Claudia Bruno, “Quel poco che so di te”

Scendiamo dal treno e saliamo in macchina. Intorno è tutto buio, la campagna si nasconde dietro i lampioni, tra le fabbriche vuote. Siamo stanchi e non diciamo niente. Metti in moto e restiamo zitti. I vetri fanno presto ad appannarsi a novembre. Tu accendi e spegni l’aria, accendi e spegni, altrimenti la strada scompare dietro la condensa e non si vede. Non diciamo comunque niente. Tu guardi avanti, io guardo di lato. Ci chiediamo che ci facciamo qui, che ci torniamo a fare dopo tutta la giornata. Il viaggio, i regionali pieni, la benzina, la sveglia presto e i rientri così tardi. Questo posto è una carcassa di quartieri iniziati e non finiti, parcheggi e fabbricati, cantieri e container, sedie vuote e discariche abusive ai bordi, il mare in fondo. Abbasso il finestrino e lo sento, il mare, qui il mare ti chiama sempre, l’aria sa di sale sempre. Accendi la radio, c’è La sera dei miracoli, alzi il volume. Finisce la canzone e inizia il gierre, spegni che ci sono ancora i titoli, forse non ce la fai a sentire, io non ce la faccio a chiederti perché. Anche stamattina ci siamo svegliati alle sei, sono passate le sette di sera e per me è notte. Andrei direttamente a letto senza cena. Ma almeno una cosetta ce la dobbiamo mangiare, che ci fa bene. Lo dici sempre tu.
Questa macchina usata e piccola fa la curva e gira. Superiamo la fabbrica di caffè, il rivenditore di mobili, il parcheggio dei camion rossi, il bar all’incrocio con la statale, la trans, il distributore. Proseguiamo dritti ancora per qualche chilometro in direzione delle luci gialle concentrate. Poi tu metti la freccia a sinistra e parcheggi. Ti chiedo cos’è che stiamo facendo. Scendi e mi apri lo sportello. Vieni con me, dici. E mi prendi la mano. Sei bello con la barba lunga.
Zazà ci guarda dall’interno di una gabbietta subito fuori dal negozio, è insieme ad altri, ma è chiaro che lui è un’altra cosa. Lo porteremo con noi in una scatola di cartone. A casa con lui sarà tutto diverso. Il nostro appartamento stretto diventerà un castello. Zazà ci condurrà lungo gli spigoli del bilocale illuminato fiocamente dalle lampadine a risparmio energetico, e ci sembrerà di entrarci per la prima volta.

Il giorno dopo è sabato, niente treno, niente sveglia alle sei. Apriamo gli occhi e lo vediamo. È lì in un angolo che già ci parla, già ci guarda, fa respiri minuti, occupa uno spazio minimo. Lo portiamo con noi, sopra le coperte. È una gioia appena nata. Dovremmo trovargli un nome, dici. Allora faccio come faccio sempre con le cose senza nome. Lo prendo tra le mani e lo avvicino, per sentire com’è che si chiama. Zazà, dice quel piccoletto. Zazà, dico io. E tu ridi. Ti passi le mani sopra le ciglia e poi nei capelli, sbadigli, arricci il naso, ti stiracchi. Mi chiedi se voglio il caffè. Vorrei dirti che no, non lo voglio il caffè, perché il caffè fa iniziare le giornate e le fa finire, il caffè accelera il movimento delle lancette. Invece avrei solo voglia di far durare ancora questo momento. Di restare così, io, te e Zazà, sopra le coperte, un sabato mattina, nient’altro.
Mi chiedo se questo posto ci assomiglia, se si può assomigliare a un deserto di ferro e di polvere, a un’isola di cemento, alla tristezza che ti afferra la gola quando vai a buttare la spazzatura e senti i cani che abbaiano dai balconi. Vorrei tornare in Scozia sulla strada dove ci siamo fermati a fumare e abbiamo visto le alci, dirti che sono felice. Ti guardo ma non dico niente. E all’improvviso mi ricordo. Nei tuoi occhi trovo tutti i luoghi che abbiamo attraversato, quelli che ancora non abbiamo scoperto. Mi ricordo anche quelli.
Sulle case di fronte sono rimaste le impalcature, e i palazzi senza vetri sono sotto sequestro. Chi ha pagato non potrà andarci a vivere, non presto. Intanto ci dormono i gabbiani, Zazà ne segue i voli da dietro i vetri, ha gli occhi lucidi, con il naso per aria disegna dei minuscoli otto. Vuoi mangiare Zazà? Dici. Dai sempre da mangiare a quelli che ti sono cari. Lo fai con le mani, direttamente. Sbricioli il cibo e lo poggi dentro le bocche. L’amore lo misuri così, ti hanno insegnato così. Davanti alle creature più piccine ti spalanchi. Una ranetta, un pesce rosso, un fiore, un seme. Io, Zazà. Ti piace prometterci il “finché morte non ci separi”, sfiorarci le nuche, nutrirci, giorno dopo giorno. Allora carezzi il pelo, butti l’acqua, tuffi le mani in una teglia di patate, separi piano un arancino di riso, il bianco dal tuorlo. Fai scorrere le dita in superficie, una leggera pressione, quanto basta per sentire. Sai come restare in vita.
Zazà mangia con gusto, si lecca il musino, ha il naso che cola. Beve un poco, ci segue ovunque. Con l’andatura incerta e buffa gironzola per questi ambienti incompleti che da mesi aspettano di assumere le nostre forme. S’infila dietro ai mobili appena montati, sotto il letto che abbiamo scelto, negli scatoloni ancora mezzi pieni, quelli dei tuoi libri che aspettano uno scaffale, quelli delle mie scarpe da sistemare. Questa casa è un paese a metà strada tra me e te, tra quelli che eravamo e quelli che saremo, tra i pieni e i vuoti, i piccoli, i grandi. Zazà moltiplica i metri quadri, ci fa girare su noi stessi, ci costringe a terra, sdraiati, ci porta a spasso a quattro zampe per universi paralleli e distanti. Si arrampica dappertutto, ma su di noi di più. Vuole salire sui tuoi pantaloni, sopra la mia spalla. Si mette lì e non c’è verso di farlo scendere. Vuole stare lì, Zazà, nella parentesi tra una spalla e un collo. Sta in silenzio solo quando è arrivato in cima, poi vibra tutto di contentezza. E dopo un poco si addormenta.
Ridiamo, molto. Quanti mesi erano che non ridevamo così. Me lo chiedo ma non dico niente. Zazà dorme, non voglio svegliarlo.

Ci alzeremo alle sei di un mercoledì, lo troveremo sdraiato in una pozzanghera rossa, scura, la bocca schiusa, il respiro sottile, lo sguardo velato. Il veterinario aprirà tre ore dopo. Andrai tu a prendere il treno, io resterò. Nell’attesa Zazà avrà freddo, tremerà, ma mi guarderà sempre. Cercherà il contatto con le zone più calde del mio corpo, con la stufa elettrica che ci illumina di quella luce arancione, spietata. Saremo lì, sul pavimento, io e Zazà, nessun altro, saremo soli al mondo. Ci diremo molte cose che non so ripetere. Tre ore possono durare un’eternità o non essere mai esistite.

Lo sistemerai nella terra, al tuo ritorno. Mangeremo in silenzio. Non diremo niente. Mangeremo poco e niente. Manderemo giù un po’ d’aria, la accompagneremo con un bicchiere d’acqua, il silenzio taglierà il cuore a spicchi. Verrà la notte e sarà un fiume che rompe gli argini, qualcosa più forte di tutto, qualcosa che non chiede condizioni. E dirà che siamo strade che si attraversano per molti anni o solo pochi giorni. Dirà che ne sappiamo troppo poco.

La stufa l’ho portata in garage, ha una luce che non mi piace, non l’abbiamo più usata. Certe sere quando apriamo la porta ancora ci penso, a quella andatura incerta e buffa che in un tempo minuscolo ha tracciato geografie indelebili in questa casa ancora mezza vuota. E a quella mattina che c’era Zazà e mi sono ricordata tutto. Mi sono ricordata tutto di te, tutto quello che so di te, quel poco che so di te.

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