Luca Mercadante, “Ricordati di respirare”

C’è una ragazzina al lato del cortile colmo di coetanei. Greta. Stanno tutti così stretti che sembrano un unico corpo liquido attraversato da onde. Settembre 1986. Gli iscritti al primo anno sono stati riuniti per l’appello generale. Sui gradini della scala di pietra nera che riporta alle classi hanno preso posto i professori; la vice preside domina tutti dal pianerottolo in alto. I ragazzini ammassati hanno tra i dieci e gli undici anni, devono aspettare che venga pronunciato il loro nome, rispondere presente e tenere a mente la sezione assegnata.
La ragazzina deve fare attenzione a che nessuno la spinga, la urti o per sbaglio le colpisca il volto rigonfio; si guarda intorno, per quello che può, attraverso i capelli acconciati il più possibile davanti alla faccia e il cappuccio della felpa tirato fin sopra agli occhi. Capisce che quello sarà il cortile per l’ora di educazione fisica, perché in un angolo sono accatastate due porte da calcio mobili e due pali per la rete da palla a volo. Abbassa lo sguardo, osserva il pavimento di cemento ancora umido sotto suoi piedi, è stato lavato con della candeggina. Sa di cloro.

Piego le ginocchia per tuffarmi in piscina, come mi hanno insegnato: braccia tese indietro per lo slancio. Ma in acqua una formica sta affogando, si dibatte. E i miei piedi rimangono sui mattoni rossi del bordo vasca. Greta tuffati, dice mia madre; lei è già in acqua e anche gli altri. La formica si lascia andare alla corrente che per fortuna la porta verso il bordo. Allora riprendo la posizione per il tuffo. Mia madre mi chiama ancora: Quante storie, dice, è solo acqua. Tiene per mano mio fratello; anche lui m’incita mentre continua a saltellare per tenersi fuori dall’acqua che gli arriva alla bocca: Vieni!
Mio fratello è l’unico con la cuffia, nessuno gliel’ha detto di tenerla, ma a lui piace la sua cuffia, perché sopra ha la pinna da squalo. Dov’eravamo in vacanza fino l’altr’anno, i bagnini non facevano che urlare: Cuffiaaa! da un capo all’altro della piscina. E urlavano anche: Niente tuffi. Ma a mio padre, che mi faceva fare la capriola in aria urlando “Missile”, non dicevano più niente.
Vedo che la formica ha ripreso a dimenarsi: così facendo si è allontana di nuovo dal bordo. Era quasi salva e ha rovinato tutto. Almeno sa di essere nei guai? Si ricorderà di respirare? Mi accovaccio. Tuffati, sento ancora. Alzo lo sguardo, mia madre e mio fratello si sono voltati a raggiungere mio padre al centro della vasca. Lui è con un uomo conosciuto al villaggio; galleggiano appoggiati con le braccia a un materassino circolare fatto a posta per tenere i bicchieri dei drink analcolici che rientrano nel tutto compreso. Parlano fitto, s’interrompono a vicenda, quindi l’argomento è il calcio o gli allenamenti di mio fratello.
Ritrovo la formica anche se è solo un puntino nero, ma solo perché già so che è lì e penso che è così per la maggior parte delle cose: le vedi solo se già sai che ci sono.
Raccolgo la formica. Nel centro del mio palmo si scuote per liberarsi dall’acqua, mi sembra un cane. Sto un po’ a guardarla. Capisco di non avere alcuna voglia di bagnarmi. Non so se lasciare la formica sui mattoni rossi o più in là nel giardino. Potrei anche chiudere la mano, sentirei il crack della sua corazza. Vengo sollevata in aria da mio padre, capisco che è risalito alle mie spalle, mi lancia in acqua divertito urlando: Missile!

La ragazzina al lato del cortile non ha gli incisivi. Greta. Li ha persi in vacanza in un tuffo finito male. Non se ne sono accorti subito perché, dopo la capriola terminata sul bordo della piscina, la gengiva si era solo leggermente gonfiata e poi guarita. A fine estate la madre della ragazzina la rimprovera, le dice che deve lavarsi meglio i denti perché ha gli incisivi grigi. La madre è costretta a ripeterlo anche il giorno dopo e l’altro ancora. Al quarto giorno, prende la ragazza per un braccio mentre sono a tavola e la porta in bagno. Spazzolino e dentifricio. Le tiene la faccia con una mano e con l’altra spazzola i denti per farle vedere come si fa, come se di anni ne avesse otto, dice: È così che vuoi essere trattata? Sulla porta del bagno spunta il fratello della ragazzina, un po’ la deride un po’ si nasconde dietro il battente. Dodici giorni prima dell’inizio della scuola gli incisivi cadono, la bocca della ragazzina puzza di marcio e la faccia le si gonfia durante la notte. Al mattino il naso non si vede più, le narici e la bocca sono solo buchi di una palla da bowling. Si riassorbirà presto, dice il medico del pronto soccorso. Il primo dentista vuole toglierle anche gli altri due incisivi. Il secondo dice di continuare con gli antibiotici, Dopo capiremo cosa fare. Ma poi dà loro il nome del suo professore. Un ultimo sguardo alla bocca della ragazzina e chiama lui stesso il luminare. Al telefono gli dice che è davvero urgente.
L’ultimo dentista sembra sia un luminare: mette la ragazzina a testa in giù giocando coi pedali del lettino meccanizzato. La ragazzina sente il centro della faccia pulsare al ritmo del flusso cardiaco. Per il gonfiore c’è solo da aspettare qualche mese, poi impianteremo i denti nuovi. Nuovi. Tra una settimana ci sarebbe il primo giorno di scuola, dice la madre al medico, il primo anno delle superiori. Il luminare si rimette a sedere dritto, premendo il pedale fa tornare su anche Greta. La sedia è lenta a risalire. Non c’è alcun motivo per cui, intanto che risolviamo, non debba fare una vita normale, dice il luminare. Normale. Poi fa un sorriso rivolgendosi alla ragazzina dalla faccia a pallone, Tieniti lontana dal campo di calcio, però. Ride. Aziona lo zampillo. Greta prova a sciacquare la bocca ma il gonfiore coinvolge soprattutto il labbro superiore e lei non riesce a trattenere l’acqua. Ci riprova. Il luminare e i due genitori distolgono lo sguardo. Uno dei due genitori fa piccoli no con la testa carichi si sensi di colpa. Due giorni prima dell’inizio della scuola la faccia prende lentamente a sgonfiarsi, adesso si rivede anche il naso, ma parlare le resta impossibile. Di parlare non se ne parla, pensa e le scappa un sorriso, doloroso.
Greta senza gli incisivi è al lato del cortile. Aspetta che la vice preside in cima alle scale pronunci il suo nome, sta meditando di alzare solo la mano. La donna capirà, forse. Magari continuerà a chiamarla e a cercarla nei punti sbagliati del cortile, perché le persone sono come le cose: le vedi solo se già sai che ci sono. Greta alzerà entrambe le braccia. Comincerà a dimenarsi per non affogare. Oppure rimarrà immobile in attesa della salvezza, di una corrente qualsiasi.

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