i familiari non li puoi certo lasciare senza paga e per questo mio padre sembrava dieci anni più vecchio del suo gemello. Ed era per questo che i professionisti che compravano le villette abusive erano sempre spensierati e lui sempre più cupo.
Non avevo idea di cosa avrei fatto dei miei studi e del mio lavoro, ma sapevo di essere non solo superiore alla gente del paese, ai Troglo-cugini di mio padre, lo ero a lui stesso e in un certo senso ero un passo avanti anche a Piero Guida, perché per vivere la mia vita, affrancarmi dalla famiglia, non avrei avuto bisogno di alcuna scusa, neanche quella di salvare il mondo. Non avrei fatto l’impiegato delle poste né l’ecologista giramondo alternativo e tanto meno avrei messo su un’impresa onesta in terra di camorra. Se mi stavo impegnando così tanto era perché avrei fatto parte della classe dirigente che guadagna in maniera legittima, senza rischiare niente. Quanto più mi sarei impegnato oggi, tanto più sarei stato bene domani.
Questi erano i problemi che mi davano da pensare, altro che fare o no obiezione di coscienza! Non ancora sapevo cosa avrei fatto, ma mi erano bastati quei due giorni a contatto coi militari, per disprezzarli e desiderare di non averci a che fare.

Al distretto militare di Caserta le richieste per l’obiezione stavano, insieme agli altri moduli, su una scrivania uguale a quelle scolastiche, sotto la bacheca dei bandi per l’arruolamento nei corpi di polizia e nell’esercito. C’erano anche molti manifesti, tutti immagini di ragazzi sorridenti in divisa, accompagnate da frasi semplici: Fieri di aiutare il prossimo, fieri di difendere il nostro paese, fieri di conoscere il mondo, e tutte si concludevano con un “e avere un lavoro sicuro”.
Ebbi l’impressione che mio padre o mio zio (forse entrambi) mi stessero guardando. Loro non c’erano, certo, ma non era affatto improbabile che passasse proprio in quel momento qualcuno del mio paese. In un attimo, la voce “Bruno fa obiezione di coscienza”, sarebbe arrivata fino ai cantieri di mio padre.
Ero così in difficoltà che, per dissimulare il mio peccato, presi una manciata di moduli di vario tipo prima di arrivare a quello che interessava zio Piero.
In treno riguardai tutto quello che avevo preso (tra gli altri moduli c’erano anche le domande per fare il militare in polizia) prima di scendere ripiegai i moduli e li infilai nello zaino. Avrei fatto vedere quello giusto a zio Piero quando saremmo rimasti soli.
Non ce ne fu occasione, perché Piero non rientrò per cena né durante la notte. Il giorno dopo mio padre era già preoccupato. Preoccupazione inusuale visto che suo fratello si definiva “uno zingaro” e passava spesso la notte fuori oppure partiva senza dire niente a nessuno.

 

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