Slawka G. Scarso, “Sotto sopra”

Ci caricano velocemente sul retro di un furgone bianco. Non ci sono sedili, solo un paio di panche ondeggianti addossate ai lati del veicolo. Nella penombra senza finestrini la faccia terrorizzata di uno diventa lo specchio di quella di un altro. E il portellone non si chiude neppure. Ci aggrappiamo a noi stessi per non rotolare via.
“Forse ci vogliono fare fuori già da subito,” mormora Lidia e mi guarda. Tra poco dirà che lei non ci voleva neppure venire, che è stata un’idea mia. Come se non fosse un pensiero che mi assilla, come la goccia d’acqua di un rubinetto rotto. Giusto i ragazzi le rispondono, un paio di battute, tanto per ostentare un coraggio tutto costruito. Paolo mormora i comandi, mima le mosse, in sequenza ossessiva. Se non rispetteremo le istruzioni ci colpiranno all’istante, l’hanno ripetuto più volte. Digrignavano persino i denti mentre ci avvertivano.
Una manciata di minuti di viaggio e l’autista inchioda. Ecco, ci siamo. Ci fanno scendere in fretta, non c’è tempo da perdere. Forza, su, presto. Mentre usciamo ci contano nuovamente, una pacca sulla schiena che assomiglia a uno spintone, altro che incoraggiamento. Ci allontaniamo mentre il veicolo scompare dietro la folla.
La gente ci fa largo, le facce curiose, piene di stima o di superiorità, a seconda dei casi. Noi guardiamo in basso, la vista oscurata dai caschi, i passi imprigionati nelle mute gigantesche che ci hanno fatto indossare. Sentiamo solo un bambino domandare al padre: “Cos’hanno in mano, papà?” E allora noi stringiamo ancora più forte la pagaia. Che non molleremo mai. Lo giuro.
L’aria è satura di goccioline d’acqua microscopiche, ci avvolgono, s’infilano negli occhi, nel naso, nei polmoni. Annaspiamo. Un fragore incessante arriva da dietro gli alberi, a mala pena riusciamo a sentire le urla di Corrado, il nostro Caronte, che non ha bisogno di parole per farci capire che è disposto a pestarci, se necessario.
Superiamo un gruppetto di alberi aggrappati al terreno che scivola giù e stavolta siamo noi a inchiodare. Sotto i nostri piedi, un dirupo. Davanti, milioni di ettolitri al secondo travolgono ogni cosa in una serie di salti di cui il primo è di quasi cento metri. Ci aspettano rapide forza quattro, in una scala fino a cinque. C’era scritto persino sul volantino ma chissà perché, sulla carta, a casa, faceva un effetto diverso.
Guardo giù: in fondo al dirupo c’è un gommone rosso, seminascosto in un’insenatura, legato con un paio di funi che sembrano sul punto di cedere. Un cavallo impazzito. Scendiamo cercando appiglio dove meglio possiamo: pietre, rami, ogni sporgenza diventa salvezza temporanea. Il sentiero è segnato da pietre scivolose sulle quali le scarpe antisdrucciolo incluse nel prezzo non hanno la minima presa. È come camminare sul ghiaccio. Giù in fondo, Corrado assegna i posti in base al peso: io e Lidia dietro, con lui; Paolo e gli altri ragazzi davanti.
Quando ognuno è seduto, facciamo un paio di prove dei comandi poi Corrado passa alle ultime raccomandazioni:
“Tenete i piedi sotto i salsicciotti centrali per non scivolare fuori, ma liberateli subito se il gommone dovesse ribaltarsi, altrimenti rimarrete incastrati sotto. Le corde di salvataggio ai lati, invece, non le dovete neppure guardare. Mi avete capito?” Noi facciamo su e giù con la testa, il collo paralizzato tra le scapole. “Se qualcuno ci si aggrappa, lo lancio in acqua.”
Un paio di colpi di pagaia e veniamo risucchiati dalla corrente. Il gommone si scontra e rimbalza contro i massi agli argini del fiume. Noi su una macchina a scontro per adulti con qualche rotella fuori posto. I primi schizzi d’acqua ci colpiscono in faccia. Più freddi del nostro sudore freddo.
“Avanti, avanti!” grida Corrado mentre voghiamo seguendo ognuno il suo ritmo. Quando dopo le prime rapide ci riposiamo su un lato del fiume, lì dove l’acqua diventa un lago e quasi non si muove, ci accusa di non aver mai visto un gruppo meno coordinato. Per essere più convincente dà un colpo di pagaia in testa a Paolo che, seduto davanti, avrebbe dovuto dare il ritmo. Ecco a cosa servivano i caschi.
Corrado ci anticipa che passeremo attraverso una strettoia fra le rocce e dovremo fare un cambio di peso per non capovolgerci. Diamo qualche altro colpo di pagaia e siamo di nuovo in balia della corrente. Abbasso la testa per evitare la radice sporgente di un albero. Tiro a me la pagaia per non farla spezzare contro i massi. Presto siamo in prossimità della strettoia ed ecco che Corrado grida:
“Stop! Peso a destra!” Chi sta a destra come me rimane fermo, chi sta a sinistra si lancia dalla nostra parte. Nel farlo, Lidia quasi mi cade addosso e per evitarla sfilo il piede dal salsicciotto. Sto cadendo fuori. Dietro di me, un enorme masso appuntito, pronto a sporcarsi del mio sangue. Mi aggrappo alle corde di sicurezza e in cerca di aiuto trovo solo gli occhi di Corrado fissi su di me, il suo viso storpiato dalla furia:
“Molla quelle corde! Mollale! MOLLALE!” perché è vero, aggrappandomi alle corde sto facendo capovolgere il canotto ma dietro ho sempre quella roccia gigantesca e visto che il casco in dotazione protegge appena dalle pagaiate di Corrado, non ho intenzione di ascoltarlo. Mentre sto per sfracellarmi non mi passa davanti la mia vita in moviola. Non mi vedo alle giostre con i miei genitori che mi fanno fotografie un secondo sì e uno no. Non mi ritrovo a dare il primo bacio in vacanza al mare, né tanto meno a celebrare la laurea con troppo, troppo vino. Non mi dispiace neppure di non avere salutato come si deve i miei cari. Però sono attimi senza fine, dilatati, su questo i film hanno ragione, attimi in cui l’unica voce che riesco a sentire è la mia, mentre ripeto chi me l’ha fatto fare.
Alla fine il gommone ritrova il suo equilibrio. Un miracolo o le pagaiate vigorose di Corrado? Non ho tempo per rifletterci: la strettoia ci inghiotte subito, ci proietta come se uscissimo da un forellino in una diga. E improvvisamente è di nuovo tutto calmo, la spuma delle rapide si è dileguata, sciolta per sempre.
Ridiamo nervosi, quasi a ritenerci ridicoli della paura di poco prima, e illusi di aver recuperato le forze riprendiamo la discesa, ora con salti meno rischiosi.
Avanti! Sinistra, indietro! Stop! Circondati dall’acqua spumeggiante, alla fine di ogni salto veniamo puntualmente risucchiati nel vuoto dell’aria prima che un’onda ci ricopra. Poi il gommone scivola tranquillamente lungo il fiume, in certi punti così piano che ci si può godere la vista delle rocce ammassate lungo gli argini, dei rami che pendono a mezz’aria, del fogliame che ci fa da ombrello. C’è addirittura il tempo di mettersi in posa per una foto di gruppo – non inclusa nel prezzo.
Presto raggiungiamo il nostro ostacolo finale, ma già si vede la piccola insenatura dove ormeggeremo, e persino il lago dove avevamo in programma di passare il pomeriggio, destinazione di tutta quest’acqua che spuma o sta calma. L’ultima rapida si trova in un tratto piuttosto largo del fiume, con un gruppo di rocce al centro a spezzare il fluire bianco e blu. Corrado dice che è più pericoloso di quanto sembri. Si raccomanda di stare attenti ai comandi, ne darà diversi in pochi secondi. Incluso un altro cambio di peso.
Per sicurezza stavolta blocco il piede sotto il salsicciotto.
Il gommone è spinto in avanti con più forza del previsto, proprio verso le rocce.
“Sinistra, indietro!” urla Corrado, “Stop! Avanti! Stop!” Pochi attimi di silenzio, a tuonare resta solo l’acqua. “Destra, indietro!”
All’improvviso Lidia perde l’equilibrio, sta per cadere fuori. La vedo, le porgo la mano, ma la sua mi scivola tra le dita. Il gommone si sbilancia. Corrado chiama il cambio di peso ma non basta. Un groviglio di gambe e pagaie, ci aggrappiamo con le unghie al canotto ormai in posizione verticale. Un attimo e si ribalta del tutto. E, col piede ancora incastrato sotto il salsicciotto, rimango sotto.
Sotto al gommone un po’ di luce riesce a passare attraverso la plastica, dando una sfumatura rossastra e nera all’acqua vorticosa nella quale nuoto. All’interno si è formata una camera d’aria. Certo, la paura sarebbe sufficiente a togliere il fiato, ma si respira.
Prego di arrivare dove l’acqua diventa calma senza urtare contro qualche masso sommerso. Mi sembra però una preghiera fuori luogo. Perché sono io che me la sono cercata. Ho convinto i miei amici a venire. Ho addirittura prenotato. Ma prego lo stesso, tentare non nuoce. E funziona: non urto contro nessuna roccia e dopo poco la corrente si fa meno forte e l’acqua non è più una gigantesca cresta d’onda. È verdina, con qualche riflesso arancione-canotto.
Decido di immergermi e passare sotto al gommone. Inspiro profondamente, piego la testa, nuoto. La muta semistagna e il giubbotto salvagente sono gonfi d’acqua e rallentano i movimenti già spossati dalla tensione. Tento di immergermi ancora di più ma resto bloccata col casco sotto il lato del gommone. Non riesco più a muovermi. L’ironia della sorte. Le rapide sono finite. L’acqua è piatta. E io sto annegando sotto il canotto per colpa di un casco protettivo.
Il fiato comincia a mancare. Il poco ossigeno in circolazione rende ancora più fiacco ogni tentativo di liberare la testa. Ancora un attimo e inspirerò acqua. D’un tratto sento il peso del gommone alleggerirsi, la testa affiorare mentre il resto del corpo la segue verso l’alto. È davvero il corpo a salire, oppure la mia anima? Esco dall’acqua e cerco di recuperare tutto il fiato perso con un unico respiro. Quando mi riprendo, intravedo la sagoma massiccia di un uomo tutto bicipiti. Sorregge il canotto per un lato e dice:
“Volevi morire proprio qui che si tocca?”

 

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