Emanuela Canepa, L’animale femmina [scheda di lettura]

Un vecchio e ricco avvocato reso amaro dalla vita, una giovane, timida e onesta studentessa fuori corso che lavora come cassiera in un supermercato, che rifiuta di (o non sa) esibire e sfruttare la propria femminilità. Uno strano incontro che avrà esiti imprevisti. L’avvocato Ludovico Lepore instaura un gioco insidioso con Rosita – questo il nome della ragazza − nell’intento, si direbbe, di renderla autonoma. In realtà, il suo, sempre più, viene delineandosi come un perverso esercizio di potere su una persona – in apparenza − più debole, e per di più donna (“Mi diverto moltissimo”, dice a p. 58). Esercizio di potere che è rimasta la sua ultima e stanca passione: c’è una ferita sotto questo comportamento, lo scopriremo (una storia d’amore, l’unica, pare, della sua vita, per Guido, un amico dei tempi del liceo, che ci viene raccontata in una serie di sette brevi inserti datati tra il 1958 e il 1961, che intervallano i tredici capitoli della vicenda principale). Ciò che vediamo in atto è la partita del gatto col topo. Con nulla di sessuale. Rosita – diventata sua segretaria – si muove in difesa e, sempre periclitante, pare destinata a soccombere, ma a poco a poco, sotto la guida del suo ambiguo Pigmalione, impara ad usare, non senza sensi di colpa, le armi della seduzione femminile (“Com’è possibile che bastino questi trucchi da quattro soldi per ottenere attenzione”, 69), ed anche la sua anodina relazione con Maurizio, un uomo sposato, si fa più sensuale. Ma Rosita deve fronteggiare oltre il potere maschile dell’avvocato, il potere castrante della querula madre – marchiata nella sua miseria sin dall’incipit: “la donna che stira ossessivamente è mia madre” −, potere che si esercita attraverso l’affetto e la cura (Maria aspirerebbe a un affetto “concavo”, cioè accogliente e non giudicante, come quello della collega Dina per i suoi figli, 108). Sembra non esserci via d’uscita. Ma lentamente Rosita acquisisce sicurezza, grazie proprio alla necessità di fare resistenza ai perturbanti maneggi dell’avvocato, maneggi la cui finalità le sfugge. E qui viene soccorsa da un senso morale che le viene dalla famiglia, senso morale che in lei cambia di segno, si fa senso della dignità, spogliandosi dalle conformistiche angustie materne. In una scena ben congegnata, in chiusura del romanzo, Rosita prenderà coscienza di essersi finalmente liberata degli sguardi che l’hanno a lungo tenuta prigioniera: sorride e non torna indietro, anzi si avvia in direzione opposta a quella dell’avvocato (dalla stretta della madre si è liberata poco prima opponendo, senza più sensi di colpa, un secco no alle sue povere fantasie matrimoniali).
Se vogliamo, un apologo dal punto di vista femminile. Reso splendidamente sul piano narrativo grazie a momenti e personaggi sempre incisivi – che restano nella memoria − e grazie a una lingua piana e, insieme, ricca e pastosa che come Rosita rifugge dagli orpelli. E grazie alla sempre sottile e sofisticata indagine dei rapporti e dei comportamenti. Ci sono squarci perfetti, rapidissimi − che non ostacolano mai il flusso del racconto – dei poteri che si esercitano più o meno carsicamente sull’esistenza quotidiana di una donna, come lo sguardo valutativo del maschio. Basti per tutti l’episodio (90-93) della visita di Rosita in un’officina meccanica per motivi di lavoro: deve far firmare delle carte al titolare per conto dell’avvocato. Sono tutti uomini quelli che vi lavorano, quattro più il capo. Mentre Rosita si trova nel piccolo ufficio separato dall’officina da una vetrata, sente gli sguardi di tutti su di lei: “Non ho bisogno di sentire quello che dicono… loro non si sforzano di dissimulare. Probabilmente non ne vedono la ragione. C’è una corrente diretta che unisce la smorfia compiaciuta del titolare e i loro sguardi aggressivi, e tutto punta verso di me. Uno scanner collettivo che mi attraversa misurando culo, tette e gambe…”
Anche la costruzione del testo, suddivisa tra pezzi narrati in prima persona da Rosita e inserti narrati dal punto di vista di un occhio terzo, in realtà quello dell’atrabiliare avvocato, risentito con la vita, è impeccabile.
Una prova decisamente matura e riuscita, tra l’altro dal bel titolo antifrastico.

 

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