Andrea Herman, “Briciole”

Non ho mai confessato a Serena che indossare il completo nuovo mi mette a disagio. C’è qualcosa di sbagliato nel sapere di vestire i nostri ultimi risparmi. Con quei soldi potevamo arrangiarci ancora, almeno per qualche settimana. Ma lei è convinta che bisogna fare una buona impressione, se si vuole ritornare a lavorare.
«Stai proprio bene così, sembri un altro» dice, togliendo  la moka dal fuoco. «Dovresti mettertelo più spesso, non solo per i colloqui.
Dov’è che devi andare amore?» mi chiede, passandomi il caffè.
«Te l’ho già detto» le rispondo, «alla Goodplast, vicino ad Aulla».
Serena annuisce e va verso la dispensa a cercare il latte. Torna indietro e lo appoggia sul tavolo, poi prende un po’ di frutta dalla cesta, di fianco al raccoglitore delle bollette. Ne tira fuori una  e si ravviva i capelli con la mano. Scopre una ciocca grigia. Prima la tingeva sempre. Adesso non la tinge più.
«Scusa amore, non me lo ricordavo» dice, tenendo gli occhi fissi sulla bolletta. Ne sfoglia le pagine, la legge con attenzione. «Questa è quella del gas. È già il terzo avviso. Se non la paghiamo interrompono la fornitura»
«La pagheremo…» dico.
«Siamo anche in ritardo di due mesi con l’affitto».
«Pagheremo anche quelli»
«Poi c’è il conto aperto dall’alimentari  di Bagnolo»
«Lo so!» Dico, alzando la voce «non c’è bisogno che me lo ricordi!»
Serena chiede di nuovo scusa. Io cerco di calmarmi. Guardo fuori dalla finestra una serie di nuvoloni che si muovono verso la cima del Ventasso. Mi viene in mente un detto: “se il Ventasso ha il cappello….” ma non ricordo  il resto.
«Quanti chilometri sono per Aulla?» chiede Serena.
«Non lo so… all’incirca un’ottantina»
«Così lontano?»
«Cosa vuoi che ti dica?» Le rispondo, alzando di nuovo la  voce.
«Scusa, amore, era tanto per parlare».
«Non chiedere scusa se non hai detto niente di sbagliato». Poi chiudo gli occhi e allungo di un decimo il respiro. Solo dopo dico, con un tono di nuovo comune: «Anzi, è meglio che vada».
«Torni in tempo per la cena?» mi chiede.
«Sì» le dico «Credo proprio di sì»

Il cielo si sta arrossando.  Il sole tramonta presto anche oggi. Ormai non c’è più neve, se non nelle cunette ai lati della strada, nelle zone più in ombra, o sulle cime delle montagne . Mi ripeto i loro nomi nella testa: Alpe, Casarola, Cavalbianco, Ventasso, Alpe, Casarola, Ventasso. C’è un leggero vento, e l’aria profuma di acqua di fonte.
Scendo dalla macchina, nei pressi di Ribsatta, e provo a sentire la voce del Secchia. So che scorre da qualche parte, in fondo al declivio. Ma non si sente nessun rumore provenire dal bosco.  Mi dirigo a piedi verso un bar. L’insegna del  caffè è illuminata. Scosto le tendine di plastica, entro. Trovo tavoli e sedie di legno, una scopa di saggina appoggiata alla parete, qualche slot machine e un piccolo televisore acceso attaccato in un angolo, a tre metri d’altezza. Poca gente: montanari con camicie a quadri di flanella, o vecchi con la coppola e il maglione da mezza stagione. Alcuni giocano alle carte, altri sfogliano i giornali, mentre la maggior parte si limita a stare seduta con il bicchiere in manosenza fare niente. Mi siedo su uno sgabello e appoggio il gomito sul freddo bancone d’acciaio. Cerco di attirare l’attenzione della proprietaria. Mi dà le spalle e asciuga con un panno dei bicchieri.
«Scusi…» dico.
Si volta e mostra un viso rancoroso, invecchiato male.
«Cosa c’è?» Mi chiede.
«Un toscano»
Scompare sotto il bancone e ne riesce con un bottiglione in mano. Mi riempie il bicchiere.
«Un euro.» Mi dice.
La pago e lei torna a darmi le spalle, biascicando qualche parola in dialetto. Mi accorgo di non aver ancora allentato il nodo della cravatta. Lo faccio adesso. Sento il completo tirarmi dal cavallo e sotto le ascelle. Sono ingrassato. Serena dice che è fisiologico per un uomo nelle mie condizioni. Non so cosa voglia dire. Non so cosa mi inventerò per dirle che è andata male, anche stavolta.
«Queste cazzo di ciliege!» Grida qualcuno in fondo al locale. Mi giro per guardare chi è stato. Poi finisco il mio toscano. Ne ordino un altro. Finisco anche quello. Chiedo alla proprietaria dov’è il bagno. Lei mi porge una chiave e mi indica una porta. Scendo dallo sgabello e inciampo nella scopa di saggina, facendola cadere. La piccola televisione è come muta. Non si sentono le voci dei clienti, o i tintinnii  delle slot. Sembra che non sia volata una mosca fino a quando quella scopa non è caduta a terra. I clienti si voltano ad osservarmi, mentre la rimetto al suo posto. Attraverso la sala, sentendo i loro occhi fissi su ogni mio movimento.
«Ma va liscio, perdio!.» Grida uno dei giocatori di carte sbattendo il pugno sul tavolo.  Tutti si voltano verso di lui, non fanno più caso a me.
Il vento scuote la grondaia di un fienile poco distante. Non si vede più niente. Non c’è più il bosco, né le case del paese, né le montagne oltre le case. Tutto è buio e senza forma, tranne per la luce dell’insegna del caffè che ogni tanto frigge e si spegne, per poi tornare come prima. Mi accendo una sigaretta e soffio il fumo contro quella luce, cercando di vederci dentro la forma di una conchiglia. Squilla il cellulare. Un messaggio, è Serena. Mi chiede se tarderò ancora molto, che la cena è pronta. Getto la sigaretta a terra, metto via il cellulare. Rimango qualche secondo immobile, provando a non pensare a niente. Mi concentro sul mio respiro, sull’aria fresca dell’appennino, ma non posso non tornare a quegli ottanta chilometri fino ad Aulla; ottanta chilometri per ritrovarmi qui, tra queste montagne invisibili, al punto di partenza. Ascolto di nuovo il rumore del vento contro la grondaia. Vorrei che alzasse la voce, spazzasse via tutto.
«Ehi capo!» Dice qualcuno, appoggiandomi la mano sulla spalla. D’istinto mi giro e sono pronto a colpirlo.
«Calma, capo! Vengo in pace…» Dice lui, alzando le braccia per proteggersi. Accenna un sorriso, mostrando pochi denti, la metà neri di tartaro.
«Scusa» gli dico «sono un po’ nervoso»
Gli do un’occhiata veloce. È piccolo, vestito con una tuta sporca di grasso. La faccia rossa, un’età indecifrabile.
«Brutta giornata, eh?» mi dice. «Hai una sigaretta da prestarmi?».
Frugo tra le tasche della giacca e gliene offro una.
«Hai per caso anche da accendere?»
Gli porgo anche l’accendino.
«Grazie capo»
Si accende la sigaretta e si mette in tasca l’accendino. Inizia a soffiare il fumo contro la luce dell’insegna, proprio come avevo fatto io poco prima. Forse lui riesce a vederci qualcosa in quel fumo. Forse è proprio la forma di una conchiglia.
«Strano però» mi dice «non ci si pensa mai che anche quelli come voi possano avere delle brutte giornate»
«L’accendino…» dico io.
«Che?»
«Il mio accendino…»
Mette una mano in tasca e fa una faccia stupita. Poi me lo ridà.
«Oh… non farci caso»
Lo prendo e inizio a giocarci. Osservo la fiamma che compare e scompare. Ci passo sopra la mano per sentirne il calore.
«Cosa vuoi dire con “quelli come voi?”» gli chiedo.
«Perché? Non è evidente?» dice lui.
«No» Rispondo io.
«Ma sì… voi. Quelli come voi»
«Proprio non capisco»
«Mi prendi in giro? Dai capo, basta vedere come sei vestito»
Solleva un lembo della mia giacca e lo sventaglia come fosse l’ala di un grande uccello senza piume.
«Sta roba qua sarà costata un capitale»
Rimango senza parole. Vorrei spiegargli come stanno le cose. Invece inizio a ridere di gusto.
«Perché adesso ridi? Per caso ti faccio ridere?» Si arrabbia, inizia a urlare. «Credi che sia facile? Eh? Credi che sia facile tirare avanti tra queste montagne? Siamo gente che lavora sodo, noi. Quello che abbiamo ce lo guadagniamo con il sudore della fronte!»
Smetto di ridere, lui abbassa la voce.
«Te la farei vedere io, se non fosse per quelle dannate ciliege…»
«Ciliege?» Gli chiedo.
«Ciliege, sì ciliege! Quattro stelle mi sono uscite. Me ne bastava un’altra. Invece… ste cazzo di ciliege. Non le ho mai compatite, le ciliege. Quando le vedo per terra le schiaccio»
Getta la sigaretta a terra e la pesta con il piede. La sua voce si fa pietosa quando mi dice: «Se solo mi fosse rimasto qualcosa per rifarmi, almeno delle perdite…». Rimane in attesa. Non so cosa fare.  «Mi basterebbe solo qualche spicciolo, non di più. In fondo, per te sono briciole».
«Tieni…» Gli dico, dandogli quello che vuole, anche qualcosa in più di quello che si aspettava.
«Oh no, capo… non posso accettare, è troppo»
«Prendili» gli dico «lo hai detto tu, no? Per me sono briciole»
«Grazie mille, capo. Scusa per quello che ti ho detto prima. Non lo pensavo davvero»
«Non ti scusare» gli rispondo «non ti scusare se non hai detto niente di sbagliato». Poi guardo l’ora. È tardi, ma non m’importa. Il tempo non è più cosa per me, me ne rendo conto solo adesso.
«Vieni, entriamo. Cosa bevi?»

Torno a casa ubriaco e senza più un soldo. La giacca sulla spalla e la camicia sbottonata fino al petto. Serena è seduta in cucina con le braccia conserte. Davanti a lei la tavola imbandita con la cena fredda.
«Come sto?» le chiedo, «sembro un altro, non è vero?»
«Dove sei stato?» mi chiede.
«In giro, con amici.»
«Sei ubriaco…» dice, con un filo di voce. «La cena è fredda».
«E allora?»
«E allora? Dio santo…»
Si alza da tavola e si appoggia al davanzale della finestra, dandomi le spalle. Getto la giacca per terra e le vado incontro. L’abbraccio da dietro e le dico: «Scusa amore, avevo voglia di festeggiare»
Lei si libera dall’abbraccio e si gira a guardarmi.
«Che vuoi dire?»
Le sorrido, e annuisco, non so per quale motivo.
«Sul serio? Non stai scherzando, vero?»
«No, comincio lunedì»
Serena scoppia in lacrime, mi bacia, mi stringe forte.
«Dio mio! È magnifico!»
«Lo so. Da oggi le cose cambieranno» dico.
«Ero così incazzata. Ma ora… dio come sono felice!» dice, e poi a un tratto sembra ricordarsi qualcosa: mi spinge via e va verso la dispensa. «Tenevo una bottiglia da parte per l’occasione. L’ho nascosta qui. Non te l’ho mai detto perché… ti conosco. Avresti pensato che era una spesa inutile. Ma adesso non ha più importanza».
Guardo fuori dalla finestra.
«Tira fuori l’ombrello…» dico, sottovoce.
«Come?» chiede Serena, prendendo due calici. Li appoggia sul tavolo con la bottiglia. Vede la giacca buttata a terra e la raccoglie. La guarda con orgoglio. «Vedi che è servita la giacca, amore mio? Lo dico sempre o no? Eh, amore?»
Serena ride, e poi parla, e poi continua a parlare, anche se non ascolto. La luna compare per la prima volta in questa notte. Il Ventasso si rischiara e la neve sulla sua cima brilla sotto questa nuova luce. Anche se sono sicuro che si scioglierà presto: nel giro di uno, massimo due giorni.

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