Milo Busanelli, Niente baci sulla bocca

 

Non sarà un granché, ma strappare i biglietti al multisala di Rubiera è pur sempre un lavoro. Il vero problema sono quei dieci chilometri che devo fare in macchina, non che siano tanti, non è il traffico, per evitare la via Emilia dovrei percorrere il doppio della distanza, ma non sopporto perdere tempo e sprecare benzina. Si chiama Bruciata, appena esci dalla tangenziale di Modena c’è un cartello, poche case, un bar, di fronte un motel. Poi ci sono loro.

Un mio collega che lavora alle casse ha detto che non ci andrebbe mai, solo un pompino ogni tanto perché costa meno, gode di più, meglio le nigeriane, puzzano, ma almeno s’impegnano. Se voglio provare mi porta lui, da quella volta l’ho sempre evitato, ma quando lo incrocio s’infila un pennarello in bocca e gonfia la guancia come un rospo.

Gli avventori li riconosci perché vanno piano, quando trovano quella giusta accostano, sono le stesse persone che vedo ovunque, ho riconosciuto dei ragazzi che erano appena stati allo spettacolo in 3D, per una ragazza più pregiata capita che si crei una fila di tre quattro auto, eppure sembra uguale alle altre.

Anche la notte sogno di essere in macchina, ma invece di arrivare torno indietro, avanti e indietro per la Bruciata, ogni volta più stanco, devo resistere, se mi fermo penseranno che sono un cliente, allora non mollo il pedale finché mi sveglio coi crampi al polpaccio.

Ho provato a telefonare alla polizia, ma non li ho mai visti; ho mandato una lettera anonima alla Gazzetta, ma non l’hanno pubblicata. Sta bene a tutti che le cose continuino così. A me no, ogni volta che vedo qualcuno che procede a lumaca suono il clacson, abbaglio le auto accostate, non importa cosa pensano, ho solo voglia di dormire.

Eppure non riesco, tutte le notti lo stesso sogno, al lavoro arrivo così stanco che me lo fanno notare, non vorrei passare dei guai, non vorrei chiedere dei soldi ai miei perché stavolta diranno di no e sarei costretto a rinunciare al monolocale, a tornare da loro, figurarsi, a trentadue anni. Devo fare qualcosa, tutti buoni a dire così non va e voltarsi dall’altra parte.

Potrei confidarmi con qualcuno, ma su internet ho letto che sette uomini su dieci sono andati almeno una volta con una prostituta, tra questi potrebbero esserci i miei amici, perché no mio padre, l’unica sarebbe mia madre, ma con lei ho vergogna a parlarne, poi ci sarebbe Irene, se non mi avesse lasciato.

Irene. I sensi di colpa che dovrebbe avere lei si sono riversati su di me, mi domando cosa avrei potuto fare per non perderla, mi rispondo che ho fatto il possibile, solo errori di poco conto. Dopo non sono uscito con nessuna, nemmeno ci ho pensato, non è mai capitata l’occasione, non ho fatto niente perché capitasse, è l’ultimo dei miei pensieri, forse nemmeno ce la farei.

La solita utilitaria scassata che procede ai cinquanta, una testa ingobbita che guarda ai lati, rallenta ancora, quando si ferma la sorpasso, il vecchio che abbassa il finestrino, invece di accelerare inchiodo e prima che una prostituta si avvicini arretro fin quasi a toccargli il paraurti, poi blocco le portiere e accendo i retronebbia. Mi gridano contro, una tira un calcio a una ruota, un’altra scatarra sul finestrino, solo quando il vecchio si arrende riparto anch’io.

Nel multisala incontro il mio collega, gli chiedo se ha saputo la notizia, agli ospedali arrivano sempre nuovi casi, come l’Aids ma peggio, le vecchie cure non servono, tutti quelli che hanno avuto rapporti a rischio devono subito farsi visitare. Lo lascio prima che reagisca e l’osservo smaniarsi tutta sera; domani dirò che era uno scherzo.

Voglio dormire a lungo, riprendere le forze, invece mi ritrovo là, davanti e dietro pieno di auto accostate; suono il clacson, ma non si spostano. Le ragazze salgono sulle altre macchine, provano ad aprire la mia, iniziano a scuoterla. Prendo a testate il volante perché suoni più forte e la mattina mi sveglio con un livido in fronte.

Piove fitto, ma loro ci sono lo stesso, nel solito posto, se manca qualcuna non è in ferie, poi c’è la nuova arrivata dall’aria spaesata tenuta a distanza da tutte. Mi fermo, torno indietro. Avrà quindici anni, poco trucco, bassina, non ha le idee chiare, nel tempo che impiega per avvicinarsi un’altra sarebbe già salita.

Fingo di essere interessato, di contrattare, entra. Mi dice svolta a sinistra e io rallento, metto la freccia, però tiro dritto. Accelero per non lasciare dubbi e a quel punto mi guarda, avrà un cellulare, qualcuno da chiamare in caso di emergenza, forse un coltellino o uno spray urticante, ma non è sicura che sia il caso.

La tranquillizzo, non voglio approfittare di lei. Sottovoce dice che vuole scendere, un’altra l’avrebbe gridato, mi avrebbe preso a unghiate, avrebbe afferrato il volante a costo di farci uscire di strada; per calmarla le do più soldi del pattuito.

Si chiama Ana, viene dalla Romania, è maggiorenne e sta in Italia da un anno, finge di battere da un anno quando so benissimo che è la prima volta, forse è addirittura vergine. Dice di non avere padroni, di essere qui per scelta, quanto basta per studiare e rifarsi una vita.

Arrivati a casa le allungo altri soldi, la prendo sottobraccio e lei mi lascia fare, ma si raccomanda: niente baci sulla bocca. Appena dentro chiudo la porta e intasco le chiavi. Inutile tirarla per le lunghe: non l’ho portata lì per quello. Aspetto che sia passato il messaggio, poi le racconto i miei incubi, voglio aiutarla a uscire dal giro, può restare da me, non deve pagare l’affitto e neanche il cibo, quando sarà pronta potrà cercarsi un lavoro e scegliersi un altro alloggio.

Che provasse a scappare dalla porta l’avevo previsto, ma dopo averla fermata non immaginavo scalciasse così, per fortuna sono un uomo e i trenta chili di differenza hanno la meglio; la blocco a terra e mi faccio promettere che una volta libera starà buona. La lascio e non si muove, faccio per alzarmi e mi è di nuovo addosso, spingerla non basta, pur non volendo sono costretto a colpirla.

Se si fosse comportata bene non prenderei precauzioni, ma così non posso dormire e nemmeno restare sveglio tutta la notte. Quando l’ho comprata speravo di non usarla, ma ringrazio la mia prudenza se posso legarla polsi e caviglie, mi assicuro non le faccia male, se domani saprà meritarselo dormirà libera.

La mattina la slego e mi accorgo che le sono rimasti i segni, spero se ne vadano entro sera, quanto al livido sullo zigomo ci vorrà più tempo. È il mio giorno di riposo, possiamo conoscerci meglio, sono fiducioso e sorrido, è per il suo bene.

Chiede di andare in bagno, tanto ho tolto la chiave, anche se tentare la fuga dal quarto piano sarebbe una sciocchezza accosto l’orecchio alla porta, la sento fare pipì, l’acqua del bidè che scorre, starà aspettando che si scaldi, ma dopo pochi secondi scorre ancora ed entro. La trovo sul water; domando scusa e richiudo.

Appena esce dice che farà tutto quello che voglio, mi arrabbio, non deve obbedire, basta che collabori, non deve prendermi come un carceriere, lei non è prigioniera, la prigione era fuori, possibile non si renda conto? Mi calmo, devo fidarmi anch’io per ottenere la sua fiducia, poi mi giro e apro il frigorifero, ma non faccio in tempo a prendere lo yogurt che sento una fitta alle costole e solo dopo mi rendo conto del sangue, le forbicine, fortuna che in bagno c’erano solo quelle e non ha avuto il coraggio di colpirmi alla gola.

Prendo forza e mi libero. Resta a guardarmi mentre le butto nel lavello, mentre mi avvicino, solo all’ultimo scarta di lato, appena la blocco si mette a gridare, ma è quando mi morde un braccio che abbandono le premure, la getto a terra e le tiro uno schiaffo, ma lei non smette, prendo il bavaglio ma lo sputa, con un cazzotto allo stomaco le faccio mancare il respiro, nel dubbio le mollo anche un calcio, quindi la lego stretta perché non possa muoversi.

Al pronto soccorso non fanno domande. Tornato a casa sento subito l’odore, dovevo prevedere che avrebbe avuto bisogno del bagno, ma la colpa è sua, dopo aver preparato il pranzo la libero, si sbrighi a lavarsi, tra cinque minuti sarà pronto. Può lasciare la porta aperta, così conciata non ho intenzione di spiarla.

Quando sento il cigolio mi precipito, sta per buttarsi di sotto, appena in tempo per afferrarle le gambe. La riporto dentro e le sbatto la testa contro il muro, la prima volta per punirla e la seconda per sicurezza, anche se aveva già perso i sensi chi può dire non fosse una finta? La mollo nella vasca, chiudo la finestra e vado a mangiare, quando si sveglierà sarà freddo, solo che non si sveglia e verso sera comincio a preoccuparmi.

Dopo averle sciacquato la faccia socchiude gli occhi. La saluto con un sorriso, lei borbotta qualcosa, la faccio ripetere, ma parla in un’altra lingua, poi sussurra che vuole tornare a casa. Le rispondo che casa sua è questa, ma lei scuote la testa e non parla più. La trascino sul letto, poi preparo la cena e gliela porto, ma si è addormentata. Oggi è andata così, ma domani dovrà mangiare.

Mi prendo un paio di giorni di malattia, quanto basta per sistemare le cose, e dopo aver guardato la televisione mi metto a letto anch’io. Sento il filo del suo respiro e mi sincronizzo con lei, senza volere mi addormento e passo la notte senza sognare.

Quando mi sveglio sono riposato, c’è il dolore della ferita ma è sopportabile, mi alzo piano, non voglio svegliarla, preparo la colazione e solo in tarda mattinata noto che è più pallida, forse è la luce, per sicurezza le prendo il polso, ma non sento niente.

Torno a sdraiarmi di fianco a lei, respiro per tutt’e due, poi mi avvicino fin quasi a toccarla e in quel momento mi prende la voglia di sapere; mi alzo sul gomito, la guardo e quando mi abbasso le sfioro le labbra con le mie.

L’unica regola che non avrei mai dovuto trasgredire.

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3 risposte a Milo Busanelli, Niente baci sulla bocca

  1. Fiorella Malchiodi Albedi ha detto:

    Un racconto con un ritmo incalzante, implacabile. Si comincia presto a sospettare che finirà male, ma non ci si arrende, e si continua a leggere sperando in una via di uscita, una improbabile salvezza. Poi gli eventi precipitano e arriva il finale, perfetto.
    Per me il tuo racconto più bello.
    Fiorella

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  2. Milo Busanelli ha detto:

    Grazie, Fiorella!

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  3. Pingback: [PAROLE E INCHIOSTRO] Intervista a Milo Busanelli – Disegni di Chiara Ghigliazza - STREAM!

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