Davide Martirani, Il regno [estratto]

Maria si affaccia alla finestra e guarda la pioggia che scivola sui vetri. Un anno che sto qui, un anno a dicembre. Un anno intero passato in questa casa. Il riflesso della lampada le impedisce di vedere fuori, il vapore si condensa sul vetro partendo dai lati, forma una cornice opaca che cresce e si espande. Maria schiaccia il viso sulla finestra e guarda: il cortile chiazzato di pozzanghere nei punti in cui la terra sotto le mattonelle ha ceduto, le luci sulla facciata di fronte. È ora di cena per tutti. Sul fornello la pentola col coperchio appoggiato a lasciare una fessura, le zucchine che galleggiano nell’acqua, gonfie e nere come le dita di un affogato. Il fiume correva vicino a dove stava lei, grosso di piogge in inverno portava via tronchi e ruote di macchine. In ginocchio davanti al letto Maria diceva le sue preghiere ogni sera, e ogni sera l’ultima parola era per il fiume che scorreva vicino e per la sua minaccia sospesa. Aveva paura, Maria, non sapeva se stava pregando Dio perché il fiume non crescesse ancora o se invece era il fiume il dio a cui chiedeva di risparmiarli, parlandogli piano, cercando di lusingarlo con la devozione di una bestemmia.
La pioggia ha cambiato direzione, il vento la piega di lato sbattendola forte contro i vetri. La cucina è un sottomarino luminoso, protetto dalle masse di acqua e di buio che si agitano fuori. Il sibilo del gas fa da motore, alimenta il borbottare della pentola e riempie la stanza di una nebbia tiepida. Fa così caldo, Maria a volte pensa che il vapore sia un veleno, e che respirandolo la testa le si debba gonfiare a poco a poco finché anche lei andrà in giro con la testa piena d’aria e gli occhi impudichi accesi dalla follia e dal desiderio, ciechi a qualsiasi cosa che non sia il groviglio sotterraneo degli impulsi. Così caldo e non si può aprire. Quando è il suo giorno libero Maria esce di casa senza giacca, cammina sotto la pioggia in salita fino al parco e lì si stende per terra nell’erba bagnata dove nessuno la vede, sente l’aria che le ghiaccia la pelle e i brividi che le scuotono il corpo, le fanno male, i denti che battono mentre sta in maniche corte nel buio dei pomeriggi d’autunno, ed è felice.
All’altro capo del corridoio la porta è socchiusa, una luce rosata filtra nel vano, scivola sullo spigolo del muro e si allunga sulla parete. Si sente la radio, qualcuno che parla ed è come se fosse lì a parlare con la vecchia, qualcuno autorevole che discute di religione e canta i salmi con una voce da sepolcro. Ogni tanto a quella voce si sovrappone l’altra, quella che è davvero lì dentro, sottolinea e ripete, accompagna la chiusa delle preghiere con un amen ottuso e perentorio. Sono quasi le otto. Maria tira fuori i piatti e le posate, stende la tovaglia a coprire un quarto del tavolo e apparecchia per una sola persona che non è lei. «L’acqua non troppo fredda, mai in frigo» forse è la prima cosa che le ha detto l’avvocato il giorno che ha preso servizio, il giorno che è entrata in quella casa e non sapeva che era come fare un passo nelle sabbie mobili e che presto sarebbe stata immersa fino alle ginocchia, fino a dove non le sarebbero bastate le forze per dare uno strappo e tornare fuori. Maria ha le ginocchia delicate, fini, glielo dicevano tutti in paese e lei si sforzava di coprirle, lottando con il piacere sbagliato che le davano quei complimenti. Adesso pensa che poteva pure godersi quella lusinga, che tanto l’avrebbe scontata più avanti, perché le ginocchia delicate sono ginocchia deboli, belle da guardare e inutili. Maria versa l’acqua nel bicchiere per farla scaldare, con la forchetta infilza la carne pallida delle zucchine, ancora troppo dura. La vecchia mangia lentamente senza mai interrompersi, attenta a non perdersi nulla di quel poco che le è concesso di avere. Maria sente le pantofole di lana che strusciano sul parquet tirato a lucido avanzando verso la cucina. Si gira verso i fornelli dando le spalle alla porta finché non sente sulla schiena lo sguardo della vecchia che le cammina addosso. «Che freddo che si è messo, eh?», Maria annuisce senza voltarsi, sente le gocce di sudore sulla fronte mentre rimesta le verdure con la forchetta, le scola e le mette nel piatto. La vecchia si siede a tavola, ci mette un minuto buono a tirare a sé la seggiola e a sistemarsi sopra, avvolgendosi con cura nella vestaglia, ogni gesto lentissimo accompagnato da uno sguardo duro di rimprovero per i sani, che esiste solo per dire tu non puoi nemmeno immaginare. Maria mette in tavola le zucchine e solleva il coperchio del pentolino dove sta la pasta cotta a mezzogiorno e riscaldata, le penne bianche unite in una pappa indistinta macchiata qua e là dal rosso del sugo. Rovescia tutto in una scodella e l’appoggia delicatamente accanto al piatto da cui la vecchia ha cominciato a mangiare, intenta, gli occhi che seguono i movimenti della mano e la bocca che si apre e si chiude mostrando il colore livido delle gengive. Il grembiule ancora indosso, Maria si siede all’altro capo del tavolo, guarda la donna che mangia sforzandosi di vincere la nausea. La vecchia si lamenta che le zucchine sono troppo acquose, non è più stagione. La pioggia continua a cadere fuori, batte sul pavimento del cortile con un rombo vivace di bestia che gioca.
Qualche anno fa, Maria era arrivata da poco, viveva con la madre quasi fuori città, dove la notte bisognava stare attenti e camminare sotto la luce dei lampioni. Lavorava in una fabbrica di dolci e vomitava tutte le sere per i miasmi delle impastatrici sature di burro e cioccolato. La madre scherzava e diceva che era incinta, diceva così perché sapeva che non poteva essere vero, Maria la figlia coscienziosa, miracolosamente immune alle tentazioni del mondo, che a volte la imbarazzava per la ritrosia con cui rispondeva agli sguardi, ai saluti delle persone che non conosceva. Quasi una monaca. Un po’ le metteva tristezza che mortificasse in quel modo ogni espressione della sua salute – il vigore di chi ha appena vent’anni – ma meglio così che puttana, e dio solo sapeva quante madri avrebbero fatto a cambio con lei in ogni momento. Anche per quello Maria si sfiniva di lavoro, andava avanti senza soste e senza curarsi di stanchezza e malattie, faceva il doppio turno per sostituire le colleghe e tornava a casa solo per dormire, per mettere un velo di sonno a protezione delle sue giornate di fatica. Quello che gli altri ammiravano stupefatti alla madre suonava come una cosa sinistra, una determinazione suicida che era meglio interrompere prima che Maria facesse una brutta fine. Si era data da fare, aveva smosso la rete di cugini e compari che aveva in Italia finché non era venuta fuori la soluzione perfetta: la vecchia madre di un avvocato, imbambolata dai farmaci e dall’isolamento, le serviva qualcuno per far da mangiare, pulire e tenerle compagnia. Unica condizione è che fosse una persona seria, lavoratrice e religiosa. La madre non la finiva più di ringraziare, Maria avrebbe avuto una bella casa e un lavoro leggero, dove non doveva spaccarsi la schiena tutto il giorno e poteva mettere da parte un po’ di soldi, sarebbe rifiorita e lei sarebbe andata a trovarla la domenica e avrebbero mangiato insieme nel parco dietro le poste raccontandosi quello che era successo durante la settimana. Una ragazza seria e religiosa, nessuno meglio di lei rispondeva alla descrizione e nessuno avrebbe potuto lamentarsi. Quando gliel’aveva detto con le lacrime agli occhi la figlia era rimasta impassibile, ancora non capiva quanto sarebbe migliorata la sua vita finché sua madre non si era preoccupata per quella freddezza e allora Maria aveva detto che sì, naturalmente l’avrebbe fatto se era quello che voleva per lei, perché lei era brava e coscienziosa e non si sarebbe opposta mai. Quella sera avevano stappato una bottiglia di vino e ne avevano bevuto più di metà, la madre si era messa a piangere abbracciandola forte dicendo la mia piccola e che le dispiaceva così tanto separarsi da lei ma era la cosa giusta, la cosa migliore che fosse capitata loro da quando papà era morto. Maria aveva la febbre negli occhi e un grumo nella testa che le diceva no, anche se non riusciva a capire se era quel lavoro a cui doveva dire no oppure un’altra cosa, e comunque era stata zitta perché non era sicura.
L’avvocato le aveva accolte in salotto, con la pelle di cera delle mani che faceva contrasto con il vestito scuro e il bianco diverso del divano. Maria non aveva mai visto un uomo così stanco, stanco come se notte e giorno non facesse che tirare un carretto su per una salita che non finiva mai e che non aveva soste o stazioni, sempre uguale per sempre. Era tutto spento, gli occhi la voce e i gesti come se uno li vedesse da dietro una lastra di cenere, le veniva da provare compassione per lui anche se era brusco e si innervosiva quando non capivano le parole che pronunciava pianissimo, arrotandole tra i denti come un cane che si lavora un osso. Non si erano detti molto, lui si era alzato e le aveva guardate a lungo attraverso gli occhi pesanti, aveva guardato quasi solo la madre in realtà, come se lei fosse il venditore e Maria il cavallo da comprare, e lui pensasse che era necessario innanzitutto capire se il venditore era affidabile, visto poi che la merce non si poteva provare prima. È religiosa? aveva chiesto come se chiedesse informazioni sulla pezzatura del manto, cercando rassicurazioni in qualcosa che non capiva e che anzi detestava di cuore, ma che era necessario per il buon esito dell’operazione. La madre non aveva perso un secondo: Maria era una santa, la ragazza più devota sulla faccia della terra, la signora si sarebbe trovata benissimo con lei e avrebbero detto insieme le preghiere e cantato le canzoni di chiesa tutte le sere che Dio mandava in terra. Maria ascoltava e pensava a quanto grande fosse quella bugia. Certo, faceva tutto, i digiuni gli atti di carità le confessioni, ma senza mai provare gioia, come del resto è normale non provare gioia nello strofinare quotidianamente il pavimento con la spazzola, in ginocchio sulle piastrelle con la schiena piegata che fa male e i tendini del braccio che diventano sempre più caldi. Faceva tutto ma non perché sperasse in una ricompensa o perché lo ritenesse giusto, lo faceva perché aveva paura, una paura folle che copriva tutto e che era l’unico motore e fondamento della sua vita da più tempo di quanto riusciva a ricordare. Maria non era una ragazza religiosa; era una ragazza che credeva nel diavolo.

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