Jerzy Pilch, “Bevo perché bevo”

«Perché bevi?», chiese Alberta.
«Alberta», risposi con un groppo alla gola, «ti aves­si conosciuto vent’anni fa, adesso non berrei affatto».
«In primo luogo, vent’anni fa avevo solo quattro an­ni e, se mi avessi davvero conosciuto a quel tempo, al­lora sì che ti saresti dato all’alcol, avresti bevuto il dop­pio, o cento volte di più», rispose lei. «E poi chiama­mi Ala, preferisco così. Perché bevi?», ripeté.
«Non lo so», risposi. «Non lo so, o meglio, conosco mille risposte ma nessuna è vera fino in fondo e in ognuna c’è un briciolo di verità. E non si può nemme­no dire che sommandole insieme costituiscano un’u­nica grande e intera verità. Bevo perché bevo. Bevo perché mi piace. Bevo perché ho paura. Bevo perché ho una predisposizione genetica al bere. Tutti i miei antenati bevevano. Bevevano i miei bisnonni e i miei nonni, beveva mio padre e beveva mia madre. Non ho né sorelle né fratelli, ma sono sicuro che, se ne avessi tutte le mie sorelle berrebbero e pure tutti i miei fratelli. Bevo perché ho un carattere debole. Bevo perché mi si è spostata una rotella nel cervello. Bevo perché sono troppo tranquillo e voglio rianimarmi. Bevo per­ché sono troppo nervoso e voglio calmare i nervi. Bevo perché sono triste e voglio rallegrare l’anima. Bevo quando sono felicemente innamorato. Bevo perché cerco invano l’amore. Bevo perché sono troppo nor­male e ho bisogno di un po’ di follia. Bevo quando qual­cosa mi duole e voglio calmare il dolore. Bevo per no­stalgia di qualcuno. E bevo per l’eccesso di soddisfa­zione quando qualcuno è accanto a me. Bevo quando ascolto Mozart e quando leggo Leibniz. Bevo a causa dell’estasi corporea e bevo a causa della fame di sesso. Bevo quando scolo il primo bicchierino e bevo quan­do scolo l’ultimo, allora bevo ancora di più perché l’ul­timo bicchierino non l’ho mai bevuto».
«Ascolta», disse con evidente stizza Ala-Alberta, «per caso c’è un momento in cui non bevi?».
«Forse non bevo quando sono così terribilmente ubriaco da non avere la forza di bere, anche se a dire il vero trovo sempre la forza di continuare a bere, op­pure non bevo quando sono immerso nel terribile sonno dell’ubriaco, anche se, chi lo sa, forse pure allo­ra bevo. Forse bevo sia nel sonno che nella veglia».
«Forse dovresti semplicemente curarti. I medici ti dovrebbero aiutare a trovare una risposta. Forse do­vresti parlarne con qualcuno che ne sa di più».
«Ma io parlo con i dottori, il dottor Granada per me è come un padre. Sono stato per diciotto volte al reparto degli alcolisti cronici e ho sentito quali sono i motivi per cui bevevano i confratelli del vizio. Tutti quanti bevevano per gli stessi motivi, anche se a volte per altri ancora. Bevevano perché il padre era troppo severo e bevevano perché la madre era troppo permis­siva, bevevano perché tutti intorno lo facevano, beve­vano perché provenivano da famiglie di beoni e beve­vano perché provenivano da famiglie in cui da genera­zioni nessuno aveva mai bevuto un goccio. Bevevano perché la Polonia era sotto il giogo di Mosca e beveva­no nell’euforia della liberazione. Bevevano perché un polacco era diventato papa, perché un polacco aveva ricevuto il Nobel e perché una polacca aveva ricevuto il Nobel, bevevano alla salute dei prigionieri politici e con il bere onoravano il ricordo delle vittime. Beveva­no quando erano da soli e bevevano quando c’era qual­cuno al loro fianco, bevevano quando la Polonia vin­ceva e bevevano quando la Polonia perdeva. Il dottor Granada, con una pazienza sovrumana, ascoltava tut­ti questi racconti, scuoteva la testa e diceva ciò che ho detto all’inizio: “Bevete perché bevete”».
«Ravvediti, svegliati», forse Alberta diceva in gene­rale, o in particolare, o forse, nel sonno profondo in cui mi trovavo da anni, mi ero addormentato ancora di più. Alberta scosse con delicatezza le mie spalle:
«Svegliati».
«Perché svegliarsi, se nella veglia è ancora peggio. La veglia è l’unico grande motivo per bere».
«Dato che bevi sia nel sonno sia nella veglia, in real­tà non sai com’è nella veglia».
«Senti, se quella volta, quel pomeriggio di luglio, fossi stato sobrio, non ti avrei vista al bancomat, non ti avrei immaginata saggia e bella e non mi sarebbe mai passato per la testa che tu saresti stata il più grande amore della mia vita, non ti sarei corso dietro e non avrei vissuto questa grande estasi…».
Non potevo continuare a parlare, perché la gola mi si era indurita. Alberta, vedendo che i miei occhi di­ventavano vitrei, che mi stava assalendo un grande pianto, mi versò una dose, a suo giudizio adeguata, a mio giudizio insufficiente. Ma non pretendevo un’ag­giunta, minimale del resto, perché sapevo che lo ave­va fatto sia per sua bontà sia per lealtà verso i malvi­venti che l’avevano portata qui, come pure perché vo­leva continuare a parlare con me.
«Bene», disse, «hai vissuto un’estasi sublime, in ag­giunta legata a me. Questo per una donna è sempre piacevole. Ma, dimmi, com’è andata a finire? Dimme­lo, se te lo ricordi».
«È finita al reparto degli alcolisti cronici», dissi do­po un attimo di inevitabile silenzio.
«Appunto. Secondo me le sublimi estasi che fini­scono nel reparto degli alcolisti cronici non valgono granché. A dire la verità non valgono una cicca. E de­vi tirartene fuori».
«Ala, sai quello che dicono in continuazione i pa­zienti nel reparto degli alcolisti cronici? Sai qual è il te­ma principale delle loro fondamentali conversazioni?».
«Tu stesso lo hai detto un attimo fa: parlano in con­tinuazione del bere e delle cause del bere».
«È chiaro, ripetono in continuazione come hanno bevuto e perché, ma il loro primo argomento è l’uscita. Loro parlano dell’uscita. Espongono grandi tratta­ti sull’arte dell’uscire. Parlano incessantemente dell’u­scita. Chiedono in continuazione: quando usciremo di qua? Chissà quando ci faranno uscire. Chissà quando si uscirà di qui, tra una settimana o forse tra due? For­se domani? Domani no, perché domani è domenica e domenica non dimettono. Ma lunedì di sicuro, lunedì sicuramente usciremo di qua».
Alberta mi guardò con quel tipo di tenerezza con cui la donna guarda l’uomo, per natura più stupido di lei.
«Ascoltami, io non parlo dell’uscita dall’ospedale, io parlo dell’uscita dal vizio».
«Ti dirò, Ala: solo gli ingenui pensano che c’è usci­ta e uscita. I saggi e gli esperti sanno che le uscite sono tutte uguali».
«Già, i saggi e gli esperti ubriaconi».
«Sono tentato di rispondere che non ci sono perso­ne più sagge e più esperte dei saggi e degli esperti ubria­coni, ma sarebbe un tipico aforisma da beone e io, ulti­mamente, rifuggo dagli aforismi da ubriacone. Esci dal­l’ospedale, cioè esci dalla malattia e torni al mondo, che in sé è una grande malattia. Quindi cosa?».

traduzione di Lorenzo Pompeo

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