Vincenzo Grasso, “Tritolo”

Oggi nella mia testa ho trovato uno sgabuzzino. Nelle tasche avevo le chiavi per aprirlo. Non ricordo a cosa servisse, ma è in qualche modo un sottoscala ricurvo dove si depositano tutte le cose che non riescono a finire nel modo corretto, tutte quelle cose nella vita che si abbandonano storpie contro gli angoli e prendono quella forma ricurva e tu con loro.
Una volta avevo una vita fatta di asfalto e catrame e sempre un ombrello per la pioggia nella borsa. Studiavo Lettere moderne all’università e la notte mi perdevo un po’ brilla e baciavo Martino sotto le dita luminose dei lampioni.
Una volta vivevo in una casa in centro, vicino a una piazza di una Torino freddissima, un’astrazione in certe giornate, quando anche la Mole sembra solo una retta, un inciampo, un passo falso verso il cielo.
Una volta ero in terapia da uno psicologo che aveva il suo studio proprio dietro Piazza Statuto. Aveva gli occhi di un marrone radice e, tutt’intorno, nelle rughe del suo volto si aggrappava l’esistenza per scavare solchi. Parlavamo di letteratura, gli leggevo le mie poesie e mi diceva che avrei avuto un futuro, a sessanta euro a seduta.
Ho smesso di andarci quando mia madre ha smesso di ricordare lo sportello dove erano riposte le pentole, il cassetto dei farmaci, il nome della signora delle pulizie e poi pure il mio. Così ho iniziato anche io a dimenticare le strade che portavano alle piazze, gli sguardi che portavano agli approcci e i messaggi che portavano alle uscite del sabato sera.
Mia madre Clizia è morta un giorno di aprile crudissimo, con i fiori tutti aperti e il cielo così chiaro che mi aveva fatto paura pensare ci potesse essere qualcosa oltre. Al funerale c’erano tutte le mie cugine e anche mio padre, in prima fila, a chiedermi scusa per essersene andato e io a consolarlo.
Prima della morte di mia madre lavoravo in una libreria a San Salvario, stavo ogni pomeriggio alla cassa, nascosta dai libri di poesia di questi nuovi autori che vanno tanto forte sui social networks, buoni per twittare in 140 caratteri una massima sull’amore. Io scrivevo poesie sugli scontrini che la gente dimenticava sul bancone. Avevo chiesto qualche giorno di congedo per il lutto, ma all’improvviso la libreria aveva chiuso. Gli scaffali erano stati svuotati e non c’era più posto per i poetastri da dieci euro vicino alla sedia, dove mi accoccolavo, che era rimasta spettrale nel locale vuoto.
Quel giorno Martino mi aveva portata vicino Palazzo Nuovo a mangiare in un dehor una patata farcita al bollito di vitello. Ero abbastanza felice. Gli avevo raccontato della libreria, e mi aveva detto: non disperare. Avevamo l’amore e i soldi che mi aveva lasciato mia madre e lui magari un giorno si sarebbe deciso a proseguire gli studi e sarebbe diventato un grande ingegnere, ma nel frattempo si poteva vivere comunque. Ce l’avrei fatta. Mi sarei potuta rivolgere a mio padre, diceva. Era pure un’idea, no? Magari ce ne andiamo tutti e due a convivere a Milano da tuo padre e ci mantiene e ti trova pure un lavoro. È sempre uno importante lui là, né?
Poi mi aveva presa per mano, mi aveva portata a casa mia perché io avevo già cominciato a confondere le strade con i binari dei tram e le luci dei semafori con quelle dei lampioni e così via. E la casa era vuota e nera e mia madre era già morta da un mese ma sui vetri era ancora forte il suo sguardo, con le mani a battere sulla testa mentre si gridava stupida per aver versato tutto il pacco di sale nella tazzina con il caffè.
L’avevo spogliato sul divano davanti alla televisione muta. L’odore del suo petto era ancora acre e io misuravo il mio amore con il pulsare del suo sterno e le mie paure con lo sconquasso delle sue vene sul polso e le mie memorie con la morsa delle sue gambe. Poi a un certo punto mi disse di no, di star ferma.
«Che succede amore, ho fatto qualcosa di sbagliato?»
Si era alzato dal divano, accartocciandosi in un angolo del soggiorno. Mi ero avvicinata a lui. La realtà ci definiva così cubisti che per poco non ci tagliavamo a vicenda. Gli avevo messo una mano sulla coscia e lui aveva tremato, quindi l’avevo tolta. Si era masturbato da solo guardando in basso, mentre io mi giravo dall’altro lato con lo sguardo fisso sul tappeto persiano. Era venuto sul suo addome mentre io cominciavo a sentire freddo da ogni parte.
Avevo provato a baciarlo, ma mi aveva respinta. Gli avevo proposto di fare la doccia insieme, ma mi aveva detto di voler farla da solo. Il getto era violento contro la sua pelle e il vapore mi raggiungeva.
«Devo dirti una cosa importante che non ho mai detto a nessuno.» «Dimmi pure.»
Nuda, con le braccia intrecciate, mi specchiavo di nascosto nel vetro tondo del bagno, sotto la veglia degli spazzolini e del gocciare intermittente del lavandino.
«Penso di essere… come dire, ci ho riflettuto tanto e penso che mi piacciano gli uomini. Magari sono gay, ma mica è sicuro.»
«Dora? Hai qualcosa contro i gay?»
«No, no, tranquillo. Vado in cucina io. Ho un po’ di fame.»
Ero andata in cucina e l’orologio alla parete girava in un verso tutto suo e il conto delle ore non tornava. Il getto della doccia continuava a scrosciare e le lacrime con la stessa crudezza si aggiravano intorno alle mie guance. Con un coltello avevo spezzato una mela verde in due.
Ero ancora nuda, sentivo freddissimo. Non volevo lavarmi più, volevo rimanere sporca di quella solitudine. Ero tornata in camera dove avevo trovato Martino, rabbioso, che osservava le mie lacrime intanto che mi vestivo.
«Se piangi mi incazzo. Mi sono confidato con te, potresti per un istante capirmi? Sei l’unica persona che lo sa. Sei importante per me. Non fare così. Andiamo a fare una passeggiata. Magari ti spiego meglio, no?»
Con il suo motorino eravamo andati al Museo egizio e avevamo pagato il biglietto per la nona volta in questi nostri due anni di fidanzamento.
«Ti ricordi cosa mi hai risposto quando ti avevo detto che stavo cambiando, Dora? Che non mi sentivo lo stesso? Te lo ricordi? Che mi saresti stata accanto comunque. Non vuoi più?»
«Sì, sì, certo, insomma, ti accompagno in questa strada e vediamo insieme, magari poi capisci che non fa per te e torni da me.»
Mi aveva sorriso, pieno di pietà per se stesso. In realtà era vero, non era la prima volta che me lo diceva. Avevo sempre creduto fosse uno scherzo quando avanzava battute sui modelli Dolce & Gabbana nei cartelloni pubblicitari. Ci avevo riso su. Anche quando me ne parlava con un tono più grave, mi era proprio sfuggito, un po’ come sfuggiva il tempo a mia madre. Però poi il giorno dopo era tornato a casa mia e avevamo fatto di nuovo quel gioco squallidissimo degli amanti, ma stavolta mi aveva buttato contro il pavimento, tappandomi la bocca con le mani. Avevo finto di avere difficoltà a respirare. Si era sentito più uomo forse. Mi era sembrato felice e non avevamo più parlato della sua sessualità. Così si era fermato in casa mia per un tempo imprecisato, sul divano con me a parlare e dopo avevamo ascoltato il telegiornale, le televendite, il Grande Fratello. In seconda serata facendo zapping avevamo trovato qualche film erotico e la cosa ci aveva eccitati. Le nostre mani sudice si erano mosse per capire se c’eravamo ancora.
Avevamo stappato molte birre, era un cinema infinito. Che bisogno c’era d’uscire quando la vita era a portata di telecomando.
Non ricordavo più, davvero, lo scorrere del tempo e Einstein aveva proprio ragione, dissi un giorno, quando Martino mi chiese l’orario.
«Il tempo è relativo in base al sistema di riferimento preso in analisi.»
Così si era alzato per andare a pisciare e quando era tornato aveva aperto le tende. Saranno state le sei del mattino nel mondo degli umani.
«Mi sono innamorato di un ragazzo.»
«Ma sei recidivo?»
«No. Lo sapevi. Te l’avevo detto, d’altronde.»
Mi ero passata le mani tra i capelli. Avevo preso tutto lo spazio del divano per me.
«Va bene, ma ora togliti davanti la tv che non riesco altrimenti a cambiare canale.»
«C’è qualcosa che posso fare per te, Dora? Secondo te dovremmo rimanere amici? O ti farebbe male?»
«Quando vai per favore puoi chiudere bene la porta?»
Vivo in una casa chiusa dentro la mia testa.
Se guardi bene nello schermo del televisore puoi monitorare la mia attività cerebrale. C’è una stanza sporchissima per i ricordi, dove non pulisco mai perché abbandonare le macerie è l’atto più coraggioso che una donna possa compiere. C’è una camera per i giochi, per i pensieri belli, per l’infanzia che non finisce e che non visito mai, perché ho le mani troppo grandi per le costruzioni e ogni cosa che assemblo finisce per staccarsi da sola dopo poco tempo. C’è un salone con tanti tappeti, dove si annoda il destino e non ci sono televisori perché ci siamo già dentro. C’è pure una cucina con dei post-it sul frigo, per ricordare a mia madre le medicine da prendere. C’è una stanza per l’inverno piena di libri, ma ho provato a leggere e adesso che sono chiusa dentro la mia testa non riesco a distinguere i caratteri molto bene. C’è un balcone da cui si vede Martino che cammina fino a sparire e poi torna indietro innamorato, a braccetto con un uomo più grande e sono felici e anche io sono felice per loro.
Non so da dove si esce, non sono nemmeno più in grado di cambiare canale. Si saranno scaricate le batterie e dentro la mia testa non ricordo precisamente in quale cassetto della cucina le ho conservate.
Mi sento costantemente come se stessi attendendo qualcosa, forse una rivoluzione, forse arriveranno i partigiani a buttare giù la mia porta, prendere a martellate la televisione, la vita mia che è diventata vita di un’altra. E nel frattempo l’uomo andrà su Marte e si perderanno i contatti e noi non ne sapremo più niente e attenderemo che qualcosa possa accadere, da un istante a un altro. Una rottura, una piccola crepa nel muro, una scossa impercettibile che possa far vacillare il tutto.
Oggi nella mia testa ho trovato uno sgabuzzino. E dentro ho trovato un sacco nero con tutti i pezzi del mio corpo come reliquie che sentivo rifiutate. In questa mia nuova casa, dentro la mia testa, dove l’affitto si paga con gli anni che ti rimangono, non ci sono specchi, quindi ricompormi era impossibile. Ho richiuso tutto dentro il sacco di nylon e l’ho tirato fuori, se riuscivo, appena avrei trovato del tempo, sarei di certo andata a buttarlo.
E dietro c’era una bomba, un ordigno pieno di fili di colori sgargianti. L’ordigno pulsava insieme a un timer, che gridava un’ora e cinquanta minuti su uno schermo rosso.
Mi sono spaventata a morte. Ho chiuso la porta dello sgabuzzino rinfilandoci dentro il sacco nero con i pezzi sparsi di me stessa e sono tornata di nuovo in salone sul divano a guardare la televisione per smettere di pensarci. Ho visto tutto Pomeriggio Cinque fin quando non è apparso il telegiornale e fuori era arrivato un temporale estivo e aveva trafitto ogni cosa. E poi c’è stato un lampo, che non ho capito se fosse la vita tornata per prendermi alla gola. E la corrente se n’è andata e poi è tornata e io sono andata di nuovo nello sgabuzzino e mancavano solo tre minuti che mi sono serviti per attraversare il corridoio lunghissimo della mia testa, quello stesso corridoio dove da piccola ripassavo i passi di danza.
La corrente se n’era andata di nuovo e dentro era buio pesto e fuori c’era il mondo intero. Sono rimasta in attesa, con gli occhi serrati, a premere convulsamente il tasto d’accensione del televisore.
Alle mie spalle solo titoli di testa.

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