Giuseppe Imbrogno, “Gli altri”

Ogni sera, prima di andare a dormire, prendo dal comodino i tappi di cera che mi hai portato da Zurigo. Li scaldo fra le dita, li inserisco nei canali uditivi. Premo forte, un po’ fa male, voglio che aderiscano perfettamente. Ogni mattina assisto al fallimento delle mie precauzioni.
Anche stamattina mi hanno svegliato i passi di quella del piano di sopra. Anche stamattina quell’idiota si è messa le scarpe col tacco e ha camminato per ore prima di uscire di casa. Le ho detto mille volte di smetterla, lo sai bene, ma quella se ne frega. Dovrò litigarci sul serio la prossima volta. Sai che non mi piace fare scenate, ma non possiamo nemmeno lasciarle fare il comodo suo, non credi?
Sono stato paziente, prendo le mie precauzioni, il fatto è che i tappi di cera che mi hai regalato non servono a niente. Durante la notte si allentano, non importa quanto io li abbia premuti, la mattina è come se non li avessi mai messi. E poi nelle ultime settimane ho questo strano mal di testa. Ci ho pensato su e secondo me sono i tappi. Forse, per evitare di perderli durante la notte, li spingo troppo in fondo. Forse li ho usati troppo a lungo. Ad ogni modo, devo trovare un’altra soluzione. Dovrò convincermi a litigarci ancora una volta con quella, anche se la cosa non mi piace per niente.
Comunque, ti dicevo, anche oggi il mio sonno è stato interrotto molto presto. Sono andato in bagno per farmi una doccia. Nel piatto della doccia ho trovato dei capelli. I tuoi capelli. Li ho raccolti uno a uno e li ho buttati nel WC. Mi sono lavato i denti. Fatto la barba. Un paio di capelli li ho trovati anche nel lavandino. Anche quelli li ho buttati nel WC. Poi mi sono vestito e sono uscito di casa, ho inserito l’antifurto, mi sono diretto alla fermata.

Sull’autobus l’aria era irrespirabile. Io non sono razzista, lo sai bene, ma non se ne può più di questi pidocchi che riempiono i mezzi pubblici, non pagano il biglietto e in più puzzano. Ho tolto il portafoglio dalla tasca dei pantaloni e l’ho messo al sicuro nella ventiquattrore: a me non mi si frega. Naturalmente qualche moccioso ci disturbava tutti con il rumore che usciva dalle sue cuffie. Naturalmente c’era chi urlava dentro al cellulare. Odio prendere l’autobus, essere costretto ai rumori e agli odori di sconosciuti, a quella promiscuità, ma di questi tempi, dobbiamo fare un po’ di economia, ci tocca qualche sacrificio, non è vero? Per questo il lavoro non mi pesa. Perché so perché lo sto facendo, qual è il grande obiettivo, la meta finale, la nostra, amore mio. E poi oggi non è stata nemmeno una giornata particolarmente faticosa. Noiosa sì, come sempre, ma a questo ormai ci sono abituato.
Al ritorno ho ripreso l’autobus. Anche questo era strapieno, ovviamente. Per fortuna non c’era tantissimo traffico. Arrivato a destinazione, mi sono fatto largo spingendo. Appena fuori, ho preso una bella boccata d’aria, volevo togliermi di dosso la puzza di quei pezzenti.
Ho guardato bene da entrambi i lati prima di attraversare la strada, non si è mai troppo abbastanza attenti, poi ho tagliato per i giardini. Si era fatto già buio, guardavo bene a terra per evitare sgradevoli sorprese. È stato allora. Ho alzato un attimo gli occhi da terra e l’ho vista. Era a pochi metri da me, mi stava venendo incontro, forse non mi aveva ancora visto o non riconosciuto, per via del buio. La maledetta. Per un secondo ho pensato di fermarla, di litigarci. Ma ho rinunciato. Non volevo rovinare la nostra bella serata.
Ho rificcato gli occhi a terra. Lei mi è passata accanto, rapida, senza rivolgermi la parola, evidentemente sa di essere colpevole. Con la coda dell’occhio ho visto le sue scarpe coi tacchi che zampettavano via.

Sul portone ho trovato appiccicato un nuovo cartello Vendesi. Già il terzo in poche settimane. Non capisco casa nostra cos’ha che non va. Certo, ce ne sono di più belle, ma, bisogna essere realisti, al momento questo è il massimo che possiamo permetterci, giusto?
Ho attraversato il cortile.
Devo ricordarmi di dire al portinaio di spazzare via più spesso le foglie. Quando piove si bagnano, si squagliano, ti si attaccano alle suole, non te le togli più, ti restano appiccicate per giorni, uno schifo.
Sul portoncino della nostra scala c’era un biglietto. Invitava tutti i condomini a rispettare la quiete altrui. Non era firmato, ma deve essere di sicuro della Gelera, quella del secondo piano. Mi consola il fatto di non essere soli in questa battaglia.
Nella casella della posta ho trovato quattro lettere. Tre indirizzate a te, una dello Studio Legale Avv. Panseri. Mentre facevo le scale ho aperto la quarta busta, l’unica a me indirizzata. Informava che avevano provveduto a cambiare il numero di residenti dell’appartamento, con conseguente adeguamento della tassa dei rifiuti. Lì per lì sono rimasto un po’ interdetto. Non capivo. Poi ho pensato che doveva trattarsi di un errore. Dobbiamo ricordarci di sistemare la cosa nei prossimi giorni.
Entrato in casa, ho messo le tue lettere insieme alle altre, nel vassoio che sta sul tavolo della cucina. Lo so che non hai tempo, amore, sei sempre di corsa, ma dovresti iniziare ad aprirle, ormai sono un bel mucchio, magari qualcuna è urgente, bisogna starci attenti a queste cose.
Mi sono svestito e ho fatto una doccia veloce. Non ci crederai, ma su una piastrella ho trovato ancora un capello tuo. Ho raccolto e buttato nel WC anche questo.

Mi sono messo ai fornelli. Ho messo a rosolare il soffritto, stappato una bottiglia di vino rosso. Lo so amore, ti avrei dovuto aspettare, me ne sono versato giusto un dito. Quando era il momento, ho messo nella pentola gli asparagi, poi il riso, come mi hai insegnato tu. Per la tavola pensavo di usare i piatti del servizio buono, quelli che ci ha regalato tua madre, ma non sono riuscito a trovarli, e sì che li ho cercati dappertutto, dove li hai messi? Mi stavo innervosendo, allora mi sono rassegnato a usare la roba dell’Ikea, quella che ho comprato sabato scorso, quando tu non c’eri. Alla fine ero comunque contento del risultato. Era tutto pronto, era tutto perfetto.
Nel frattempo i minuti passavano, tu non arrivavi, non sono riuscito a resistere e mi sono versato dell’altro vino.
Non ci crederai, ma dopo un minuto, all’improvviso, sopra la mia testa, di nuovo i tacchi di quella maledetta. Pensavo fosse uscita per la serata, ma mi sbagliavo. E d’altra parte, quella chi vuoi che se la prenda. Da quando l’anno scorso l’ha lasciata il marito non l’ho mai vista con qualcuno. Deve essere una persona insopportabile.
Comunque, quella continuava ad andare avanti e indietro e allora proprio non ce l’ho fatta, cara, la pazienza ha un limite. Mi sono precipitato fuori, su per le scale, sono arrivato alla sua porta e ho suonato a lungo il campanello. La maledetta non apriva. Ho suonato ancora, più a lungo. Non apriva.
Allora non ho più retto e le ho urlato da lì, dal pianerottolo, le ho urlato tutta la mia rabbia, le ho urlato di smetterla di dare fastidio alle brave persone, di togliersi una buona volta quelle scarpe di merda, di lasciare me, noi due, tutto il mondo in santa pace.
Nonostante la porta sia rimasta chiusa, mi deve aver sentito, eccome.
Soddisfatto, sono rientrato in casa. La cucina puzzava di bruciato. Mi ero dimenticato il soffritto sul fuoco. La cena era rovinata. Immediatamente la rabbia mi è salita di nuovo, allo stomaco, alla gola, il suo sapore amaro in bocca. Ho preso il bicchiere di vino e l’ho scagliato a terra, sul pavimento, sul nostro parquet così bello e liscio, amore. Il vino è schizzato da tutte le parti. Pezzi di vetro sono volati dappertutto.
Sono stato lì qualche secondo a fissare quel disastro, poi la rabbia è ridiscesa a livelli accettabili. Mi sono messo a raccogliere i pezzi di vetro, uno a uno. Mi sono tagliato, gocciolavo sangue sul parquet, la rabbia che minacciava di tornare.
Ho trovato un po’ di garza e un cerotto in bagno. In qualche modo sono riuscito ad aggiustarmi. Il sangue ancora non si fermava. Ho aperto la finestra della cucina per far uscire la puzza di bruciato. Solo allora ho guardato la pentola del soffritto. Una poltiglia nera e maleodorante. Uno schifo.
Nel frattempo tu non c’eri.
Ho aspettato.
Ti aspettavo.
Seduto in cucina, la mano destra in alto per fermare il sangue, guardavo l’orologio appeso al muro, sentivo il ticchettare delle lancette, sentivo la rabbia salire.
Il tempo passava.
Tu non arrivavi.
Ho preso il cellulare.
Nessuna chiamata.
Nessun messaggio.
Ho chiamato la solita pizzeria.
Ordinato una quattro stagioni e una birra.

Amore mio, non ci crederai, ma stamattina grazie a dio sono riuscito a dormire il giusto. Evidentemente la vicina l’ha capita, la sfuriata è servita.
Mi sono girato verso la tua parte del letto.
Tu non c’eri.
Evidentemente sei uscita molto presto.
Ero comunque di buonumore, mi sono alzato e ho aperto la finestra della camera.
Il sole era già abbastanza alto, riscaldava, un inatteso anticipo di primavera.

Anche in cucina la situazione era migliorata. C’era ancora un po’ di puzza, ma sicuramente lasciando aperta la finestra tutto il giorno la puzza sarebbe sparita prima del tuo ritorno, così mi sono detto. Non c’erano tazzine, cucchiai, non c’era niente di sporco nel lavandino, sul tavolo. Ho controllato, nemmeno nella lavastoviglie. Strano, non avevi fatto colazione. Dovevi essere proprio di fretta.
Nemmeno io avevo tempo per fare colazione.
Sono andato in bagno, per una bella doccia corroborante.
Non ci crederai.
Non ci credevo.
Ancora quei capelli.
Neri.
Lunghi.
Sottili.
Bagnati.
Viscidi.
Almeno dieci capelli nel piatto della doccia.
Li ho raccolti.
Uno a uno.
Li ho buttati nel cesso.
Poi mi sono spogliato.
Ho aperto l’acqua.
Sono entrato nella doccia.
Mi sono insaponato.
Ho sfregato forte.
Ancora più forte.
Ho richiuso il miscelatore.
Ancora nella doccia, ho allungato la mano per l’asciugamano.
Mi sono strofinato forte la testa, gli occhi chiusi.
Ho riaperto gli occhi.
Guardato a terra.
Non ci credevo.
Non potevo crederci.
Il piatto della doccia.
Il bianco del piatto della doccia non si vedeva più.
Si vedevano solo capelli.
Capelli neri.
Capelli lunghi.
Capelli sottili.
Capelli bagnati.
Dieci. Cento. Mille capelli.
I miei piedi bagnati su quegli orribili capelli.
E allora l’ho sentita salire.
Più forte che mai.
La rabbia, amore, la rabbia.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Numero 15, Racconti. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...