Igor Esposito, Alla cassa [estratto]

Da bambino mi spaventavano alcuni mostri. Non certo il lupo mannaro e neppure l’uomo nero. Altri mostri facevano sprofondare la mia animuccia nel terribile pozzo dell’angoscia. Io la sentivo che si rimpiccioliva e s’impantanava nei botri e nelle pozzanghere dell’ansia. Mi paralizzavo e divenivo cupo. Il bambino non sorride. Il bambino vi dice: “Voglio restare immobile. Lo capite?! Come una pietra su una tomba”. – Basta con questi capricci! Andiamo! Non c’è nulla di cui spaventarsi… ululava la mamma. Ma la mia animuccia s’irrigidiva e sentiva la puzza di bruciato da molto lontano. La questione è molto semplice: per la mia mammina i mostri non esistevano e dunque non esisteva neppure la puzza di bruciato. Qualcuno potrebbe dire: è sempre e solo una questione d’interpretazione: per lei i mostri erano delle macchine banali, per me quelle macchine banali erano dei mostri. Riuscivo ad origliare i loro terribili versi da molto lontano, forse perché l’orecchio dei bambini è formidabile. E così origliando sentivo un battere come di denti che strappano carne a una piccola bestiolina, poi un fruscio di lama e un botto secco come di ghigliottina, che non lascia scampo alla testa della bestiolina. Questa era la sonata in do maggiore dei miei mostri. Sonata che veniva iterata una miriade di volte. Perché i miei mostri non erano come Paganini e crudelmente concedevano una miriade di bis. Dopo una lunga resistenza da trincea e innumerevoli “Basta!”, che ballavano in coppia a sculacciate sul culo, ero costretto a muovere un passo e poi ancora un altro. E così ci ritrovavamo in fila insieme ad altra gente. Io volevo urlare a squarciagola: “Fermi che andiamo al macello! Non li vedete i mostri?! Non la sentite la loro sonata?!”. Ma di colpo venivo meno e mi lasciavo cullare come un’alga dal mare. Nell’attesa qualche gentile signora mi accarezzava il capo o mi sfiorava la guancia. – Che bel bambino… Tenero, tenero, quanto è carino… – . “Cretina! Non lo vedi il mostro che a pochi metri ti sta aspettando? Manca poco, qualche passo, e nel giro d’un paio di minuti il mostro a te destinato falcerà le tue belle mani ingioiellate”. Questo avrei voluto urlare, ma mentre recuperavo la forza, la gentile signora sgusciava via. Solo in quel momento, io, alzavo lo sguardo e vedevo vicino al mostro una fata turchina che con le sue mani fatate accarezzava gli innumerevoli denti del mostro. E li accarezzava così bene che il mostro docilmente apriva la sua bocca. La gentile signora dava dei pezzi di carta alla fata turchina e la fata turchina con grande leggerezza riponeva i pezzi di carta nella bocca del mostro e poi docilmente la richiudeva. Ecco perché, alla fine, il mostro risparmiava le mani della gentile signora. Se vuoi salvarti ai vecchi mostri devi dare carta, perché per i vecchi mostri la carta è vitale. Solo più tardi ho compreso che quella carta si chiama denaro e i vecchi mostri si chiamano casse. Anche la mia mammina regalava carta alla fata turchina e poi dal carrello tirava via del pane, della pasta, della carne, frutta e verdura e riponeva il tutto in delle buste di plastica. E così finalmente ci si allontanava dai vecchi mostri. La mia animuccia riprendeva fiato e nei miei occhi, ne sono certo, risplendeva la grazia della fata turchina.

Molti anni più tardi, non ero in preda ad astratti furori, per un istante ebbi la sensazione d’essere tornato bambino e guarda caso proprio in quell’istante stavo dando del denaro a una cassiera del supermercato. E allora fu più forte di me: guardai la cassiera e le dissi: – Lo sa che lei è una fata turchina? ̶ . Lei non capì al volo quello che le avevo appena detto. Era troppo impegnata a tenere a bada il malefico mostro che volgarmente noi chiamiamo cassa. Ritornando in sé, mentre stringeva tra le mani la mia carta, disse: – Come?
Allora fui costretto a ripetere quella frase bambinesca perché alle volte anche da grandi ci si sente bambini. – Lo sa che lei è una fata turchina?
La ragazza mi guardò cercando di capire se davanti a lei ci fosse un Don Giovanni, un ubriaco, un pazzo o semplicemente un coglione. Io per tranquillizzarla avrei voluto dirle: “Non si preoccupi, non cerchi d’indagare per svelare l’arcano. In ogni uomo convivono un Don Giovanni, un ubriaco, un pazzo ed un coglione”. Ma non feci in tempo. La fata turchina mi guardò e a denti stretti, sospirando, disse: – Vada a farsi fottere…
Io presi il suo comandamento alla lettera e, con una piccola variazione, fu quasi come quando Cristo a Cafarnao, per pagare il tributo, ordinò a Pietro di andare al mare e prendere la moneta dalla bocca del pesce. Così anch’io come Pietro ubbidii all’ordine. Ma io non andai al mare a pescare la moneta dalla bocca del pesce. Preferii ubbidire alla fata turchina piuttosto che a Cristo e così andai a farmi fottere.
Fu proprio quel giorno, infatti, che appena uscito dal supermercato ricevetti una telefonata dal Negro. – Ho bisogno d’un prestito, dove sei? – Sono appena uscito dal supermercato. – Ti aspetto in piazza Arche, non tardare.
Lo raggiunsi e lo trovai seduto al bar della piazzetta. Con la mano mi fece cenno d’accomodarmi. Mi sedetti e ordinai un caffè. – Lo vedi questo pezzo di carta: in gergo lo chiamiamo lenzuolo… Presi il pezzo di carta tra le mani: aveva una lunga forma rettangolare e lo stesi proprio come si stende un lenzuolo, ma sul pezzo di carta non c’erano stampati fiorellini di campagna come su un rispettabile lenzuolo, ma bensì nomi di alcune squadre di calcio. Iniziai a leggere: Juventus-Parma 1 Liverpool- Everton X Valencia-Real Madrid 2
– Non perdere tempo le ho prese tutte, – mi interruppe il Negro. – manca solo l’ultima: River Plate-Estudiantes. Giocano stasera alle 22. Ho una doppia chance: 1X. Sul lenzuolo ho puntato 3 euro e se il River non perde ne prendo 750. Ma se dovesse perdere mi fotto, e allora deve scattare la copertura: 100 euro sul 2. Lo pagano bene, lo pagano a 5. E così andrò alla cassa matematicamente: 750 o 500 euro! Non si rischia niente, domani ti restituisco i 100 e ti faccio pure un regalino.
– Quando vuoi lo parli perfettamente l’italiano…
– Claro, vamos!– E così quel giorno l’argentino del Negro mi fece da padrino ed entrai per la prima volta in una sala scommesse e quasi per inerzia o per noia, aspettando il Negro, feci anch’io la mia prima puntata. La sala è un luogo ai più oscuro e che il nostro Tacito, come se fosse un novello Vitruvio, ama definire l’elettrico tempio. Luogo il cui nome, noi giocatori, conosciamo bene e non la confondiamo mai con un’anonima sala d’attesa o un’infame sala operatoria. La nostra sala ha un nome peculiare e conciso. Il suo nome è Snai. Un meraviglioso acronimo che vuol dire: Sindacato nazionale agenzie ippiche. Ma al suo interno ormai la percentuale di cavallari si è ridotta al minimo. I cavallucci trottano poco e galoppano male. Ora sulla cresta dell’onda ci sono una miriade di squadre di calcio sulle quali puntare. Ecco perché i cavallari sono diventati roba da archeologia della scommessa. Alcuni resistono, è vero, ma sono uno sparuto gruppo di nostalgici d’altri tempi e d’altre puntate. Su tutto il territorio stivalesco esistono circa quattromilacinquecento sale o per essere più precisi quattromilacinquecento punti Snai. La società è quotata in borsa ed è proprietaria degli ippodromi di Milano e Montecatini e si potrebbero annoverare anche altre cosucce tra le sue proprietà. Ma io non faccio il notaio e neppure il commercialista. Faccio il giocatore, o meglio, lo scommettitore e il copista di capolavori; e ci tengo a sottolineare che non mi sono mai dato all’ippica. Voglio dire che non ho mai puntato, neppure un misero euro, su un solo cavalluccio. Perché chi punta sui cavalli prima o poi fa la faccia gialla e si trasforma in un asino sempre pronto a esser deriso. Io profetizzo risultati esatti, vittorie fuori casa e 1 base, doppie chance, under e over, primi marcatori, capocannonieri, vincenti campionato e Champions League. Gli uomini che affollano le nostre sale non attendono né treni in partenza e neppure l’arrivo della donna amata. Per trovarsi a Madrid, a Monaco o a Milano basta fare una puntata e così di colpo ci si ritrova col cuore e con lo sguardo al Santiago Bernabeu di Madrid, all’Allianz Arena di Monaco di Baviera o al San Siro di Milano. Della mia prima puntata ricordo solo che il famoso bacio della dea bendata, che si posa sulla bocca del principiante, non sfiorò neppure lontanamente le mie labbra e dunque persi la mia prima scommessa. Però, ora che ci penso, una cosa la ricordo: la mia animuccia fu leggermente scossa dalla visione dei vecchi mostri. Dovete sapere, infatti, che una miriade di casse allineate formano il fregio inferiore del nostro tempio. Ogni cassa è come una metopa e dietro ogni cassa c’è un amazzone o un centauro. Le fate turchine sono evaporate. Questa è una guerra. È la guerra silente del gioco d’azzardo. E ogni giocatore ha un solo obiettivo: sfregiare la metopa e vedere la faccia stupita dell’amazzone o del centauro costretta, da un pezzo di carta che chiamiamo bolletta, ad abbassare lo sguardo, ad aprire la cassa, e a contare il denaro che raggiunge la somma della scommessa vinta. Quando tutto va come deve andare, quando ogni pronostico profetizzato si realizza, nel tempio s’alzano grida di gioia; e così l’ellenico giocatore sorride e lancia sguardi sprezzanti ai giocatori persiani che hanno visto i loro pronostici naufragare nel mare mentale di Salamina. Poi, dirigendosi verso la fottuta metopa, emette un triplice grido: alla cassa! Alla cassa! Alla cassa! Sarà lui a sfregiarla, sarà lui a farla saltare con la geometria euclidea della sua bolletta. Perché ogni scommessa centrata, ogni bolletta vincente, possiede una geometria euclidea ed è una rivelazione come le parole di Cristo che spengono le fiamme dell’inferno.

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