Igor Esposito, Alla cassa [scheda di lettura]

Un romanzo che senza parere, con leggerezza di tocco, sfiora il tema dell’insensatezza del desiderio e dei sogni, in questo caso la passione del gioco e delle scommesse, insensatezza che è però anche ragione di vita senza la quale l’esistenza parrebbe perdere di sapore.
“Fin da bambino mi spaventavano alcuni mostri. Non certo il lupo mannaro e neppure l’uomo nero. Alcuni mostri facevano sprofondare la mia animuccia nel terribile pozzo dell’angoscia”: così Leandro, il narratore/protagonista, inizia la sua storia, evocando la sensazione del perturbante (che è anche puzza di bruciato), che sempre lo accompagnerà nella vita e che invano cercherà di soffocare tuffandosi nel gioco. E anche quando, alla fine, sembrerà essersi liberato dalla sua insensata passione/patologia, in realtà vagheggerà di lasciarsi “sedurre, ancora per una notte, dalla frenesia di una scommessa”. Il Tintoretto rubato è stato gettato in fondo al lago che circonda Mantova, ma l’acqua “oscura, placida e indifferente” non è che una fragile copertura al rimosso che il dipinto rappresenta.
Sicuramente l’autore sa scrivere e sa scrivere in maniera vivace e accattivante, facendosi seguire con piacere. Forse qualche citazione culturale non strettamente necessaria. Ma bisogna dire che tutto fila gradevolmente, grazie all’ironia e all’understatement, per non dire che in parecchi casi la descrizione dei dipinti è consustanziale alla trama come accade con La tentazione di Sant’Antonio di Tintoretto, la citata tela rubata dalla sgangherata banda della SBP (Società Bollette Profetiche) per rimpinguare le casse del gruppo. Leandro, il narratore è figlio d’arte in molti sensi: il padre era un inserviente di Villa Borghese: anche il padre era vittima del gioco (carte) e anche il padre ha rubato, o meglio ha tentato di rubare un dipinto, un Caravaggio. Leandro crescerà a Mantova, dove con la madre si è spostato dopo l’incarcerazione e la morte del padre. Diventerà un copista di capolavori, perché il genio copia, come diceva il nano andaluso, ovvero Pablo Picasso. E il genio copia insieme alla mia animuccia e alla cassa diventeranno i refrain del romanzo. Ma la passione di Leandro saranno soprattutto le puntate sul calcio. Lì finiranno tutti i suoi guadagni come quelli dei suoi lunari amici della SBP, i lanzichenecchi. La loro vera vita è così, semplice e, insieme, ricca di pathos: trovarsi, discutere, giocare, seguire le partite col fiato in gola e, soprattutto, sempre sperare, sperare… fantasticare di stratosferici guadagni, anche contro ogni evidenza, e sempre fallire. Ecco l’immaginario del giocatore: “Perché, da veri giocatori, una volta dentro il tempio [delle scommesse], sembra non esistere più una delle più obsolete tiranniche invenzioni dell’uomo: il tempo. E tutto il mondo fuori sembra dissolversi… E così senza il peso del mondo, viene meno anche ogni forma di gravità, di richiamo all’ordine e alle incombenze, e ci si sente finalmente leggeri, liberi d’abbandonare la gravosa serietà del mondo dissolto, liberi di percorrere i labirinti delle proprie profezie, liberi di immaginarsi altri paradisi…” (71). Anche l’amore viene sacrificato a questa divorante passione che si autoalimenta: “forse un giocatore d’azzardo non è degno dell’amore” (84). E dire che le rare scene d’amore e di sesso sono, come raramente capita, davvero pregevoli e coinvolgenti: “Strateghi devoti all’orgasmo, lanciavamo le nostre mani… negli anfratti del corpo. La partita non era una battaglia che anelava alla vittoria. Si desideravano altri epiloghi: un incendio di saliva dopo un lungo assedio o una resa improvvisa… nell’esondare di un ultimo gemito, per poi soccombere al sonno, dopo un definitivo scacco matto” (66). Sempre variate sul tema unico che li appassiona senza stancarli mai le infinite (e dissennate) conversazioni tra gli amici della SBP: divertenti, e anche assortite nella lingua, sempre con una sfumatura dialettale di fondo, ben controllata, per poi erompere nella napoletanità degli inventivi monologhi di Vesuvio, il cuoco del gruppo. Alternando con efficacia passato e presente (come si è accennato Leandro ripercorre la propria vita, a partire dagli anni dell’infanzia trascorsi a Roma accanto ad un padre che ha il vizio del gioco delle carte fino a quelli dell’età adulta, in cui il protagonista si ritrova completamente soggiogato dalla propria passione), la narrazione, in cui la trama non riveste particolare importanza, si sviluppa secondo un registro fondamentalmente lieve, divertente e divertito, che sottende però carsiche malinconie e inquietudini. Tono quest’ultimo che prende il sopravvento nella pagina conclusiva. Tono cui allude anche il titolo e il refrain alla cassa alla cassa (per ritirare la vincita) che echeggia il più celebre a Mosca, a Mosca del Giardino dei ciliegi, evocativo di un desiderio destinato a restare inappagato.

 

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