Emanuela Canepa, L’animale femmina [estratto]

«Quindi, se capisco bene, questa giovane signora rifiuta il denaro. È stato solo un atto di generosità disinteressata».
Mi volto verso la porta della cucina. L’uomo sulla soglia è quello che ha appena parlato, ed è piuttosto alto. A un primo sguardo sembra di mezza età. Poi fa un passo avanti, sfiorando la periferia del cono di luce della lampada, e lì mi accorgo che deve averla superata da un pezzo. Ha i capelli bianchi, appena stempiato, e un’aria leggermente arcigna, ma forse è solo annoiato. In una casa simile si fa presto a immaginare persone tristi e malinconiche. È dritto, rigido, distaccato, ed emana una solidità che potrebbe essere quella di un uomo molto più giovane se solo le rughe non fossero così evidenti. Non può avere meno di settantacinque anni. E non mi sorprenderebbe scoprire che ha anche qualcosa di più.
«Tutto quello che accetta in cambio è il tuo caffè, Larisa», continua lui staccandosi dalla soglia e venendo verso di me, «Che non mi pare il modo migliore per ringraziarla».

[…]

«E quindi lei studia medicina?»
La mia allegria svapora in un momento. Provo molta vergogna quando mi fanno questa domanda. Mi sembra sempre che implichi il fatto di dovere dare conto di risultati che non ho mai ottenuto. Magari uno si aspetta di vedermi squadernare l’agiografia della studentessa perfetta: un certo numero di esami, una stanza in un collegio universitario, e una borsa di studio all’altezza di una vita dignitosa. Tutte cose che non ho più.
Le avevo quando sono arrivata qui, ma le ho perse una dopo l’altra e solo per colpa mia. La verità è che da due anni ho smesso di frequentare le lezioni perché non riesco a farle coincidere con i turni allucinanti che devo rispettare al lavoro, e abito in un appartamento all’interno di un casermone di sei piani, dove mi lasciano usare una stanza umida a un prezzo che posso permettermi solo perché faccio le pulizie di tutto lo stabile, una settimana sì e una no. Ero indietro con gli esami anche due anni fa, ma adesso la situazione è disastrosa. In queste condizioni la media dei miei voti è precipitata, ma al punto in cui sono è la cosa che mi preoccupa meno.
Quando mi fanno questa domanda quindi di norma mento. O comunque ometto qualche particolare essenziale. Gratto via lo strato di sporco più visibile e spero che non si noti niente sotto il tappeto. In genere ci riesco facilmente perché è raro che qualcuno si interessi a me al di là delle domande di circostanza. Il privilegio di essere una persona anonima è che, se hai qualcosa che vuoi nascondere, fai pochissima fatica per sottrarti alla curiosità degli altri.
«Sì, studio. O almeno ci provo e cerco di fare del mio meglio. Non è sempre facile». Spero che capisca che non ho nessun desiderio di approfondire l’argomento.
Mi fa cenno di accomodarmi sul divano, lui si siede sulla poltrona di fronte a me e mi guarda divertito. Mi porge una delle due tazzine:
«La sua ultima occasione di rifiutare. Larisa non se ne accorgerà. Io finisco per buttarlo quasi sempre in giardino, dietro il salice. Posso fare così anche con il suo».
Porto la tazzina alle labbra. In fondo non è cattivo come temevo.
«Allora, avevo ragione o no?»
«Pensavo peggio».
Sorride. O magari mi sta solo prendendo in giro.
«Immaginavo che avrebbe risposto così. Lei è proprio la persona gentile che sembra. Non mi riferisco solo ai modi. La buona educazione è sempre più rara ma diciamoci la verità, di per sé è solo un minuetto formale senza sostanza, alla portata di qualunque imbecille che abbia ricevuto un’istruzione elementare. Ma lei no, lei è genuinamente gentile. Capace di fare un bel pezzo di strada a piedi, la vigilia di Natale, per restituire un portafoglio», dice mentre annusa con vago disgusto il suo caffè, «oppure di negare l’evidenza di un caffè pessimo per non offendere la sensibilità di una sconosciuta», e con la mano fa un vago cenno in direzione della cucina. «È una cosa che non mi capita di dire spesso, e meno che mai di pensare. Onestamente il candore è una condizione piuttosto rara negli ambienti che frequento».
Esita ancora un attimo con la tazzina in mano, la solleva verso di me come se volesse brindare. «Se ce l’ha fatta lei, io non posso essere da meno», e manda giù il caffè in un unico sorso.
Poi appoggia la tazzina sul tavolo, la allontana fin dove riesce ad allungare il braccio, e mi guarda dritto negli occhi.
«Adesso voglio sapere tutto», mi dice.
Tentenno spaesata. «Tutto cosa?» domando.
«L’università, la sua vita, il lavoro. Siamo rimasti alla superficie delle cose, non mi ha ancora detto niente di serio. Qui non viene mai nessuno e io sono un uomo che si annoia. Per studiare è arrivata da lontano, quindi suppongo si tratti di qualcosa a cui tiene molto. Lei dev’essere del sud, immagino».
Mi illudo sempre di parlare un italiano molto pulito, che poi è l’unica eredità di cui sono grata a mia madre. Non ha mai tollerato l’uso del dialetto in casa, o le inflessioni inappropriate. In genere si intuisce che non sono veneta, ma nessuno riesce a definire una provenienza precisa. Una cosa che mi piace. Va a beneficio della mia vocazione all’anonimato. Ma si vede che lui non l’ho fregato.
«Sono di un piccolo paese vicino Salerno», dico sospirando.
Che è una definizione riduttiva. Non è solo piccolo, e comunque non è quello il problema. È un piccolo, triste, malinconico paese vicino Salerno, che solo a pensarci mi scatena un attacco d’ansia, probabilmente perché incombe sul mio futuro come una galera. Se le cose continueranno ad andare male come in questo momento, non avrò alternativa se non tornare in quel buco soffocante da cui sono evasa a stento, e la prospettiva mi devasta.
Esito. È la vigilia di Natale e sono in casa di uno sconosciuto che con ogni probabilità non vedrò mai più in vita mia dopo stasera. Mi ha fatto una domanda intima che riguarda una questione delicata. Potrei dissimulare come al solito, scivolare via impercettibilmente da questo argomento che fatico ad affrontare, finire il mio caffè e poi allontanarmi senza pensarci più.
Ma il fatto è che da quando vivo in questa città sono stata quasi sempre sola. Non ho amicizie. Io non prendo mai l’iniziativa perché mi sembra di non avere niente da offrire e perché non posso permettermi alcun tipo di attività sociale, e le persone che mi frequentano abitualmente, le mie coinquiline per esempio, mi guardano sempre come un oggetto strano, non qualificabile con precisione, e questo non mi invoglia a cercare la loro confidenza.
È tanto tempo che nessuno si interessa a me, ammesso che a casa qualcuno lo facesse per sincera curiosità, e non per intromettersi nei fatti miei. In effetti l’interesse nei miei riguardi è una cosa talmente strana che mi prende alla sprovvista. Questa sollecitudine, così diversa da quella manipolatoria di mia madre, si mescola alla mia malinconia e mi commuove. Per cui mollo le difese e gli racconto tutto per filo e per segno, a partire da quando sono arrivata qui piena di speranza e convinta di essere ormai praticamente salva, fino al vicolo cieco in cui sono finita e di cui non riesco a vedere l’uscita.
Gli dico di come ho perso il diritto alla borsa di studio due anni fa, e poi anche alla residenza in collegio, perché sono rimasta indietro con gli esami. Cerco di divertirlo con la cronaca della propaganda intimidatoria di mia madre che non si spiega il mio rifiuto a restarle accanto, oltretutto impegnata in un progetto in cui è convinta che non riuscirò mai. E gli racconto la battaglia che ho dovuto fare per entrare in possesso dei quattro soldi che sono tutto quello che mio padre mi ha lasciato prima di morire, e che lei vorrebbe che destinassi a un obiettivo più concreto. È l’unico fondo da cui posso attingere per continuare a pagarmi le tasse universitarie, perché di quello che guadagno non avanzo un centesimo. Finiti quelli, non so più cosa potrò inventarmi, infatti non li tocco mai ad eccezione di ciò che mi serve per pagare le rate. E se il venti del mese sono già senza soldi, cosa che succede almeno tre o quattro volte l’anno, piuttosto distribuisco volantini pubblicitari per i centri commerciali trasportandone a chili nello zaino e facendomi dieci chilometri a piedi. Certe settimane vivo solo di banane e caffellatte. Riciclo i vestiti delle mie coinquiline, anche quelli messi peggio. Ma i soldi di mio padre non li tocco. Perché fino a quando in quel conto postale rimane qualcosa, posso continuare ad avere una speranza.
Lui mi ascolta senza interrompere e nemmeno una volta mi dà la sensazione di annoiarsi. Si sporge leggermente in avanti e se rallento inclina la testa verso il basso invitandomi con delicatezza a proseguire. Mi offre un silenzio partecipe senza ammiccamenti o giudizi preventivi, e mi risparmia le valutazioni scontate e le frasi di circostanza. Il suo ascolto rispettoso mi fa sentire accolta.
Per una volta non mi vergogno di essere il disastro inconcludente che sono. Che poi non è del tutto vero. Mi vergogno anche di fronte a lui. Ma invece di nascondermi come al solito, oppure dissimulare, condivido il peso con qualcuno, lo scarico dalle spalle per qualche minuto e tiro il fiato. So che non è un’assoluzione. Solo una piccola pausa, che non cambierà il corso delle cose. Ma dio solo sa se non mi alleggerisce l’anima.
Quando concludo il resoconto delle mie miserie, lui distoglie lo sguardo e non dice una parola. Poi mi prende la tazzina vuota dalle mani e la mette via.
Si appoggia con la schiena alla poltrona e unisce le mani di fronte a sé sotto il mento, in un gesto che sembra una cosa a metà fra una preghiera laica e il puntello per un pensiero profondo. Poi fa un sospiro riflessivo e dice:
«Mi ci lasci pensare».

 

 

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