Claudia Leporatti, APERTO ANCHE DI GIORNO

Solitamente mi metto nei guai il mercoledì, quando al call center ho il turno di notte, il telefono non suona mai e la curiosità finisce per prendere il sopravvento.

Solitamente apro tutto il materiale pornografico accessibile dai terminali a lavoro, ossia quasi niente. Mio malgrado i siti di posti come quel locale sempre aperto in genere sfuggono ai blocchi del sistema e offrono una gamma accettabile di foto stuzzicanti. L’immaginario che creano è anche più efficace del porno vero e proprio, così posso continuare a darmi piacere di nascosto mentre fantastico di avere rapporti sessuali nei luoghi più esposti al pubblico di Budapest. Stavolta, però, trovo un locale vero e proprio, aperto tutto il giorno.

Entro dall’anonimo ingresso nel cortile di un alto caseggiato rosso mattone, non ci sono insegne, cartelli, nomi sul campanello a parte quelli dei proprietari originari, morti da decenni, come in buona parte dei portoni ungheresi. Due rampe di scale mi portano alla reception del “Dare e Avere”. “Il piacere non va a dormire”, spiega una scritta sulla piccola vetrata, dopo la quale aspetta un uomo dall’aspetto nella media, con poco fascino, intento a guardare qualcosa su cui è meglio non curiosare su un televisore portatile.

“Sola?” chiede, senza l’ombra di interesse o di pregiudizio.

“Sì.”

“Diecimila fiorini, prego.”

Mi sento in colpa nel tirare fuori una somma tutto sommato alta per qualcosa che non posso dire a nessuno di aver fatto.

“La richiesta di oggi è giarrettiere e occhiali, se ha bisogno di affittarli trova una buona scelta, è ancora presto.” con un braccio indica senza guardare un tavolo coperto di accessori impacchettati.

Opto per delle giarrettiere nere di pizzo e un paio di occhiali color ciliegia, poi mi dirigo nel camerino. è ironico che un posto come questo, dove è proibito stare vestiti e devi andare in giro in mutande, abbia spogliatoi separati. Quello femminile è tutto rosa, rosa sesso, il rosa della carne umana quando è  colorata nei fumetti, coperto di foto di attori avvenenti, quasi sempre nudi. Forse servono ad evitare il cambio di idea che di certo coglie almeno per un paio di secondi i neofiti. Qualcosa di forte da bere sarebbe probabilmente più efficace per combattere la paura che ti accompagna durante questa operazione segreta. Mi sento più sicura di me del solito, dopo aver indossato i tacchi vertiginosi che ho portato nella mia borsa dalla mattina pur non sapendo che sarei venuta qua, per ogni evenienza. Controllo la mia immagine allo specchio, conscia che per gli uomini di là non importa quanto sono soda, magra, grassa o slanciata, aggiusto i capelli, di cui al mio potenziale compagno di peccato carnale importerà ancora di meno che della mia forma, poi mi avventuro nel corridoio rosso bordello. Di giorno ci sono solo clienti selezionati. Persone che non sono in grado di affrontare la mattinata o il pomeriggio senza fare sesso, che non possono aspettare che la fidanzata o la moglie e loro stessi finiscano le la giornata lavorativa per dare sfogo agli istinti primari. Devono farlo e le mani non bastano. In genere la loro vita è organizzata intorno a questa necessità, per cui hanno abbastanza partner occasionali da poter sfamar l’Africa intera, almeno due dei quali senza impiego fisso, anzi free lance, come si chiamano i disoccupati oggigiorno, ciononostante ci sono sempre contrattempi che rompono la certezza di trovare qualcuno al bisogno e allora ecco che si ricorre a postacci come questo. A volte incontri qualcuno che conosci, individui la sorpresa nel suo sguardo e sei sicuro di averne una buona dose nel tuo, ma in un lungo istante di tensione vi scambiate in modo tacito la garanzia del silenzio. Per sputtanare qualcuno che viene qui devi prima di tutto esporre te stesso e sono pochi a voler fare una cosa del genere. Ammettere di frequentare un locale come il “Dare e Avere” è anche peggio di confessare di andare nei night club, per una donna. Qui si viene per fare sesso. Pochi escono senza aver dato e ricevuto qualcosa, anche solo un poco, e quelli che lo fanno, che se ne vanno immacolati, non si sentono meno sporchi degli altri, che sfruttano il luogo per quello che è.

Cuscini enormi sono disseminati dappertutto, per coloro che preferiscono il pavimento scoperto alla noia dei materassi.

Un paio di costose ed eleganti suite con servizio in camera sono disponibili per i clienti, pulite e disinfettate dopo ogni utilizzo da una riluttante donna delle pulizie che si sente ancora peggio circa il suo impiego delle colleghe che fanno lo stesso negli uffici, che pure si ritrovano spesso a lavare via liquido seminale, ma meno spesso e in minori quantità.

Le richieste più frequenti per cui suona il campanello del servizio in camera non sono cene, cibi afrodisiaci o champagne, ma utensili di ogni sorta, armi leggere, manette, oli, maschere, travestimenti o dildo.

Ci sono stanze separate anche nella parte comune, una ricoperta da petali di rosa, cambiati con petali freschi almeno due volte al giorno, un’altra con una gigantesca doccia per chi ama farlo sotto l’acqua, anche in gruppo, una stanza musicale e insonorizzata dove si può scegliere il sottofondo, un’altra con una discreta collezione di film amatoriali e anche una telecamera se viene voglia di riprendere la propria esperienza, nel qual caso occorre avvertire il ragazzo all’ingresso, assicurandogli che siete entrambi – o tutti – d’accordo, per ricevere un nastro vuoto. Nel mezzo di uno spazio circolare che assomiglia non per caso all’idea che abbiamo dei gironi infernali, si erge una maestosa altalena con un ampio sedile di pelle. Le poltrone intorno sono per chi ama guardare questo tipo di spettacolo, ossia, a sorpresa, la maggior parte delle persone all’interno del locale quando qualcuno opta per l’acrobatico e stimolante strumento.

Adesso è tutto molto calmo, in ogni settore del club.

 

Una ragazza abbondante si aggira per le stanze con un frustino in mano e diverse parti del corpo che escono da una biancheria a filo interdentale, uno spettacolo poco convenzionale, ma qui dentro i gusti sono dimenticati: a tutti piace tutto.

“Ehi, bella, vieni qui.”

La voce viene dall’oscurità di una delle piccole stanze laterali, giù nel corridoio della vergogna. La seguo, entro e mi ritrovo ad essere accarezzata da una mano soffice e leggera. Mi agito con piacere, sono così eccitata oggi che anche solo mettermi a sedere mi stimola tra le gambe, ma poi guardo l’uomo, illuminato appena dall’alone rosso che ricopre questo posto. Dire che è brutto sarebbe un atto di cortesia eccessivo. “Mi dispiace, devo andare” gli dico con gentilezza. Lui non fa niente per trattenermi. Le regole sono chiare, qui: fai solo quello che vuoi fare. A quel punto puoi fare qualsiasi cosa, non esistono limiti.

Ci sono specchi ovunque, uno sparuto gruppo di persone di cui non distinguo i tratti sono sdraiate sui materassi come se vi fossero nati e cresciuti, senza alcuna intenzione di andarsene.

La stanza principale non è piena di gente che balla come sarebbe se fosse notte, è al contrario quasi vuota e riesco a sentire il rumore di una coppia – forse – che lo sta facendo a poca distanza. Non voglio bere a quest’ora e la sobrietà rende anche più difficile sostenere quest’atmosfera. Ubriacarsi ti aiuta in modo consistente ad andare, scegliere quello giusto, prenderti ciò che vuoi, soddisfare un paio di desideri senza sprecarci troppo tempo e così puoi guadagnare l’uscita di questo buco il prima possibile.

Con la cospicua eccezione dei pervertiti e degli uomini d’età, nessuno si gode il tempo qui. Se sei arrivato quaggiù è perché dovevi, non perché volevi.

Sono abbastanza sicura che il ragazzo davanti a me la pensa allo stesso modo.

Mi fa l’occhiolino, con un sorriso cordiale. E’ come se mi stesse dicendo “So che vorresti essere altrove, ma in qualche modo siamo legati a questo posto. Possiamo rifarcela solo col destino, per questo.”

Mi avvicino.

“Allora, come va?” gli chiedo, guardando in basso in modo eloquente circa le mie intenzioni con lui.

“Insomma, non è il giorno più bello della mia vita, sai.”

“Immagino. Possiamo renderlo un pochino migliore?”

“Penso di sì. Avvicinati.”

Mi avvicino.

“Più vicino.” Mi bacia con semplicità, senza lingua. Potrebbe essere un ragazzo che ho incontrato in una discoteca e il nostro un approccio normale, anche solo una sveltina, ma in maniera un poco più ortodossa.

Poco dopo aver scelto un angolo piuttosto isolato dalle strane anime che popolano questo luogo, copriamo un materasso nero con degli asciugamani puliti e iniziamo a fare sul serio.

“Posso chiamarti Justine?” mi chiede, dopo essere entrato senza alcuna fatica e aver iniziato a spingere sempre più forte.

“Sì, puoi.” Con un movimento rapido mi porto nella posizione di controllo.
“Justine…oh, Justine, non smettere, ancora, ancora, sì, Justine, così. Oh…mi fai impazzire Justine…”. Niente bondage, niente sesso a tre, solo un liscio rapporto, comportandosi come amanti, amanti affamati.

Finiamo il rapporto con due amplessi impetuosi e tanta sete.

 

Due officiali della rendorseg, la polizia locale, mi passano a trovare la mattina dopo a lavoro. Mi avvisa Gin, la team leader, felice come se avesse appena aperto l’uovo di Pasqua trovandoci una Gucci da tremila euro. Mi odia senza vero motivo,  a quanto pare disturbata da una mia breve avventura con l’allora suo fidanzato. Scorta gli ufficiali con aperta soddisfazione. “Eccola, è lei.” esclama, col suo accento “very brit” coltivato ai tempi in cui sfilava sulle passerelle di Londra, prima di rovinarsi il fisico e tornare in patria a lavorare in una multinazionale.

Mi parlano in inglese anche loro, ma senza accento da the delle cinque, anzi col solito tono sgarbato della giustizia ungherese.

“Azzurra Vitti?” almeno sanno pronunciare il mio  nome, non è da poco.

“Sì, piacere.”

Ho a che fare con la Polizia a intervalli quasi regolari e almeno una volta all’anno, ma me lo sono sempre cavata senza denunce né niente. Tendo a stare nei dintorni dei guai, li corteggio, e per di più ho la lingua a doppio taglio, ma sono una persona per bene.

“Abbiamo qualche domanda per lei. Prenda le sue cose e ci segua”.

Avrei io delle cose da chiedere a loro, per esempio come si permettono di interrompere la mia giornata, ma a lavoro mi annoio a morte, quindi li seguo quasi volentieri, tanto non ho niente da nascondere, credo.

Certo, mi preoccupa l’idea che prima o poi questa cosa dei club del sesso venga fuori, così come certe altre mie piccole manie erotiche, soprattutto perché mio padre è un politico stimato e temo non apprezzerebbe la mia eccentricità.

In centrale mi fanno sedere davanti a un ufficiale che pare non ridere dai tempi di Stanlio e Ollio. Vuole sapere dov’ero ieri. Tra le due e le quattro di ieri pomeriggio. Manco a dirlo, quando ero al “Dare e Avere”. Mentire non mi piace, così cerco di evitare.

“A passeggio.”

“Dove?”

“Per Budapest.”

“Spero si renda conto che non c’è da scherzare.”

Inizio ad agitarmi, qui ne esco male. Cosa possono sapere, in fondo.

“Un ragazzo – mi spiega – è stato ucciso ieri in quella fascia oraria, poco lontano da un club dove ci risulta fosse anche lei.”

“Un club? Vuole dire un bar? Mi sono fermata a prendere un caffè a Buda, in effetti.”

La faccenda è molto più seria di quanto immaginavo.

Impassibile, mi mostra una fotografia.

“È lui. Lo riconosce?”

“Mai visto prima.” garantisco.

Vestito sembra un po’ diverso, ma è il ragazzo con cui ho fatto sesso ieri, non ho dubbi.

“Vedo che preferisce mentire. Senta, sappiamo che prima di essere assassinato questo ragazzo era in un club di nome “Dare e Avere”. Quando è stato trovato aveva in tasca questo.”

Mi allunga un porta-documenti che riconosco perché è il mio. Prendo il mio portafogli dalla borsa in cerca della carta d’identità, ma è sparita. Ricordo di averla messa in tasca ieri, quando l’ho usata come porta-preservativi, infilandola nella spessa giarrettiera che costituiva il mio abbigliamento.

“Posso spiegare, non è come sembra.”

Il poliziotto non aspettava altro.

“Mi trovavo da quelle parti, deve avermi derubata.”

Faccio del mio meglio per spiegare che non sono stata in quel posto, che sì, ho conosciuto quel ragazzo, ora che ci penso meglio, ma che non sono una pervertita. Un paio d’ore dopo mi lasciano uscire. Mentre mi accompagna fuori, un ufficiale dall’aspetto meno inflessibile mi spiega che nel frattempo c’è stata una confessione, sono scagionata.

L’articolo che esce su Internet poco dopo narra di un ragazzo pugnalato dalla fidanzata, consegnatasi in modo spontaneo alle autorità. In stato di choc aveva mostrato alle autorità il cassetto della biancheria del suo innamorato, colmo di documenti sottratti a un numero impressionante di ragazze di varie nazionalità, le sue amanti occasionali. Nel corso dei giorni i media spettacolarizzano l’accaduto e in un programma televisivo spunta il migliore amico del giovane, che racconta di come alla vittima piacesse collezionare carte d’identità e passaporti di quelle ragazze, un vezzo.

Chiedeva sempre di poterle chiamare Justine.

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