Manlio Cancogni, “L’alba”

Nell’ora che precede l’alba di un giorno invernale, grigio e nebbioso, le finestre innumerevoli dell’ex reggia erano ancora spente; e lui, povero mendicante, un clochard, che aveva passato la notte all’addiaccio, sveglio da poco, le guardava attento, come se aspettasse un segnale, attraverso le sbarre della lunga cancellata che divideva i giardini reali dalla piazza. E di fatto, un lume s’accese improvvisamente a una finestrella del piano rialzato, quello dove fino a pochi mesi prima alloggiava la servitù. Ed era stato lui stesso, Luigi (s’accorse) ad averla accesa. Stava seduto nel letto di quell’anonima camera davanti all’unica finestrella priva di scuri e di persiane, e stringeva nella mano destra la peretta della luce elettrica.
Ben sveglio, dopo avere dormito ininterrottamente almeno sei ore, si guardava intorno incuriosito. Al suo fianco, a sinistra, nel lettuccio dalla spalliera di legno giallino, sdraiata sul fianco e un po’ scomposta, giaceva la sua cara Marie. I lunghi capelli disciolti le attraversavano la guancia accaldata, che sprofondava nel grande cuscino, e la bocca infantile dischiusa. Dormiva, e lui la lasciava dormire volentieri godendo al pensiero ch’essa, in quel momento, fosse con i suoi sogni, lontanissima.
Si alzò, e sorridendo benevolmente ai grossi polpacci e caviglie enfiate che uscivano dalla camicia da notte un po’ corta, estrasse dal comodino al lato del letto il pesante vaso di maiolica e tenendolo con la mano destra il più vicino possibile all’inguine vi pisciò cercando di fare il meno rumore possibile, guardando a lungo l’orina calda e dorata che ribolliva mescolandosi a quella già depositata nel recipiente e ancora tiepida. Prima di entrare a letto, la sera prima, lei vi si era accovacciata a lungo sopra, mentre la bella e ampia camicia le faceva intorno come una campana, posata sul grezzo pavimento di legno, la testa china, con le trecce non ancora disciolte che le scoprivano la pelle tenera e liscia, da bambina, del collo. E come l’aveva amata in quel momento, mentre lei tratteneva il fiato un poco stupita dal prolungarsi del leggero scroscio attutito dalla campana della camicia di seta azzurro chiara così intonata al biondo dei capelli. E anche ora l’amore e la tenerezza erano più forti del sentimento di sollievo che provava liberando la vescica, al pensiero delle loro urine che si mescolavano nello stesso vaso di coccio in quell’ultima notte trascorsa insieme e, Dio sia lodato, non ancora finita.
Ripose il vaso, rientrò nel letto attento a non farlo cigolare troppo sotto il peso del proprio corpaccione, e restando con le ginocchia sollevate, e il capo appoggiato alla spalliera, la peretta in mano, indugiava, prima di spengere, a guardarsi d’intorno: la sposa sempre addormentata e come ignara di ciò che li aspettava, quel giorno stesso, la spoglia stanzetta che li aveva ospitati nella loro ultima settimana di prigionia, le due sedie di paglia una di qua, una di là del letto, seminascoste dagli indumenti gettativi sopra la sera prima, il cassettone con i tre cassetti chiusi a sinistra della finestra con lo specchio ovale e girevole. Davanti ad esso Marie, al mattino, sporgendo un poco il viso dagli occhi leggermente miopi e ancora indicibilmente grazioso benché tanto dimagrito, si pettinava a lungo i bellissimi capelli. Dato un ultimo sguardo alla finestrella, proprio davanti al letto, e alla sveglia sul comò, Luigi spense restando nella stessa posizione.
Erano le sei del mattino. Nel riquadro della finestrella la notte cominciava a impallidire. Alle otto sarebbero venuti a prenderlo per portarlo alla ghigliottina eretta nella piazza non distante, intitolata una volta al nome del nonno, il suo stesso nome. Mancavano dunque due ore, che gli parvero un tempo interminabile, tutto da vivere. Avrebbe atteso, sveglio. E non s’era mai sentito così felice.

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