Simone Ghelli, E POI NON VENNE PIÙ NESSUNO

La signora Loredana, con quel cane che via, era sempre d’un agitato, gli apparve in pelliccia dal niente, in piedi di là dalla vetrina, col guinzaglio che le tirava via il braccio fuori della visuale. Sporse quelle labbra pesantemente truccate, d’un rosso fuoco che sottolineava ogni screpolatura, ogni ruga, per esprimere una nota di stupore.

«Sta organizzando un evento speciale?»

Arrotò la erre come aveva sentito soltanto da certe signore ingioiellate al mercatino di Piazza Verdi, di fronte alla Zecca di Stato.

Marcello scosse la testa, d’un brusco ch’era per allontanarla, ma quella entrò rapida lo stesso, a piccoli passi, su due zatteroni rifiniti di perline e accompagnata da una ventata di profumo che gli ricordò il bagno della nonna materna, su in montagna, l’odore sulle dita gelate dopo il sapone di Marsiglia.

Dietro di lei, il verso ammazzato in gola dal collare a strozzo, venne Lollo, il quadrupede mignon a pelo raso, catapultato dentro con tutto uno scampanellare di bigiotteria che gli venne addirittura di che vergognarsi, a lui che poi cosa c’entrava? Marcello si sentiva sempre inadeguato di fronte alla mancanza di misura degli altri, la giudicava sconveniente, ma in un modo che se ne assumeva anch’egli la responsabilità. Se dopo tanti anni di frequentazione di quella sua piccola libreria la signora Loredana continuava imperterrita con quel suo atteggiarsi a contessa, la colpa era un po’ anche sua, di Marcello, che forse non era riuscito a consigliarle le letture giuste.

«Da fuori fa un figurone. Ci sarà anche qualcosa da stuzzicare? Ha pensato a delle tartine, olivette, per caso del ginger?»

Si torse a fatica sul busto, il nervo sciatico maledetto che gli martellava l’anca fin sotto l’inguine, da scappargli un soffio d’impazienza, tra il dolore e il fastidio, che la Loredana colse invece per tutt’altro.

«Ma lei fatica troppo, così piegato tra tutti quei libri!»

Il cagnetto digrignò i denti, gli venne sotto con quel nasetto umido a scompigliare, a cercare chissà che altro tra le pagine.

«Lo tiri via, su, che mi rovina il lavoro!»

Fu già troppo tardi, ché Lollo aveva preso a raspare con le unghie sulla copertina della Nausea di Sartre, e la padrona niente: non capendo il sacrilegio se ne stava lì, col guinzaglio di strass che le s’era aggrovigliato tra le gambe.

«Ma proprio sull’esistenzialismo!»

Il tono della voce di Marcello era ormai oltre l’esasperazione, era un grido di rivolta.

«Ma cosa dice? Lei è troppo suscettibile!»

«E invece questa bestia è proprio un cane!»

La Loredana, visibilmente indignata, gli occhi segnati dal rimmel già in procinto di lacrimare, si girò sui tacchi e uscì senza neanche salutare. Volendo però far notare il gesto, non disdegnò di sbattere la porta e lasciare lì, proprio sull’ingresso, una nuvola invisibile che sapeva ancora del suo stucchevole profumo.

Marcello si ributtò giù con la delicatezza necessaria, il ginocchio che gli scricchiolò sinistramente per via del menisco lesionato. Il frammento d’osso, libero da vincoli, amava incunearsi nella carne e pungolarla, per ricordargli anch’esso dell’importanza della misura. Anche a starci attento, arrivava sempre un punto in cui gli usciva quell’imprecazione per il dolore: «Merda!»

Così passò la mattinata con le migliori intenzioni, piegato tra i libri che più amava nell’intento di allestire la sua ultima vetrina, il grido di protesta contro il mercato che l’aveva fiaccato e ormai abbattuto. Si sarebbe tolto almeno quell’ultima soddisfazione, anche se avrebbe significato arrendersi alle logiche dello spettacolo.

Su questo punto Marcello si era arrovellato per settimane, aveva rimandato il gran giorno ripetendosi che il suo sarebbe stato un modo, senz’altro più ricercato, per così dire intellettuale, di rovesciare in piazza i propri sentimenti e pensieri: perché cosa c’era di più intimo delle letture di gioventù, di quel fuoco che aveva sentito dentro quando, per la foga con cui le sfogliava, aveva più volte rischiato di strappare le pagine dei libri di Camus o di Céline? Per giorni s’era ripetuto che se avesse dato tutto quello in pasto agli occhi degli altri, non avrebbe avuto poi nient’altro per sé. A casa non aveva più una moglie, nessun figlio o cagnetto col guinzaglio foss’anche soltanto di corda, ma di libri ne aveva da riempirne tre librerie fino al soffitto e certi scatoloni sotto al letto che gli tenevano compagnia di notte, quando nel silenzio sentiva un crepitio che era di materia viva. Avrebbe davvero dato in pasto quell’invisibile mondo agli occhi bovini degli ignari passanti per raggiungere anch’egli qualche minuto di celebrità?

Già se l’immaginava, Marcello, i trafiletti nella cronaca locale, dove per un giornalista sarebbe stato un libraio coraggioso e d’altri tempi, per un altro un paraculo in cerca di visibilità mediatica e per un altro ancora un nostalgico ormai ridotto alla canna del gas. Immaginava che di lui avrebbero detto ben poche cose, nient’altro che qualche pittoresco particolare per dire dal nulla tutto: dei folti baffi sotto il naso schiacciato e della pancia pronunciata coi quali avrebbero espresso a un tempo il carattere burbero e l’aspetto buffo, l’inclinazione a mal digerire certi postulati (uno dei più gettonati era che la gente non leggesse perché aveva cose più importanti da fare) e la tendenza a esibire il proprio malessere con complicazioni quali la gastrite psicosomatica.

Dal giorno in cui aveva preso la decisione, a quel rovello se n’era aggiunto subito un altro, che era il pensiero del padre, dal quale aveva ereditato quella libreria e il modo tutto personale di consigliare i clienti, d’intrattenerli in lunghissime discussioni sull’uso della lingua o del punto di vista, tanto per dire di un paio di fissazioni che il genitore gli aveva trasmesso insieme all’attività. Una notte gli era persino apparso in sogno, coi capelli bianchi e fini, radi sulla testa, che la malattia gli aveva come rimpicciolito, vestito com’era nella bara prima del funerale, con  l’abito color vinaccia (lo aveva fatto scrivere nel testamento che lo avrebbe voluto così) e la cravatta nera. Nel sogno entrava vestito in quel modo in quella che era stata la sua libreria e si fermava in un canto, restava lì silenzioso e invisibile ai clienti che razzolavano tra gli scaffali come polli, ma Marcello la vedeva bene quella stessa espressione che aveva anche nella bara, un’espressione che non era affatto serena, perché non s’era per niente riappacificato e anche da morto aveva voluto esprimere quella delusione profonda verso il genere umano e così lo stesso in sogno, che era stato un po’ come averlo ucciso due volte.

Mentre sistemava la sua ultima vetrina, Marcello non poteva fare a meno di ripensarci e più volte si ritrovò a benedire il nervo sciatico e il frammento conficcato in qualche parte lì nel ginocchio perché lo facevano sì imprecare, ma almeno lo distoglievano per un poco dal senso di colpa che gli pesava come un macigno e col quale era alle prese nel momento in cui la signora Loredana era entrata con quella faccia imbrattata e il ridicolo cane e la costosa pelliccia che doveva valere dieci volte tutti i suoi classici.

Era un uomo solo e si sentiva come l’ultimo pesce vivo in un acquario alla mercé dei passanti che gli gettavano distrattamente uno sguardo, e chissà se anch’essi pensavano che stesse organizzando una specie di mostra e se sperassero, ripassando indietro più tardi, di trovarvi qualcosa da mettere in bocca. Chissà, pensava Marcello, e non riusciva a ripetersi fra sé che quello: chissà chissà chissà.

Dopo un po’ si lasciò andare indietro, col culo per terra e poi steso sulla schiena a osservare quelle pencolanti torri di libri, alla cui ombra finì per addormentarsi. E non andò a sognare di nuovo suo padre? Ma era un padre diverso, per così dire più leggero, quello che gli andò incontro per abbracciarlo tra gli applausi di un pubblico tutto particolare. Lì in piedi intorno a loro non c’erano che bambine e bambini con in mano un libro preso a caso da tutti quelli rimasti invenduti, e nel sogno Luciano sapeva che avevano fatto giuramento di esserne i custodi e che dunque il patrimonio e l’eredità non sarebbero andate perdute.

Naturalmente non era che un sogno, neanche tanto originale, e quando si risvegliò, una mezz’ora più tardi, gli venne spontaneo di buttare giù tutti i suoi castelli di carta. Eccola lì, pensò, la sua vera geografia emotiva, la scenografia perfetta per il suo commiato. Perché affannarsi a rimettere a posto, quando tanto non ci sarebbe andato più nessuno? Si sentiva addosso quella stessa tristezza che lo attanagliava da ragazzino tra dicembre e gennaio, quando in pieno giorno si trovava a passare mano nella mano col padre davanti al piazzale dove si erano accampati quelli del circo. Era davvero quell’immagine di sé così malinconica e decadente che voleva lasciare nel ricordo degli altri, per quanto pochi potessero essere?

Tirandosi su in piedi Marcello raccolse le sue ultime forze e si sentì persino un po’ in colpa per aver maltrattato in quel modo l’incolpevole canide, che con quel suo istintivo raschiare gli aveva addirittura indicato la strada maestra.

Come era potuto diventare così cieco per un briciolo di notorietà? Non aveva più voglia di combattere e ora che se ne rendeva conto, che accettava quel fisiologico dato di fatto, sentiva tutta quella rabbia e il rancore defluire dal punto in cui si concentrava tutto il suo dolore, là dietro al ginocchio ballerino.

Cercò un pennarello e un pezzo di carta grande abbastanza da farci un cartello, poi rimase là dentro in mezzo a tutta quella carta per quanto? Non avrebbe saputo dirlo, ma fuori si era fatto ormai buio quando abbassò la saracinesca e vi attaccò sopra, tra due pezzi di nastro adesivo, un foglio di carta dove a caratteri cubitali aveva scritto: CHIUDO CON LA MORTE NELL’ANIMA

Ma poco più sotto, in un piccolo corsivo che per leggerlo la gente ci si sarebbe dovuto avvicinare parecchio, non resistette dal lanciare quell’imprecazione che era il suo ultimo grido di rivolta: Merda!

Un’altra storica libreria aveva chiuso i battenti.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Numero 11. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...