Jeffrey Eugenides, “Ermafrodito”

Non c’è da stupirsi che nei primi anni Settanta la teoria di Luce sull’identità sessuale andasse per la maggiore. Tutti volevano essere unisex, come aveva detto il mio primo barbiere. Era opinione diffusa che la personalità fosse determinata soprattutto dall’ambiente, che un bambino fosse una lavagna vuota su cui poter scrivere qualsiasi cosa. La mia storia clinica rifletteva il fenomeno che tutti vivevano psicologicamente: le donne assomigliavano sempre di più agli uomini e gli uomini sempre di più alle donne. Per qualche tempo, durante i Settanta, sembrò che la differenza sessuale dovesse scomparire. Poi avvenne qualcosa d’altro.
La chiamarono biologia evolutiva: separò i generi, gli uomini divennero cacciatori e le donne raccoglitrici. Non era più l’educazione a formarci, bensì la natura: eravamo ancora controllati dagli impulsi degli ominidi del 20.000 a.C. E oggi ne vediamo le semplificazioni alla televisione e leggendo i giornali. Perché gli uomini non riescono a comunicare? (Perché durante la caccia dovevano stare in silenzio.) Perché invece le donne comunicano così bene? (Perché dovevano chiamarsi a vicenda per dirsi dov’erano i frutti e le bacche.) Perché gli uomini non trovano mai le cose sparse per casa? (Perché hanno un campo visivo ristretto, utile per seguire le tracce della preda.) Perché le donne riescono a trovare le cose facilmente? (Perché, per proteggere il nido, erano abituate a esplorare un’area più vasta.) Perché le donne non sanno parcheggiare? (Perché un basso livello di testosterone diminuisce il senso dello spazio.) Perché gli uomini non chiedono mai le indicazioni, per strada? (Perché chiedere indicazioni è segno di debolezza, e i cacciatori non mostrano mai debolezze.) Ecco a che punto siamo oggi. Uomini e donne, stanchi di essere uguali, vogliono essere di nuovo diversi.
Perciò non c’è da stupirsi che negli anni Novanta la teoria del dottor Luce abbia trovato dei detrattori. Il bambino non era più una lavagna vuota, il neonato era stato scolpito da genetica ed evoluzione. Al centro di questo dibattito c’è la mia vita, in un certo senso ne sono la soluzione. Nei primi tempi della mia scomparsa, il dottor Luce voleva disperatamente ritrovarmi, consapevole di aver perso la sua scoperta più importante. In seguito probabilmente si rese conto del perché ero scappato e giunse alla conclusione che costituivo una prova contro la sua teoria. Si augurò che tacessi, che sparissi, pubblicò alcuni articoli su di me pregando che non mi facessi mai vivo a confutarli.
Non è così semplice. Io non corrispondo a nessuna di queste teorie, né a quella della biologia evolutiva né a quella di Luce. Il mio assetto psicologico non corrisponde nemmeno all’essenzialismo diffuso nel movimento intersessuale. Al contrario di altri cosiddetti pseudoermafroditi maschi di cui si è occupata la stampa, io non mi sono mai sentita fuori posto come ragazza. Continuo a non sentirmi del tutto a mio agio tra gli uomini. È stato il desiderio a spingermi a passare sull’altra sponda, il desiderio e il modo in cui è fatto il mio corpo. Nel ventesimo secolo la genetica ha immesso nelle nostre cellule la nozione di fato degli antichi greci. Questo nuovo secolo appena iniziato ha trovato qualcosa di diverso. Contrariamente a ogni aspettativa, il nostro codice genetico è inadeguato in maniera deplorevole. Invece dei 200.000 geni previsti, ne abbiamo soltanto 30.000. Non molti più di un topo.
E così sta nascendo una nuova e strana possibilità. Compromessa, indefinita, abbozzata, eppure non del tutto rimossa: il libero arbitrio. La biologia ci dà un cervello, la vita lo trasforma in una mente.

traduzione di Katia Bagnoli

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