Davide Martirani, Il regno [scheda di lettura]

“Maria non era una ragazza religiosa, era una ragazza che credeva nel diavolo”, si dice a p. 9. E il diavolo in realtà è una presenza costante nei suoi sogni e nelle sue allucinazioni. Tu sei mia è il marchio che il diavolo, senza parlare, ha impresso lì da qualche parte nel suo corpo. Sente voci che la sbeffeggiano, sente risate demoniache. In realtà il suo cuore “è diventato un frutto secco da cui non si riesce a spremere nulla” (12). Maria, che viene dall’Est, è catafratta, non riesce a provare emozioni e neppure sentimenti; anche con la sua semplice madre non riesce a comunicare. C’è un trauma sessuale nella sua vita che l’ha come congelata per sempre: mentre ragazzina è nella tinozza insieme al cuginetto per lavarsi, a un certo punto si fa succhiare il seno ancora acerbo; sente di essere vicina a una scoperta essenziale, sente che “basta grattare un poco più a fondo per far venire alla luce il segreto nascosto tra le pieghe della carne”, ma vengono sorpresi dal nonno mentre sono intrecciati l’uno all’altra e la punizione feroce è inevitabile (sono pagine straordinarie, 104-6). L’unico suo desiderio, ormai adulta, è vivere riparata, nascosta, sprofondare “nel pozzo scuro della notte” (12). Il lavoro ideale per lei è dunque quello della badante, esistere solo come strumento della volontà altrui. Ma in realtà questo lavoro si rivela un’odiosa, per quanto rassicurante, prigione: “Non c’è modo, da fuori, di provare quello che significa ritrovarsi legati mani e piedi alla volontà capricciosa di un corpo malato, doverne seguire i ritmi giorno dopo giorno, adeguando la propria natura a quella di un essere incattivito dal terrore” (78). L’analisi del rapporto servo/padrone tra badante e badata è un altro dei punti di forza di questo misterioso e originale romanzo. Maria si comporta sempre virtuosamente, da “santarellina” come le dice la voce che la ossessiona, frequenta assiduamente la chiesa. Ma questo non sembra salvaguardarla, e Maria, come una novella Justine conosce le disgrazie delle virtù. Troverà una salvezza precaria in un gruppo di prostitute di strada che l’accolgono affettuosamente e vivrà anche un’ambigua storia d’amore. La salvezza definitiva la troverà instaurando un nuovo e anomalo rapporto familiare con la profondamente religiosa signora Emma (in carrozzella, dopo essere stata colpita da un ictus) da lei involontariamente danneggiata con un incauto gesto di generosità. La vera famiglia, sembra volerci dire l’autore, è quella che nasce da una scelta, non quella che viene dal sangue. Qui, nella vita semplice condotta nella casa di campagna dove vive Emma, a più stretto contatto con la natura, Maria trova una parziale redenzione, sentendo a poco a poco germogliare in sé sensazioni vitali: questo ci dice la corsa finale in bicicletta con il cane che la insegue, in direzione di un infuocato tramonto. La scrittura è inappuntabile, all’altezza di una materia tanto complessa, capace di gestire “l’incandescente” (termine che significativamente ricorre più di una volta nel testo) e tutte le gradazioni intermedie di temperatura, senza cercare risposte prevedibili o precostituite. Siamo di fronte a una sorta di apologo perfettamente risolto sul piano narrativo. Maria fugge la vita, cercando di mettersi sotto lo scudo di una vecchia bisbetica o dei consolidati riti della chiesa; il ghiaccio che la rinserra si scioglierà solo a contatto della strada e della natura. L’autore non fornisce per fortuna spiegazioni, si limita ad alludere: al sesso, al diavolo, alla religione. Non prende posizione: è il trauma sessuale che ha obliterato emotivamente Maria, o già, fin dall’origine, il suo mondo emotivo era inerte? Il diavolo è un’allucinazione o una realtà? La religione è una forza salvifica o no? Il Regno del titolo è quello del diavolo o quello di un dio, è quello del bene o quello del male? Domande destinate a restare aperte.

 

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