Cadillac numero 13, novembre 2016

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Editoriale

L’unica vera e indiscutibile costante di questi racconti è che quando li ho chiesti ero alticcio, e ho il forte sospetto che anche molti degli autori lo fossero. Il numero di Cadillac che vi trovate davanti ha avuto inizio – quindi – con un gomito appoggiato su un bancone, il tintinnio di bicchieri, ronzio di musica di sottofondo e qualche risata.

Il primo racconto della collana, ad esempio, è stato chiesto a Matteo B. Bianchi (autore dei romanzi “Generations of love” e “Apocalisse a domicilio”; curatore della rivista ‘Tina e del seguitissimo blog matteobblog.blogspot.com ) in un elegantissimo bistrò in centro a Milano in piena estate. Non ricordo bene il motivo per cui ci trovavamo lì, ricordo però che c’era anche Natan Mondin (un altro dei dei fondatori di Cadillac), che l’aria condizionata era talmente forte da far rizzare i peli delle gambe e che avevo tanta di quella sete che ho bevuto litri di una birra di cui ricordo solo che i loghi bio e natural erano più grandi della marca. Il racconto di Matteo per fortuna non parla di nulla di tutto questo, è la storia più ironica di questo numero, in sole due cartelle troverete una colossale presa in giro dell’arte contemporanea. Un paradosso raccontato con stile e sarcasmo.

La seconda storia è di Nicola Manuppelli (scrittore, traduttore di autori anglosassoni, direttore della collana “I Fuorilegge”, coordinatore di corsi di creative writing e di letteratura americana). Ne abbiamo parlato la prima volta in una serata di pioggia e ghiaccio di gennaio davanti al secondo o terzo whisky in un bar lungo i navigli in tarda notte. C’era acqua dappertutto: sui nostri abiti, sul pavimento del bar venato da impronte umide, e soprattutto sul naviglio pavese, dove la superfice sembrava potesse traboccare sulla strada da un momento all’altro. C’è anche molta acqua nel racconto Olimpionica, anche se quella che troverete su queste pagine è quella tiepida e clorata delle piscine. È la storia di una donna che ne osserva un’altra durante gli allenamenti prima di una gara. I dubbi, il confronto, le mancanze, una crepa. È incredibile cosa può succedere con uno sguardo.

Il terzo, il quarto e il quinto racconto sono stati chiesti in una delle cicliche uscite fatte dopo qualche presentazione letteraria. È un rituale spontaneo di un gruppo di persone che ama la pizza, i boccali di birra chiara e chiacchierare di letteratura e sport. In tutte queste le storie c’è una separazione, un conflitto. Stefania Arru con uno stile asciutto e attento, risponde ad un messaggio sul cellulare effettuando una chirurgica analisi dei sentimenti nascosti dietro ogni frase . Quello di Placido Di Stefano ( autore dei romanzi “Amami” e “Antibagno”) racconta la fine di un amore, gli ultimi momenti prima che il protagonista lasci la casa, saluti la figlia e vada via. È una storia minimalista, più Cheever che Carver. Luigi Tuveri, invece, ha creato una storia tra passato, presente e futuro, un ping-pong temporale di conflitti generazionali. Originale e veloce.

Stefania e Lugi hanno pubblicato in diverse riviste letterarie e antologie, proprio come Marta Santomauro che ha accettato di darmi un suo racconto (il sesto che trovate qui) durante la festa dell’estate della Gogol&Co., la libreria dove lavora. C’era una degustazione di vini veneti e un gruppetto di musica jazz in sottofondo. C’era rumore, allegria, fumo di sigarette che si disperdeva nell’aria; atmosfera completamente diversa da quella del suo racconto. In “Cose da far west” ci ritroviamo in una casa di montagna, dove una ragazza cerca – nel silenzio e nel freddo – un vecchio fucile appartenuto allo zio scomparso da poco. La protagonista ripercorre il rapporto con lo zio, l’allontanamento, il rancore e la comprensione.

Claudio Marinaccio (Autore di “Scomparire” e “Come un pugno”) l’ho conosciuto e abbiamo parlato di Cadillac in un postaccio milanese, eravamo in giro per il secondo tour di Robert Ward in Italia e, spinti dalla fame, siamo entrati in una pizzeria di terzo ordine ( forse anche quarto o quinto). La pizza era talmente scadente che abbiamo dovuto bere tutto quello che abbiamo trovato nel menù per toglierci il saporaccio dalla bocca, per poi renderci conto che nemmeno il vino era un granché. Sembrerebbe una serataccia, invece entrambi la ricordiamo con il sorriso, soffermandoci su come siamo stati capaci di parlare di libri per più di quattro ore confrontando letture, autori, stili e a citare perfino alcuni passaggi narrativi. È pazzesco come la letteratura possa farti diventare una persona subito amica. Anche il suo racconto tratta di un incontro, ma i due protagonisti sono due anime prigioniere che si incrociano per il tempo di un secondo. L’abilità di Claudio è, tra le altre, quella di caratterizzare con poche parole i due protagonisti, le loro frustrazioni e la loro “presunta” liberazione.

L’ultimo racconto che trovate è dell’unico autore straniero di questo numero di Cadillac, uno degli scrittori più divertenti e talentuosi che abbia conosciuto: Robert Ward. Giornalista, scrittore, sceneggiatore per la televisione e per il cinema (Miami Vice e Hill Street Blues, tra le sue firme più famose); ha attraversato gli Stati Uniti da hippy negli anni 60 ed è venuto in Italia due volte grazie al gruppo dei Fuorilegge per presentare – due anni fa- il romanzo “Io sono Red Baker” (premio Pen West come miglior romanzo americano dell’anno) e quest’anno per “Hollywood Requiem“. In queste pagine trovate “Lascia che nevichi”, una storia ambientata a Los Angeles durante la vigilia di Natale. Un ringraziamento speciale va alla traduttrice Cristiana Pettinari che ha provato non solo a tradurlo ma anche a rimanere fedele ai tanti giochi di parole che usa Robert quando scrive. Ora che ci penso, non ricordo precisamente quando gli parlai di questa raccolta, ma quell’omone era così entusiasta dei vini italiani che aveva sempre un calice in mano, e – lo sanno tutti – è male educazione lasciar bere da soli.

Michele Crescenzo

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