Barbara Bedin, CIPRALEX®

 

Tremava.

Nessuno dei due poteva risalire a quando fosse iniziato. I ricordi sono difficili da conservare quando la mente ha più buchi di uno scolapasta e i fori sono troppo larghi per trattenere anche il riso, e lei aveva smesso di ridere da un po’. Non sapeva il motivo, ci vuole consapevolezza per riconoscere il dolore mentale e ne aveva troppo di fisico perché ci fosse spazio per altro.

Tutto era diventato difficile, alzarsi la mattina, portare i piedi a toccare il pavimento freddo, maledicendo tutti i giorni quella volta in cui gli aveva permesso di scegliere le finiture del capitolato del loro appartamento dove non avrebbe mai voluto abitare. Piastrelle di gres porcellanato in tutte le stanze, quando avrebbe preferito listoni di parquet di rovere, posati in obliquo verso spazi che non avevano. Invece no, piastrelle e freddo che saliva da sotto, saliva dai piedi e si prendeva porzioni di corpo, con l’andare del tempo, rendendola insensibile. E quel senso di oppressione, quel mattone appoggiato sul petto che doveva sollevare tutte le mattine; ogni giorno le sembrava aumentasse di peso, come in un allenamento crescente. Quando finalmente riusciva ad alzarsi si scopriva stanca, i battiti accelerati come dopo uno scatto, quasi che l’affacciarsi al nuovo giorno fosse uno sforzo eccessivo per il suo fisico non più allenato alla vita. Poi era arrivato il disorientamento, inaspettato, li aveva sorpresi come nebbia in estate: principio di labirintite, era stata una delle tante diagnosi, ma lei sapeva che non era quello il principio, né la fine. Si sentiva perduta, senza boe di riferimento verso cui risalire, senza orizzonti da guardare. Le era già capitato di sentire il vuoto intorno, ma quel vuoto incontrava prima o poi dei confini: nelle pareti dentro cui viveva e lavorava, nell’abitacolo dell’auto dentro cui passava ore in mezzo al traffico, nei rapporti con la famiglia, gli amici. Quello che sentiva adesso era diverso, come se il vuoto non fosse più fuori ma dentro, e il vuoto dentro non ha confini.

 

Eppure non le era mai successo, neanche quando le immersioni l’avevano spinta a superare i limiti normalmente consentiti. Anni passati a sondare i fondali dei mari di mezzo mondo, a volte risalendo a fatica, l’eco di frazioni di ossigeno dentro bombole vuote, prima di bucare il mare. Una sensazione simile l’aveva vissuta una volta, quando la paura si era impossessata di lei pietrificandola e facendole perdere la cognizione dello spazio. Erano alla fine di una vacanza dedicata alle immersioni, almeno due al giorno, ed erano tutti sfiniti. Si era svegliata di colpo senza ricordarsi di essersi addormentata, lui era al suo fianco, le toccava il braccio, scuotendola. La sagoma dello squalo copriva il cielo d’acqua sopra le loro teste creando un muro nero sotto, “siamo morti”, si era detta, mentre lui gesticolava e sfociava, dietro la maschera, un fiume di parole mute di cui intuiva a tratti il significato. La pressione dell’acqua premeva sui loro corpi e sui sogni che sarebbero rimasti tali mentre il loro sguardo vagava nell’infinito mare delle illusioni. Poi erano emersi, si erano tolti le bombole e avevano sfilato le mute. Si era spogliata dello strato di pelle nera che la copriva, semplicemente abbassando una cerniera, pensando a tutte le volte che aveva indossato una maschera e una tuta aderente per nascondere parti di sé, affinché niente di quello che era potesse vedersi agli occhi degli altri. E dentro quella corazza si era immersa, scendendo giù, in fondo, anche se sapeva che c’erano gli squali e che le bombole potevano non bastare. Ma era entrata ed era scesa, perché entrare era l’unico modo che conosceva per uscire, e non c’era niente che la spaventava. Aveva la certezza che sarebbe arrivato qualcuno, avrebbe sedato gli squali, l’avrebbe presa per un braccio e l’avrebbe tirata fuori, dove il cielo era blu come il mare, ma con il sole e il vento a spettinare i pensieri.

 

La quotidianità era ripresa, alla fine della vacanza, ma lei, non era mai tornata. Era finita in pronto soccorso due volte dopo essere svenuta al lavoro, a fatica era rientrata alle sue mansioni in magazzino. Era svogliata, assente e distratta, un giorno aveva rischiato di essere investita da un muletto. Aveva avuto convulsioni, attacchi di vomito, che l’avevano sorpresa e terrorizzata allo stesso tempo. Lo stomaco era rimasto stretto in una morsa anche dopo, quando in magazzino non era tornata più e l’avevano parcheggiata in archivio a sistemare documenti fiscali accatastati nel corso degli anni, in un disordine organizzato di cui nessuno aveva memoria. La notte le capitava di svegliarsi in un lago di sudore, il respiro soffocato dalla pressione di un cuscino senza piume, il braccio allungato verso il bicchiere d’acqua. Lui al suo fianco dormiva, lei non lo svegliava, rimaneva stesa a guardare le sagome degli squali sopra le loro teste senza trovare il coraggio di chiedergli di allungare un braccio.

 

Tremava.

Sopra le lenzuola, era blu il pile che muoveva onde sul suo corpo inarrestabile. Prese la scatola in cima ad una pila di confezioni uguali che teneva sul comodino. Schiacciò il blister, il contenuto cadde a terra. Tastò la superficie delle mattonelle come avrebbe fatto, sul fondo degli abissi, alla ricerca di una conchiglia preziosa.

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