Gabriella Dal Lago, “Cosa vuoi da noi?”

I nuovi inquilini si trasferirono nella casa al piano terra in luglio.
Sara abitava al piano di sopra, da sola; la ragazza con cui conviveva si era laureata ed era tornata a dai suoi genitori per l’estate, lei aveva due mesi almeno da passare sola in città a ultimare la tesi, poi sarebbe andata via per sempre; la solitudine non le dispiaceva. Cercò di ricordare chi avesse abitato a piano terra prima dei nuovi inquilini, ma non riusciva a mettere a fuoco alcun volto, alcun nome. Forse prima di loro non c’era mai stato nessuno.
La prima volta che li incontrò stava piovendo. Stava rientrando a casa con la bici dopo una mattina di ricerche in biblioteca e trovò davanti al portone del cortile un’auto parcheggiata con le quattro frecce, il baule aperto da cui spuntavano scatole, un tappeto, una sedia a dondolo smontata in più pezzi. Un ragazzo uscì dal portone con le chiavi in mano e le chiese Scusa, devi entrare qui?
Sara rispose che non importava, avrebbe legato la bici nella via, tanto non c’era nessuno.
Ma diluvia, aspetta che sposto l’auto.
No, figurati.
Va bene.
Il ragazzo disse Siamo i nuovi inquilini del piano terra, poi prese in braccio due scatoloni e mentre correva verso il portone, sotto la pioggia, disse Io mi chiamo, ma il suo nome fu portato via dal rumore di un’auto che le passava accanto suonando il clacson, con il conducente che urlava Signorina, si tolga di mezzo, rivolgendosi alla ragazza che era sbucata dal portone di casa e correva verso l’auto per prendere un altro scatolone da portare dentro.
Sara capì che non erano studenti e che si amavano.
La casa aveva le imposte bianche rovinate dal tempo, così i nuovi inquilini avevano pensato di riverniciarle. Un giorno, mentre metteva la bici nel cortile interno, Sara li aveva visti dipingere: la ragazza indossava una maglietta nera di qualche taglia più grande, che copriva le mutande ma non le cosce, e passava il pennello sulle imposte della cucina, mentre lui si occupava della porta finestra che dava sulla stanza da letto. Da lì, Sara sbirciò il letto matrimoniale disfatto, con le lenzuola arancioni che cadevano su un tappeto; dei vestiti per terra, altri sulla sedia a dondolo. Rimase ferma accanto alla bici fino a quando la ragazza non le urlò Ehi ciao! Anche lei rispose al saluto, e finse di rispondere al telefono e si allontanò verso l’ingresso, scusandosi con gli occhi per la chiamata inesistente.
Sara non riceveva mai chiamate da nessuno, se non da sua madre,
di solito la sera. Gli amici al massimo le scrivevano dei messaggi. L’unica persona che negli ultimi tempi provava a chiamarla era Flavio, con la scusa che gli servivano appunti o dispense, ma lei non rispondeva quasi mai.
Il lavoro con le imposte non era venuto un granché. Ogni mattina, quando Sara andava a prendere la bici oppure l’auto in cortile, il colore sembrava diventare più azzurro.
Era passato un mese dal loro arrivo, ma i nuovi inquilino non avevano ancora messo la targhetta sul citofono. C’era stato per qualche giorno un pezzo di scotch di carta bianco con su scritti i cognomi, ma era presto sparito. Sara ricordava soltanto che uno dei due era un aggettivo, o un sostantivo forse, che aveva a che fare con un mestiere. L’altro non era un cognome, ma due iniziali puntate: G.T. Nonostante la sua curiosità, aveva evitato di soffermarsi a leggere, per paura che qualcuno la vedesse. Al posto dei nomi, sul loro citofono spiccava la scritta Appartamento 1.
Capitò che di notte Sara li sentisse parlare; la sua camera da letto era proprio sopra la loro. Cercava di distinguere le parole in mezzo al brusio. Si rese conto che preferiva sempre di più studiare in casa, con le finestre aperte, un orecchio teso ai rumori che provenivano da sotto. Prese l’abitudine di fare dei brevi giri in bici solo per avere l’occasione di andare in cortile e osservarli. Dalla rastrelliera poteva abbracciare con lo sguardo la portafinestra della camera da letto, la finestra della cucina e quella del bagno. Era un’estate calda e le imposte stavano sempre aperte; inoltre, i nuovi inquilini non aveva messo tende ai vetri dell’Appartamento 1.

Un pomeriggio, tornata a casa da un colloquio con la relatrice, Sara indugiò a lungo con la chiusura della catena della bici, gli occhi che andavano sempre alla finestra. La ragazza era seduta al tavolo della cucina con addosso un accappatoio; in mano aveva delle forbici da cucina, con cui stava potando una piccola pianta. Il ragazzo non si vedeva, ma la sua voce arrivava in cortile; stava leggendo qualcosa. La ragazza sollevò di colpo la testa e i suoi occhi incontrarono quelli di Sara. Fu allora che Sara capì: li stava spiando, e loro lo avevano capito. Poi lei distolse lo sguardo e chiese al ragazzo Scusami, rileggi l’ultima parte, mi sono distratta. A quel punto il ragazzo spuntò da qualche parte, con un libro in mano, si avvicinò alla ragazza, le mise una mano sulla spalla e lesse:
Una volta all’interno gli parve che facesse più fresco qui che a casa sua; era pure più scuro. Si chiese se le piante avessero qualcosa a che fare con la temperatura dell’aria.
 
Quella sera Sara la trascorse a piangere, a letto, mentre dal piano terra arrivava il suono di una chitarra.

Alcuni giorni dopo decise di farsi avanti e, al ritorno dall’università, passò dall’enoteca e comprò una bottiglia di barbera. Durante il tragitto verso casa si specchiò nelle vetrine, cogliendo segni di trascuratezza in ogni capello fuori posto. Pensò a come la ragazza riusciva a sembrare elegante anche in accappatoio. Pensò alle braccia del ragazzo, ai muscoli contratti nello sforzo di sollevare gli scatoloni. Pensò che c’erano parti di quella casa che non aveva mai visto, e c’erano nomi per designare volti e cose che ancora non conosceva e che avrebbe potuto conoscere solo facendo quello sforzo: suonare il campanello e dire Vi ho portato una bottiglia di vino, io sono Sara.
Arrivò davanti alla porta dell’Appartamento 1 che sudava freddo; accostò l’orecchio al legno per capire se fossero in casa, ma non sentì nulla. Fece per salire le scale, andare a casa, ma fu tentata dalle finestre senza tende, dalla possibilità di gettare un occhio dentro casa. Superò il portone che dava sul cortile interno, si avvicinò alla rastrelliera dove era legata la sua bici, guardò verso la casa. Solo una sbirciatina.
Le stanze erano in penombra: una piccola lampada illuminava la testiera del letto, in camera; in cucina il piano di cottura rifletteva la luce gialla della cappa del camino; il bagno invece era al buio, e loro erano lì.
Sara intravide la ragazza, nuda, seduta sul gabinetto con le gambe aperte e la schiena inarcata all’indietro. Davanti a lei, in ginocchio, il ragazzo. Si muovevano lentamente, con lei che gli teneva la testa, le mani tra i capelli. Una mano del ragazzo salì verso il seno destro di lei, stringendolo. Quando raggiunse l’orgasmo, la ragazza gettò la testa all’indietro, azionando lo sciacquone. I due scoppiarono a ridere, e Sara con loro; ma poi gli occhi della ragazza si spostarono su Sara,  immobile accanto alla bici, con il vino nelle mani. La ragazza le mandò un bacio. Sara salì di corsa nel suo appartamento e da sola finì la bottiglia di barbera.

Qualche giorno dopo Sara trovò un post-it attaccato alla sua porta. “Che cosa vuoi da noi?”, diceva. Quel giorno stesso le telefonò Flavio, questa volta con la scusa che non ricordava le date della sessione estiva, e Sara gli rispose. Cominciò a dormire sempre più spesso da lui. Abitava in una mansarda dalla parte opposta della città: dalla finestra si vedevano i monti. Durante la notte Sara si svegliava senza respiro: cercava un suono, un mormorio che l’addormentasse, ma gli inquilini del piano di sotto, le disse Flavio, avevano lasciato da poco l’appartamento, e tutto il piano era sfitto, in attesa di qualcuno che lo riempisse.

Che cosa voleva da loro?

Sara finì la tesi, la consegnò, annotò il luogo in cui l’avrebbe discussa, comprò un biglietto per tornare a casa il giorno immediatamente successivo a quello della laurea. L’ultima volta che vide gli inquilini di Appartamento 1, i due erano separati da una porta: la ragazza era seduta sul pavimento del bagno, il ragazzo in ginocchio su quello della cucina, la schiena di lei era appoggiata alla porta, la bocca di lui all’altezza del suo orecchio.
Quella sera Sara si ubriacò con i pochi amici che aveva in città; fece l’amore con Flavio nella sua auto e fu molto chiara sul fatto che non si sarebbero più rivisti; tornò a casa a piedi, tenendo in mano i sandali con la zeppa che aveva appena comprato ma che si era scoperta incapace a indossare. Quasi senza pensarci aprì il portone, raggiunse il cortile interno e si appoggiò con la schiena a un’auto, rivolta alle finestre dell’appartamento. Gli inquilini avevano dato una festa: si intuivano una decina di ragazzi, forse alcune coppie, con in mano bicchieri di vino e piatti; alcuni appoggiati al tavolo della cucina, altri seduti a fumare. Delle lucine incorniciavano la finestra della cucina. E chiusa nel bagno c’era lei, la ragazza: ubriaca, scarmigliata, sembrava sul punto di ridere e di scoppiare a piangere insieme. Apri la porta, immaginò che le dicesse lui. Lei scuoteva la testa. Dai, fammi entrare, apri la porta, lui insisteva.
Sara si risvegliò per terra, nel cortile interno del palazzo. Era ancora notte, ma le luci del piano terra erano spente. Si alzò in piedi, cercò le scarpe. Gettò un occhio verso la finestra del bagno e riuscì a intravedere le sagome dei due ragazzi, appoggiati per terra, dalla stessa parte del muro, la testa di lei sulle gambe di lui. Un brivido lungo la schiena la scosse dal torpore. Si strinse nelle braccia, sentì qualcosa sulla pelle: dal braccio destro staccò un post-it giallo. “Che cosa vuoi da noi?”.
Prese il cellulare dalla borsetta e accese la torcia: il fascio di luce illuminò per pochi secondi l’azzurro delle imposte. Salire le scale fu più difficile di quanto avesse pensato; arrivata in bagno vomitò, fece appena in tempo a centrare il gabinetto. Si rialzò e si guardò allo specchio e le venne da piangere.
Trascinò le valigie giù per le scale… Alla stazione dei treni comprò un una busta e un francobollo. Mise un biglietto nella busta, e vi scrisse sopra l’indirizzo al quale aveva abitato per quasi tre anni, specificando “Appartamento 1”. Poi si rigirò tra le mani il post-it: “Che cosa vuoi da noi?”. Non imbucò la busta: ne fece pezzetti piccolissimi, quasi dei coriandoli, che lanciò fuori dal finestrino mentre il treno prendeva velocità lasciando la stazione. Si addormentò quasi subito, mentre il post-it che aveva conservato le cadde di mano e sparì per sempre.

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