Malcolm Lowry, “L’importanza di una vita da alcolizzato”

Il Console sedeva perfettamente immobile con gli occhi fissi sul pavimento mentre l’enormità dell’insulto penetrava nella sua anima. Come se, come se, come se non fosse stato lucido e snebbiato anche in quel momento! C’era tuttavia nell’accusa qualche elusiva sottigliezza che ancora gli sfuggiva. Perché non era lucido. No, non lo era, almeno in quel preciso momento non lo era affatto! Ma che cosa aveva a che fare tutto ciò con un minuto prima, o una mezz’ora fa? E che diritto aveva Yvonne di pensarlo, di presumere o che non era lucido e snebbiato ora o che, peggio, lo sarebbe stato solo fra un giorno o due? E anche se non fosse stato lucido ora, per quali favolosi gradi, paragonabili soltanto alle tappe e alle sfere della Sacra Cabbala stessa, era egli giunto ancora a quello stadio, già sfiorato ma solo una volta in precedenza quella mattina, quello stadio cui soltanto lui poteva, come aveva detto lei, “tornarci sopra,” quello stadio prezioso e precario, così difficile a mantenersi, dell’ubriachezza in cui lui soltanto era lucido! Che diritto aveva lei, quando lui era stato seduto a soffrire per amor suo le torture dell’inferno e della follia per venticinque minuti di fila senza bere un sorso di qualcosa di decente, perfino insinuare che egli potesse sembrarle tutto men che lucido? Ah, una donna non poteva conoscere i rischi, le complicazioni, sì, l’importanza di una vita di alcoolizzato! In base a quale concepibile criterio di rettitudine ella credeva di poter giudicare ciò che era avvenuto prima del suo ritorno? E poi non sapeva assolutamente nulla di tutto ciò che recentissimamente egli aveva dovuto soffrire, la sua caduta nella calle Nicaragua, la sua disinvoltura, la sua freddezza, il suo coraggio là in istrada… il whisky irlandese di Burke! Che razza di mondo. E il guaio era che lei ora aveva sciupato quel momento. Perché il Console ora sentiva che fra qualche istante avrebbe anche potuto, ricordando la frase di Yvonne “forse ne berrò uno dopo colazione” e tutto quello che sottintendeva, avrebbe anche potuto dire (se non fosse stato per la sua osservazione e sì, a dispetto di qualunque salvezza), “Sì, hai profondamente ragione: andiamocene!” Ma come poter dare ragione a una che si diceva sicura che non ti sarebbe passata la sbornia prima di posdomani? Non era nemmeno come se, anche sul piano più superficiale, non fosse risaputo che nessuno poteva dire quand’egli era ubriaco. Esattamente come i Taskerson, che il Signore li benedica. Egli non era uomo da farsi vedere andar barcollando qua e là per le strade. Poteva, è vero, starsene lungo disteso in mezzo alla strada, se necessario, da vero gentiluomo, ma barcollare, mai. Ah che mondo era quello, che calpestava la verità e i beoni insieme! Un mondo pieno di gente assetata di sangue, niente di meno! Assetata di sangue, ti ho udito dire assetata di sangue, comandante Firmin?
“Ma, Dio buono, Yvonne, ormai dovresti sapere che io non posso mai diventare ubriaco, per quanto beva,” disse in tono quasi tragico, ingollando un improvviso sorso di stricnina. “Diamine, credi che mi piaccia tanto buttar giù questa orribile noce vomica, o belladonna o comunque sia questo intruglio di Hugh?” Il Console si alzò col suo bicchiere vuoto e cominciò a passeggiare per la stanza. Non era consapevole tanto di avere commesso per negligenza qualcosa di fatale (non era come se, per esempio, avesse gettato via tutta la sua vita) quanto di avere fatto qualcosa di semplicemente sciocco e nello stesso tempo, per così dire, triste. Ma sembrava che vi fosse una possibilità di ammenda. Pensò o forse disse:
“Bene, domani forse berrò soltanto birra. Non c’è niente come la birra per rimettermi in sesto, e un altro po’ di stricnina, magari, e poi il giorno dopo solo birra… sono certo che nessuno avrà da obiettare, se bevo birra. Questa roba messicana è piena di vitamine, mi risulta… Perché mi par di vedere che sta proprio per diventare un grande avvenimento, questa riunione plenaria, e allora forse, quando i miei nervi saranno di nuovo normali, la smetterò del tutto. E poi, chi sa,” disse fermandosi presso la porta, “potrei rimettermi al lavoro e finire il mio libro!” Ma la porta era sempre una porta ed era chiusa: o meglio socchiusa. Attraverso la fessura, sulla veranda egli vide la bottiglia di whisky, lievemente più piccola e più vuota di speranza dell’irish di Burke, ritta in tutta la sua solitudine. Yvonne non si era opposta a un sorso di liquore: egli era stato ingiusto con lei. C’era tuttavia qualche ragione perché dovesse essere ingiusto anche con la bottiglia? Non c’era cosa al mondo più terribile d’una bottiglia vuota! A meno che non fosse un bicchiere vuoto. Ma poteva aspettare: sì, a volte sapeva quando lasciare la bottiglia in pace. Tornò vagolando vicino al letto pensando o dicendo:
“Sì: posso vedere perfino le recensioni ora. Le sensazionali scoperte del signor Firmin sull’Atlantide. La rivelazione più straordinaria dopo Donnelly! Interrotto dalla sua immatura scomparsa… Meraviglioso. E i capitoli sugli alchimisti! E tutto questo batte in breccia il Vescovo della Tasmania. Solo che non sarà affatto così che si esprimeranno. Non c’è male, vero? Potrei anche lavorare a una cosetta su Coxcox e Noè. Ho perfino un editore che vedrebbe di buon occhio una cosa del genere; a Chicago: la vedrebbe di buon occhio, ma senza entusiasmo, se capisci quello che voglio dire, perché è veramente un errore credere che un tal libro possa mai diventar popolare. Ma è sbalorditivo, quando ci si pensi un momento, come lo spirito umano pare fiorire all’ombra del mattatoio! Come – e non parliamo poi della poesia, – senza mai troppo allontanarsi dalla stalla da non sentire insieme anche il lezzo dell’osteria, la gente riesce a vivere nelle cantine come tanti alchimisti di Praga! Sì, alchimisti proprio: vivere tra i fumi e gli alambicchi di Faust, fra il litargirio, l’agata, il giacinto e le perle. Una vita che è amorfa, plastica e cristallina. Di che sto parlando? della copula maritalis? O dall’alcool all’alkahest, il solvente universale vantato da Paracelso? Puoi dirmelo?… O forse potrei trovarmi un altro lavoro, naturalmente previa inserzione di un avviso economico sull’Universal: “disposto accompagnare salma qualsiasi località dell’est!””
Yvonne era seduta nel letto, leggiucchiando la sua rivista, la camicia da notte lievemente scostata da una parte a mostrare dove la sua calda abbronzatura sfumava nel biancore del seno, e le braccia fuor delle coperte con una mano penzoloni all’estremità del polso abbandonato sul bordo del letto: quand’egli si avvicinò, Yvonne volse la palma di questa mano verso l’alto in un gesto involontario, forse d’irritazione, ma fu come un moto inconscio d’appello; anzi parve riassumere, improvvisamente, tutte le antiche suppliche, tutta la segreta pantomima bizzarra della tenerezza, delle ineffabili fedeltà e delle eterne speranze del loro matrimonio. Il Console sentì che i suoi occhi si inturgidivano. Ma aveva anche provato un senso improvviso e particolare d’imbarazzo, un senso, quasi, di pudicizia, all’idea di trovarsi, lui, un estraneo, nella stanza di lei. Quella stanza! Si avvicinò alla porta e guardò fuori. La bottiglia di whisky era sempre là.

traduzione di Giorgio Monicelli

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