Alain Robbe-Grillet, “Topologia di una città fantasma”

Nella cel(lu)la generatrice

La prima cosa che colpisce, è l’altezza dei muri: così alti, così smisurati rispetto alla statura dei personaggi, che non ci si pone neppure il problema di sapere se esista o no un soffitto; sì: l’estrema altezza dei muri e la loro nudità; le tre pareti visibili che costituiscono il fondo e i due lati della cella rettangolare, forse quadrata (ma è difficile stabilirlo a causa di un forte effetto di prospettiva), o addirittura cubica (il che ripropone il problema dell’esistenza improbabile di un soffitto); le tre pareti visibili sono, malgrado il loro diverso orientamento, dello stesso bianco uniforme, spento, privo di ogni risalto, e in sostanza non comportano altri accidenti degni di nota se non quattro fenditure — una in mezzo a ciascuna parete laterale e altre due che si inseriscono nel muro di fondo a un terzo e a due terzi della sua lunghezza – a cui si aggiunge una specie di cartello azzurro pallido affisso nel senso dell’asse di questo stesso muro; questi cinque elementi sono di formato rettangolare, di ugual superficie e di identiche dimensioni – sensibilmente (o esattamente) lunghi il doppio della loro larghezza – ma il cartello si trova disposto nel senso dell’altezza, cioè col lato maggiore verticale, mentre le aperture sono praticate orizzontalmente. Sul cartello si possono leggere la parola « Regolamento », stampata nella parte superiore a lettere maiuscole in caratteri romani grandissimi, e quattro numeri delle stesse dimensioni – 1, 2, 3, 4 – nel margine sinistro, all’inizio di ogni paragrafo, che, al contrario, è stato composto in minuscolo, il che lo rende completamente indecifrabile; appare inoltre, in basso, un quinto paragrafo, ma il numero 5 che avrebbe dovuto figurare nel margine è interamente nascosto dalla testa di un personaggio: una giovane donna bionda, dai lunghi capelli scomposti, completamente nuda, che si presenta di fronte, in piedi, bloccata in una posa sciolta e rigida al tempo stesso (un ginocchio appena piegato, il braccio sinistro semiproteso in avanti, l’altro un po’ staccato dal corpo e la mano aperta, le dita scostate, il palmo offerto agli sguardi) che ricorda una statua antica o un quadro del Rinascimento.
L’impressione immediata che questa scena suggerisce lascia immaginare che ci si trovi in una prigione, poiché le quattro finestre sono state messe così in alto da restare fuori portata per le ragazze che si trovano all’interno, persino se due di loro salissero su un tavolo e per di più l’una montasse sulle spalle dell’altra. Oltre alla loro posizione inaccessibile, queste aperture, chiaramente più larghe che alte (secondo quanto abbiamo appena detto) e di dimensioni ridottissime tenuto conto del volume considerevole della sala, sono, per precauzione supplementare, munite di robuste inferriate, costituite ognuna di cinque sbarre metalliche verticali, equidistanti, quella centrale ancora più grossa (e forse a sezione quadrata, mentre le altre due che la affiancano da entrambi i lati sarebbero a sezione circolare). Per il loro spessore, i muri sono come quelli di una fortezza; al di là delle sbarre di ferro, saldate vicino al bordo interno del vano, si può vedere qualcosa di simile a una sezione trasversale della parete: due metri buoni di una considerevole opera muraria, ricoperta dello stesso intonaco bianco spento; dall’altro lato di queste profonde feritoie si vede il cielo, luminoso, senza una nuvola, e di un azzurro intenso. La temperatura esterna deve essere piuttosto mite — mediterranea se non tropicale – dato che nessun tipo di vetrata o di imposte sembra previsto per questi vani spalancati all’aria, mentre le prigioniere sono quasi tutte sprovviste del benché minimo indumento e non sembrano affatto, a giudicare dai loro atteggiamenti, soffrire il freddo in modo sensibile, almeno per il momento.
Osservando meglio il particolare delle diverse inferriate, si scopre presto che una di esse — quella del muro laterale a sinistra — è incompleta: le manca una sbarra, immediatamente a destra di quella centrale più spessa; veramente, questa sbarra non è del tutto assente, due corti tronconi restano fissati nella pietra, in alto e in basso. Attraverso questa finestra, il sole — che deve quindi essere bassissimo nel cielo — penetra all’interno della cella e proietta sul muro di fronte, proprio sopra alla vera inferriata a cinque sbarre, intatta, che chiude la vera apertura, l’immagine parziale (circa due volte più bassa) dell’inferriata deteriorata. Sulla chiazza di luce così solcata da quattro linee verticali, senza contarne una quinta appena abbozzata, indugia lo sguardo di una delle quattro giovani donne – nude anch’esse – intente a giocare a carte ancora un po’ più in basso, ognuna seduta su una seggiola bianca, nel centro di ogni lato di un tavolo di legno rettangolare, laccato a sua volta di bianco (rettangolare o forse, pensandoci bene, quadrato: anche in questo caso l’effetto prospettico è troppo forte per poterlo valutare con sicurezza).
Il gruppo delle giocatrici si trova dunque nella parte destra della stanza. Al centro, ma più verso il fondo, sta un secondo gruppo: quello in cui la ragazza dai lunghi capelli biondi fa da modella a una compagna pittrice, nuda a sua volta, e seduta con un lungo pennello nella mano destra davanti ad un cavalletto su cui è montata una tela rettangolare, circa due volte più alta che larga; l’atteggiamento dell’artista (caviglie incrociate, mano sinistra abbandonata fra le cosce, busto un po’ gettato all’indietro), la sua direzione (è vista di tre quarti, di schiena, da sinistra), la seggiola di legno laccato, sono esattamente simili a quelli della giocatrice di carte, che, in primo piano, guarda la chiazza di sole sul muro, con la testa girata verso destra; ma una tiene un pennello al posto della carta da gioco che l’altra sta certamente per posare sul tavolo, e il suo viso, analogamente distolto da ciò che dovrebbe invece assorbirla completamente, si protende con una rotazione del collo verso una coppia di spettatrici intente a contemplare il quadro che si va ultimando; queste ultime due stanno un po’ in disparte, in piedi, una contro l’altra, e la più giovane, svestita, si appoggia mollemente al fianco e sul seno di una donna più alta, più maestosa, pettinata con un alto chignon e vestita con una toga bianca di foggia antica, le cui pieghe drappeggiate cadono qua e là fino a terra. Due spettatrici quasi identiche si ritrovano — vestite e disposte nello stesso modo — nel terzo gruppo, che occupa la parte sinistra della scena, in primo piano o quasi; ma esse osservano questa volta un episodio dal significato molto meno evidente: altre due giovani donne si occupano di una terza, precedentemente legata su un tavolo rettangolare, la cui superficie laccata di bianco riluce con lo splendore del nuovo; la vittima (o la convittrice recalcitrante, o la condannata, o la pazza furiosa, o la simulatrice, o il soggetto dell’esperimento, ecc.) è stesa supina nel senso dell’asse maggiore del ripiano e lo occupa in tutta la sua lunghezza; le mani non si vedono, forse legate insieme dietro la schiena; ha le gambe aperte, le caviglie saldamente trattenute con dei lacci alle due estremità di uno dei lati minori (quello più vicino alla parete mancante della prigione) del tavolo, i cui piedi quadrati sono inoltre serviti a fissare strettamente le corde. Una delle sue compagne, nuda proprio come lei, le sorregge la testa tenendola per i lunghi capelli biondi, forse perché resti immobile; l’altra, che porta come unico indumento delle calze di satin nero che le salgono fin nella parte superiore delle cosce e dei lunghi guanti dello stesso tessuto che le inguainano le braccia fino alle ascelle, brandisce nella mano destra un oggetto allungato che è forse un regolo d’ebano, o un tubo di ebanite (dato che è impossibile precisare se la sua sezione sia rotonda o quadrata). Proprio verso il sesso esposto, la cui peluria nera (piccola, ma disegnata con precisione, quasi pennellata, con angoli netti) non corrisponde affatto, col suo colore d’inchiostro, alla tinta dorata della chioma splendente, sembrano dirigersi gli sguardi delle due amiche.
Poco lontano di lì, sul muro bianco (il muro di sinistra), c’è una serie di piccole aste, tracciate a carboncino o a carbone o col pennello, comunque con gran cura, delle aste come se ne fanno per segnare i punti di un gioco o di qualche operazione ripetuta varie volte: quattro righe verticali sbarrate da una quinta obliqua e trasversale; questa figura si ripete quattro volte e forma una colonna verticale; una quinta serie, in basso, è stata iniziata, ma è ancora senza la riga trasversale. Se si trattasse del risultato delle partite a carte, sarebbe più normale che un simile disegno si trovasse sulla parete opposta. Potrebbe invece trattarsi dei giorni di reclusione (o dei mesi o degli anni) scontati da una delle prigioniere, o di corvées, o di punizioni qualsiasi, o di visite attese, o di qualunque altra cosa. Mi ritorna improvvisamente alla memoria un fatto più importante: prima ho parlato per sbaglio di sedie di legno dipinto; le cinque seggiole menzionate sono invece seggiole di ferro, clas­siche seggiole da giardino, tutte a curve, sinuosità e spirali, laccate di un bianco smagliante come si è già detto. In quanto alla carta impugnata dalla giocatrice distratta – o incerta – che non si è ancora decisa a calarla davanti alle compagne, essa si presenta verticalmente, tenuta ben dritta e di fronte; così si vede senza fatica l’immagine di cui è ornata: una figura di tarocchi che rappresenta una donna maestosa, vestita da antica romana, che tende una verga o uno scettro, o un qualsiasi altro oggetto sottile e lungo non chiaramente catalogabile.
Secondo i miei calcoli e tenuto conto di questa carta, del quadro in corso di completamento e dei due tavoli di legno, all’interno della stanza deve trovarsi un altro rettangolo. Effettivamente è solo coperto dal tavolo operatorio: si tratta di un foglio di carta di formato commerciale comune, buttato sul pavimento le cui righe parallele, evidentissime, fuggono verso il fondo della cella in una prospettiva esagerata. Su questo foglio è scritto il regolamento del gioco, ricopiato a mano. Il foglio porta una intestazione stampata: « Casa di correzione », cancellata per far figurare al suo posto le parole: « Carcere preventivo ». Nella cella nessuno si muove.

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