Orso Tosco, Edmondo De Amicis

Da quando gli indipendentisti hanno preso il potere, sui treni capita spesso d’imbattersi in tossici marchettari con la passione per Edmondo De Amicis.

I libri bruciati nei forni e nelle stufe assieme alla paglia, e il rogo degli edifici pubblici e dei negozi privati, biblioteche e librerie incluse, hanno portato alla rapida scomparsa dei libri. Scomparsa che, va detto, ha interessato un numero esiguo di persone: sono i ceci e la legna gli argomenti che vanno per la maggiore, e le munizioni, naturalmente.

Eppure alcuni, persone tendenzialmente sole e malinconiche, nonostante vi fosse un esplicito divieto a riguardo, hanno deciso di sottrarre dei libri dalla distruzione, di salvarli. Chi non mi crede può recarsi di persona in quel luogo che un tempo veniva chiamato Arquata Scrivia. Li troverà tutti lassù, i salvatori dei libri, impiccati ai pali della luce. “Quelli che carezzano il ghiaccio”, così  vengono chiamati dagli abitanti del posto, con un disprezzo che sottolinea l’indignazione per lo spreco di corda con cui sono stati giustiziati. Corda sprecata che poteva servire a altro, e che invece permette ai cadaveri di allungarsi sino a sfiorare il selciato, tracciando, nelle giornate di vento, segni somiglianti a lettere dell’alfabeto cirillico distrutte con la zappa. E già che il caffè si è esaurito da tempo, e con esso i fondi caffè, certi abitanti di queste zone ghiacciate provano a decifrare il futuro scrutando i segni tracciati dai morti. Ma nemmeno loro saprebbero spiegarci il motivo per cui, tra tutti gli scrittori a disposizione, i martiri della parola stampata abbiano scelto proprio Edmondo De Amicis, lui e i suoi racconti di viaggio marocchini. Un mistero. E si sa, la misericordia del mistero consiste nella possibilità di una buona ragione, buona proprio perché inconoscibile, ed è la stessa misericordia che rende rassicuranti le cospirazioni contro cui è impossibile intervenire.

Ma la vita, anche la più brutale, non è fatta soltanto di mistero, ha al suo interno alcune certezze. E la popolarità dei racconti di viaggio marocchini del De Amicis tra i tossici che fanno marchette nei cessi dei treni, è una certezza.

Livio, detto pelle di daino per via della morbidezza delle tempie, è una certezza. Anche adesso. Anche adesso che trema, appoggiato contro il bocchettone da cui esce aria calda che odora di calze e brodo e ascella, anche a occhi socchiusi e denutrito, Livio rappresenta la certezza che De Amicis  è letto e amato come non mai.

Giusto mezz’ora prima, Livio lo ha citato. Il treno era ancora al capolinea, e lui si trovava in compagnia di un tizio con gli orecchini di ciliegia. Si preparava una dose. L’eroina è un paradiso che si lascia imbandire con la stessa docilità tanto nei cessi di un treno quanto nei saloni dell’Ermitage di San Pietroburgo. E infatti quanta gioia, e frenesia, quanto rispetto brillavano negli occhi dell’uomo con gli orecchini di ciliegia durante i momenti della preparazione. Livio si fece per primo e, mosso dalla commozione, citò De Amicis: “S’impadronisce dell’anima mia con una simpatia irresistibile”. Così disse. Purtroppo l’uomo dagli orecchini di ciliegia vanificò l’omaggio. Aveva fretta lui. Tutta la fretta di una vita trascorsa in cassa a passar prodotti, o al bar, a maledire le macchinette. Ma in fondo era un brav’uomo. Livio gli passò l’ago, e lo perdonò; collassando brevemente.

Al suo risveglio, il treno era partito e l’uomo con gli orecchini di ciliegia scomparso.

Brevi sono i legami stretti nei bagni dei treni, e brevi sono gli amori, e scomposti anche, e rudi.

Livio è abituato. Sa che alla prima fermata sono i vecchi a salire a bordo. Trasportano ceste di uova e topinambur. I clienti arrivano alla seconda stazione. Per questo Livio tiene gli occhi socchiusi, perché riposa. Riposa Livio, rachitica badante di se stesso, e trema, perché l’eroina passa. È una frettolosa religione l’ero, che abbandona bruscamente i propri fedeli nonostante la pienezza e l’ostinazione con cui le porgono continui omaggi, sacrifici e devozione.

Poco male, pensa Livio aprendo gli occhi, poco male. Eccoci alla seconda stazione, ecco i clienti. Prima di far segno a Livio di andare verso il bagno, si guardano tra loro, e senza bisogno di parlare stabiliscono una graduatoria. Chi stringe il colletto della giacca preferisce andare tra i primi, chi si allenta la cintura non ha fretta ma vuole guardare, quelli che si accendono una sigaretta scelgono di restare per ultimi. Si tratta di un parlamento ideale, in cui tutti votano immancabilmente secondo coscienza e in cui non vi sono astenuti. Tutti conoscono e rispettano le regole. I clienti di Livio, pur alternandosi, sono sempre gli stessi. È dunque sorpreso ogniqualvolta un nuovo personaggio si unisce alla composizione della graduatoria. Ma in questa occasione la sorpresa è ancora più grande. L’ultimo dei clienti, ultimo perché oltre ad aver acceso una sigaretta ha anche sputato il fumo dal naso, è una donna, cosa rarissima, una donna molto anziana. Livio pensa a un errore, a una coincidenza.

La vita indaffarata e aspra lo costringe comunque a concentrarsi su altre cose. I suoi clienti vogliono sentirsi padroni. Lo maltrattano, lo colpiscono alla testa quando lui glielo prende in bocca, o gli danno pugni sul culo quando sono loro a prenderlo in bocca. Quando lo inculano aprono e chiudono involontariamente il contenitore della carta igienica con il ginocchio, a allora lo mordono e  lo graffiano. I clienti pagano per avere l’illusione del controllo. E questa illusione la si può concedere soltanto con un’arrendevolezza simulata, che in realtà nasconde un’anima da regista, da coreografo. I dolori (ci sono tagli e contusioni, lacerazioni maldestre) e i fastidi (gli insulti ripetuti e stancanti, le nausee) vanno assecondati e patiti come fossero sorprendenti. Ma sono in realtà guidati, affinché non falliscano-i clienti, fossero lasciati liberi, fallirebbero. È un lavoro stancante, mitigato in parte da un’altra citazione tratta dal De Amicis, e che in realtà è a sua volta un prestito dall’Aleardi.

“Oh nella vita

Qualche delitto incognito pesa!

Qualche cosa si espia!”

Livio è solito ripetere questi versi con un cazzo conficcato in gola, dando l’impressione di soffocare . I clienti vivono il soffocamento di Livio come un importante merito personale, come una vittoria. Ma ciò che più di tutto aiuta Livio nello svolgimento di questo duro mestiere è la fermata numero sei. Quella degli spacciatori. A nessuno è dato di sapere se anche la categoria degli spacciatori disponga di un libro del cuore. Sono infatti creature misteriose, gli spacciatori, distanti. A Livio l’atteggiamento degli spacciatori piace. Dopo i minuti trascorsi a fingersi vittima abusata, il loro distacco e la loro freddezza risultano tonificanti. Con loro soltanto Livio è libero di mostrarsi per ciò che davvero è: un fiore ulcerato, la sbavatura costante di una ferita che sigillandosi spurga, un ragazzino sdentato che non vede l’ora di perdonare collassando.

Eppure la stazione numero sei non arriva. Il treno è bloccato da un altro treno che procede, in ritardo, sullo stesso binario. L’unico sgombro dai detriti. Livio allora si rannicchia sul sedile con le ginocchia contro il mento, prova a dormire. Qualcosa lo disturba. È la vecchia che per ultima aveva acceso una sigaretta durante la creazione della graduatoria. Anche lei mi vuole, pensa Livio.

Però è stanco, e ha soldi sufficienti per gli spacciatori. Le fa segno di no, di andare via. Ma la vecchia non si muove. Resta immobile davanti a lui. Il treno è immobile. Livio trema e ha bisogno. La vecchia lo richiama. Questa volta gli mostra qualcosa. Non sono soldi e non sono uova, è una dose. Una dose impacchettata dentro una garza bianca e ruvida. La vita e la gentilezza s’impadroniscono del corpo di Livio, che si alza di scatto, e sorride sdentato, con le labbra sottili e spaccate, facendo segno alla vecchia di seguirlo verso il bagno. Una volta dentro il bagno Livio si toglie la maglietta. Sotto la maglietta ha soltanto costole, una voliera di costole coperta da una pelle color limone.

“Che ti piace?” domanda.

“Mio marito,” risponde lei “mi piace mio marito.”

“Io non sono tuo marito.”

“Mio marito è morto. Tu gli piacevi. Era innamorato di te.”

Livio ricorda un signore anziano, che invece dei soldi lo pagava con una dose, contenuta dalla stessa garza immacolata e ruvida che la signora tiene in mano.

“Mi spiace per tuo marito.”

“Era un porco e un bugiardo. Ma io l’amavo tanto. E lui amava te.”

“Cosa vuoi che ti faccia?”

“Voglio che usi questa,” dice la vecchia porgendogli la dose “come facevi con lui.”

A Livio non importa. Ha soltanto bisogno. E i motivi degli altri sono assurdi e profondi, al contempo necessari e inutili. Facciano quel che devono quando possono, così la pensa Livio, preparando la dose.

“Lui scriveva per te,” dice la vecchia “Lo sapevi? No? Scriveva delle poesie, per te. Le ho trovate in garage. Io pensavo che ci andasse per pulire la macchina, per lucidare il cruscotto, e invece andava a scrivere poesie, per te. Fai più piano, voglio vedere bene.”

Livio rallenta.

“Posso rimettermi la maglietta? Ho freddo.”

“No. Non la rimettere. E togli anche i pantaloni.”

Livio la asseconda, è pronto, trema per il freddo e la gioia.

“Posso?” Domanda.

La vecchia fa si con la testa. Lo guarda con occhi chiari e opachi, come zucchero sciolto nell’acqua.

“Mentre tu fai quello che fai, come piaceva a mio marito, io ti leggo una cosa.”

Il treno è scosso dalla riaccensione del motore. Riparte piano. A Livio importa poco, di tutto. Ha il suo calore adesso. Tutti gli organi interni sono diventati mani, mani di pasta di mandorle e cotone caldo. Fanno carezze. La vecchia legge qualcosa. Livio sente soltanto alcune parole.

“Verrò a baciarti. Verrò a baciarti con un bacio di cantina, in discesa, segnato dall’umido.”

Poi a Livio sembra che la vecchia sorrida, o forse sta sputando. Oppure si è soltanto sbagliato. Magari si è soltanto immaginato tutto.

 

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