Filippo Balestra, “Ipotesi atrofizzate”

All’improvviso ci sono: un incidente automobilistico, un soldato onu che fuma una sigaretta gratis, una lavatrice rotta. Intorno a tutto questo rimangono sempre i soliti astri sparsi tra quelli che noi abbiamo il coraggio di immaginare.
Per favore, cerchiamo di non dimenticarceli gli incidenti automobilistici e le lavatrici, i soldati onu gli astri, noi.
Noi, che poi, qui, si parlerà di ben altro che di noi.

 

Ciononostante per ora noi siamo:
un’entità sovracosmica
ma anche
un’entità spiritica
ma anche
un’assemblea costituente di qualcosa
ma anche
una metamorfosi costantemente interrotta che poi riprende sempre costantemente e poi interrotta di nuovo a fare lo stesso giro
ma soprattutto noi, dove con noi intendo noi e le azioni fatte da noi e le conseguenze di tutto e di tutto questo noi, astri sparsi sparpagliati scompigliati alcuni ormai scomparsi ma ancora lucenti perché troppo lontani per scomparire davvero di fronte a tutto questo.

 

Tutto questo può significare:
polvere di tempo che si appoggia, pulviscolo atmosferico che è il sospetto di qualcosa di sequenziale che scorre e che si insinua diacronicamente di lato e che improvvisamente pesa e che comunque esiste e può mutare cambiare forma fino a trasformarsi in trama con un incidente automobilistico e un soldato dell’onu.

 

La trama la si vede, non la si legge, ed è rappresentata, proprio come avviene per l’incidente automobilistico, da vettori portatori di forza di senso, senso spesso riconducibile a interazioni obbligate inevitabilmente legate a fattori spaziali tipo: incroci stradali inaspettati, toponomastiche inventate, geografie, geografie intuite, neogeografie, sbadataggini ma anche stanze, imperi interi in pochi metri quadri, eccetera su quadri di Picasso buttati a terra, eccetera su piastrelle e altri tipi di tipi di eccetera.
 
Premettendo che ogni parola è dittatura, prendere la trama e il soldato dell’onu e calcolare quindi il quantitativo approssimativo minimo di alternative necessarie atte al conseguimento della più totale libertà.
Comprendere nel calcolo i seguenti fattori:
1 – legge di gravitazione universale
2 – …
basta. Basta così.
Ché la forza di gravità ha bisogno delle parole per definirsi
Ma cosa se ne fanno, le parole, della forza di gravità? Chissà…

 

A questo punto bisogna trovare, anche per terra, sul marciapiede, un espediente narrativo riconducibile al primo algoritmo che passa, quindi inserire il soldato dell’onu, l’incidente stradale e la forza di gravità in uno spazio che si estenda in un’area bianca, calpestabile, entro confini che traccino l’insieme da noi selezionato, un insieme che raccolga le nostre parole escludendo quindi la totalità delle altre, l’infinità combinatoria del significabile, e che vedano opposta alla forza di gravità di cui sopra una lavatrice a cui però poverina non parte la centrifuga: a questo punto, inevitabilmente, la lavatrice diventa protagonista, niente più soldato dell’onu, niente più incidente stradale fatto da lamiere incastrate a polmoni e vetri infranti e airbag sgonfi: la lavatrice è più inevitabile dell’incidente stradale, dobbiamo quindi stabilire il limite tra evitabile e inevitabile, tra forza di gravità e la lavatrice rotta, piegare la nostra trama e sottometterla allo sporco che si vuole combattere, i panni sporchi in casa, il bianco, fino a che punto il bianco può essere così bianco che alla fine più bianco non si può? Dov’è l’apice estremo, l’orizzonte inarrivabile del bianco?

 

però poi

 

all’improvviso un colpo di pistola senza che prima ci sia stata la pistola, questo è male o perlomeno uno di quei deprecabili tipi di cortocircuito che comporta di conseguenza un “dove” fatto a forma di “dove andremo a finire?”
Colpo di pistola, inseguimento di automobile, inseguimenti di elicottero, esplosione, ascensore rotto e devi andare al quinto piano, ascensore rotto e devi andare giù di sotto, tremarella, altra esplosione, una voce alle tue spalle che dice“stai tutto il giorno al computer”… faccende domestiche, polvere, di nuovo pulviscolo atmosferico tipico di una certa zona geografica in cui guardando il cielo si pratica il turismo del pulviscolo atmosferico, con le cartoline e i souvenirs impolverati.

 

Ma, purtroppo, dicevamo:
Per stabilire un limite, si sa, è necessario prima stabilire un’origine. Dell’origine si può far quello che si vuole, basta scavare il terreno, a seconda della voglia di scavare che hai, a seconda dei mezzi che hai, che te li compri, i mezzi, che hai, per scavare e alla fine arrivare a dove puoi, a dove riesci a trovare i diversi tipi di origini. Per non parlare delle radici.
Origini e radici puoi fartene un bel mazzetto da regalare durante le serate galanti. Te lo porti in alta società.
Un’origine può essere un buco nero come un muro su cui sbattere.
Puoi metterti un casco apposta per le origini o provare ad affrontarle senza protezione o, come aquilone megafonico, farle volare alte sbandierate.
Con le origini puoi fare il bungee jumping. Presente? Quella cosa che ti butti con l’elastico. Ti butti giù, torni indietro, torni giù, torni indietro.
Terribili sono le origini.
Torni giù.

 

Io se dovessi adesso, ecco, cercare di spiegare le mie origini, direi prima di tutto “io chi?” poi direi scusate, poi direi avanti, prego, poi direi permesso, poi mi sa che direi di nuovo scusate, e poi riderei alla battuta di qualcuno che non ho capito se non ho capito o non ho capito se mi è piaciuta o se non mi è piaciuta ma rido.

 

Tra tutte le cose che si possono scegliere preferirei scegliere di non dover spiegare le mie origini, mettere le origini come un qualcosa da tenere in considerazione in funzione di un dopo, non in funzione di un prima, posporre le origini o anzi cancellare, cancellare tutto a cominciare dalle origini, precorrere l’eternità ma al contrario.
Mi dispiace, direi, direi scusate, di nuovo, chiedo permesso, scusate, muovo i fianchi tra i permessi concessimi dalla buona educazione fino a farmi lasciar entrare e poi mi butto su un divano in una stanza in cui le origini non sono argomento di discussione e c’è proprio scritto all’ingresso:
IN QUESTA STANZA NON SI PARLA DI ORIGINI

 

In quella stanza sfruttiamo lo spazio approfittando scrupolosamente dell’altra forma di disagio che è l’esistenza. Abbiamo una comodità di riferimento e sappiamo sostituire le nostre facce con le parole che diciamo; studiamo modelli comportamentali ma non ci accorgiamo di riprodurre il nostro. Se potessi darei carta bianca al mio modello comportamentale, gli direi fai tu, mettiti lì a descriverti in modo che io capisca cosa faccio quando lo faccio. Mettiti allo specchio e riproduciti da solo, modello comportamentale, guardati e guarda un po’ se vedi qualche elemento di te che non eri riuscito a delucidare con una tua nuova interpretazione di te stesso. Guarda se vedi qualcosa magari un che non avevi previsto, quindi indicizza, categorizza l’imprevisto.

 

L’imprevisto si crea esistendo.

 

E adesso ecco, dobbiamo mettere su un tavolo l’imprevisto che creiamo esistendo, e, provare a vedere cosa ne viene fuori toccandolo, infilando un dito nel fianco dell’imprevisto, un po’ gli diamo fastidio e un po’ gli facciamo il solletico, all’imprevisto, ecco, quindi toglierci le vergogne come vestito e accettare che soltanto parte dell’imprevisto creato è interessante, sezionarlo, l’imprevisto, filtrarlo, arrivare al nucleo dell’imprevisto e ricavarne solo la parte funzionale, farne forme esemplari da vendere a tutti, agli amici anche, a prezzi altissimi, prezzi inarrivabili ancora da calcolare incalcolabili.

 

Tutto questo per girare attorno all’inipotizzabile.

 

Tutto questo per cercare di non dare mai margini di spiegazione a quel che si sta assaporando, oscillando tra il poter dire e il poter non dire.
Il potere è questo: il potere è poter oscillare tra il poter e il potere, tra il poter dire e il poter non dire, circumnavigando l’argomento, andandogli intorno random, facendo finta che non ci sia argomento e che non ci sia nave né equipaggio in circumnavigazione: ognuno gira con delle gemme preziose nelle tasche, portatori di diamanti inqualificabili siamo, né grezzi né preziosi più che altro inquantificabili. Ecco, ci vorrebbe soprattutto un inchino, una genuflessione dei sensi e approfittare delle vertigini per godere di questa nuova altezza di questo sontuoso cratere di quarzi e pietre granitiche insite laviche che ci si staglierebbero innanzi verticali tipo baratro interstiziale pieno, ma anche: il baratro tipo buco nero, voragine: la voragine è portatrice di forza di gravità, più ci si cade e più se ne gode. Le gare di tuffi insegnano che le posizioni da assumere in caduta sono variabili e infinite. Imparare dai tuffi, imitare quell’equilibrio in caduta ma soprattutto tendere, se si può, alla caduta libera.

 

Ecco, buon esercizio quotidiano è imparare a immaginare  un equilibrio a forma di sfera appoggiato su un piano inclinato e non far nulla mentre comincia a rotolare verso il bordo, rischiando di cadere a terra. Stare fermi. Se cade non ci sono problemi, l’equilibrio non è fragile, l’equilibrio rimbalza, noi stiamo fermi.

Bisogna stare fermi per poter vedere un equilibrio cadere.

 

Poi c’è anche un inizio di storia d’amore qua. Lui le manda dei messaggi telefonici d’amore, lei è impegnata in qualcosa di diverso, non lo corrisponde. Lui le compra una rosa di plastica e una casa costosa ma non basta, lui le fa allora una dichiarazione d’amore a cavallo di un elefante e lei s’innamora, lei ama gli elefanti, lui non se n’era mai accorto, lui odia gli elefanti. Lui e lei si mettono insieme ma poi si lasciano e diventano altri per via degli elefanti.

 

Perché bisogna stare fermi ed essere soli per poter vedere un equilibrio crollare. Nessun caracollo emozionale, nessuna dipendenza affettiva memoriale verso niente, nessuna forma di antagonismo ostinato verso colori di maglioni o gusti di gelato. Nessun cd musicale preferito né proibito.
Per poter rimanere soli in punta di piedi in punta di ego, dall’alto guardare giù, ergersi sulla catastrofe schiantata appena avvenuta di un equilibrio in frantumi per terra, per poter rimanere soli bisogna allenare gli impermeabili che ci difendono, spalmarsi di crema repellente solare verso tutto verso l’esterno, rendersi trans (extra) territoriali, incodificabili.
Che la catastrofe è viva soltanto dopo. Prima della catastrofe c’è solo la possibilità dell’immaginazione della catastrofe e la catastrofe avvenuta è quel che di più reale si avvicina all’apice della possibilità dell’immaginazione della catastrofe soltanto dopo che la catastrofe è avvenuta. Realtà e immaginazione lassù in cima s’incontrano coincidono collimano e collidono, scoppiano: fanno la catastrofe

 

Grande esplosione: meravigliosa catastrofe.

 

Ecco, è giunto a questo punto che tornano ad essere importanti i protagonisti per una carriera narrativa galoppante e fiera e che ci aiuti a fuoriuscire dalla nostra migliore catastrofe interiore, la nostra catastrofe di disperazione periferica preferita.
Bisogna posizionare i protagonisti e uno lo mettiamo al supermercato.
Un supermercato quindi come scusa per una connessione tra un agente segreto dei satelliti e una tassista del Tennessee ma in provincia di una città qui vicino, forse Ragusa: Vienna. Ecco. I protagonisti, due, si amano, sono adesso al supermercato, sono spie segrete agenti detective privati molto discreti, gli altri protagonisti sono andati probabilmente adesso a una specie di funerale ma divertente. Cioè, divertente nel senso che succedono delle cose strane. Questi altri due, quelli del funerale divertente, sono uno senza capelli e l’altro con più capelli dell’altro. Ognuno piuttosto impegnato nel settore del suo lavoro. Ognuno con dei motivi per essere fiero di qualcosa, ognuno in fondo convinto di essere fiero di qualcosa che ha a che fare con sé stesso. In realtà molto spesso queste cose di cui i protagonisti vanno fieri non hanno realmente a che fare con loro, solo che è un piacere addossarsi ogni tanto dei meriti e ogni tanto delle colpe.
Tipo quando si perde in casa: perdere è un merito, la casa è una colpa.

 

Ma in questo momento vorrei mettere alcuni protagonisti in cima a una montagna innevata e pian piano muoiono di freddo. Parlano di morte. È normale parlare di morte se del tuo corpo senti solo che ti pizzica il palato. Insomma, tutto il tempo bloccati sotto la neve a parlar di morte e poi, alla fine, dopo molti episodi di tragedia fermi incastrati con la neve sotto al mento, alla fine muoiono, oh, era quindi giusto morire, cari protagonisti, al prossimo giro proveremo a immaginare dove sono andate a finire le vostre anime carissimi protagonisti dispersi, protagonisti a turno, velocissimi e intercambiabili.

 

Meno male che c’è la morte, che ci fa andare avanti.

 

Ecco, veramente sarebbe il caso di cominciare a buttare a terra pezzetti di trama e farli mangiare dai topi e dagli scarafaggi più veloci per vedere in che modo potrebbero loro farci qualcosa con l’esplosione di questo nostro veicolo narrativo in fuga durante l’inseguimento.
Vorrei vedere per terra sugli asfalti degli incroci questi insetti lordi e topi roditori mangiatori di tutto prendere e scatarrare e rielaborare i pezzi di frutta marcia dimenticata.
Nessuno ha capito bene com’è che le api fanno il miele.
Questi insetti lordi e logori aggirarsi loschi tra le strisce pedonali tra una svolta a sinistra di un tram in discesa, un tramonto che inganna su una frase in francese, i gabbiani stanno ridendo di noi, al di là dei romanticismi, al di là dei tramonti e dei moli. Gli insetti prendono i pezzi di storia a terra e lo elaborano e sputano e costruiscono un altro mondo che si basa su due regole: quella del purtroppo o e quella del nonostante tutto. Noi cosa facciamo? Noi chi? Facciamo? Togliete Henry Miller di torno.

 

E poi l’inettitudine. Per contrastarla dovremmo togliere gli scrittori di torno, eccola, la verità, per affacciarci da qualche parte e vedere senza vergogna dobbiamo prima poter dire di non aver mai visto nulla, letto nulla, assomigliare a tutto, normalmente, avvicinarsi il più possibile all’incomprensibile.
Per i poeti è diverso, i poeti come superorganismo potremmo metterli tutti in una stanza con un grande materasso a terra e farli dormire insieme quasi abbracciati, guardarli mentre si rotolano sul grande materasso, insieme convogliano nuove interpretazioni, li vediamo scambiarsi e sovrapporsi i sogni fino a poi vedere chi muore per ultimo.

 

E c’è poi una vecchietta che è la più tranquilla di tutti, attraversa la strada e dice: ma dove andremo a finire?
E ha ragione lei.

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