Antonio Pizzuto, Si riparano bambole [incipit]

Alle dilette Palermo, Erice e Castronuovo di Sicilia 

Si riceveva, ma il termine è un po’ ampolloso, ogni martedì, con un giro di visite scambievoli che occupava l’intera settimana tolte le domeniche. Era quindi possibile ripigliare il discorso o rinviarne la trattazione al giorno seguente là dove toccava rincontrarsi, senza bisogno di riepiloghi: temi in verità semplici, monotoni. Raramente ne formava oggetto qualcuna di loro, poiché se ne andavano tutte insieme, verso le otto, lanciando dalle scale inintelligibili frasi all’ospite affacciata. Trattavano in generale argomenti di genealogia teoretica, di genealogia pratica, per spiegarsi a vicenda chi era mai la tale, e con chi maritatasi, l’età presunta deduttivamente. Qualche gioiello modesto luccicava, i ventagli quando ne veniva il tempo davano battendo sul petto rapide vibrazioni da volatili starnazzanti. E sempre le stesse facce, addolcite dalle velette e dalla penombra. Il giorno che comparve quella signora ammutolirono come se interrotte in qualche comunicazione segreta. E andatasene alle fredde accoglienze, fu un subisso di esclamazioni indignate. Che sfacciata, disse ciascuna, presentarsi così, senza invito, ammettersi da sé fra loro, con le dicerie che correvano sul suo conto. Ad Anna Sofia, la pianista che conosceva ogni cosa su Rubinstain e Sciuma, ma era ignara di certi fatti o non se ne interessava, tutto fu susurrato all’orecchio. Terminata la costernazione ella cedette alle preghiere e sonò la Marsce sovàge del maestro Floridia, pezzo preferito da loro. Forse se ne immischiarono gli uomini: fatto sta che non la si rivide più. E forse cercava una riabilitazione, entrata così sorridente, con tanto gusto, con una gran cura di non farsi notare ed essere almeno sopportata. Ma aveva le unghie a punta, sarebbe bastato questo. E che viso molle, poi, non so: molle è la parola esatta, sì, molle. Cose da narrare in un salotto di persone per bene quelle? I negri della Nigeria, e come poteva saperlo, che credono in un Dio abitante nei loro boschi, e dove? “Chez lui”, rispondono. Un po’ di timor di Dio non guasta. E fumava, forse. Doveva averne fatti di viaggi, conosciute di genti. Quanto si sta bene nel proprio paese e a non ingerirsi; e che cappellaccio. Fecero cantare alla figlia di Adelaide I cappelli delle donne, satira deliziosa. Accompagnava Adelaide, tempo due quarti, ed il basso a stantuffo. Era l’unica bimba a frequentare i loro circoli e tale canzoncina l’unica del suo repertorio, sicché la assaporavano bene, agiva da riflesso condizionato precedendo i primi sbadigli coi sottovoce corretti da un risolino in ritardo. La signora Giovanna – di solito era l’argomento più vasto, tale che altro non rimaneva poi fuorché gli sfibranti commiati – si addentrò nel convinto panegirico del marito. Ella beninteso si limitava a ripetere quanto ne dicevano gli altri, nulla aggiungendo di suo. L’avvocato. In città a dire l’avvocato era di lui che parlavano. Andiamo dall’avvocato, è meglio rimetterci all’avvocato. Come se non ce ne fossero altri, e bravissimi del resto; ma l’avvocato per antonomasia significava il suo Giacomo, voluto unanimemente bene, colui che vinceva le cause per l’affetto. Quando i presidenti lo vedevano triste, il pensiero di procurargli un dispiacere risolveva la lite. Al suo ingresso era attentamente scrutato da tutti, e se passava un po’ mogio la voce si diffondeva per le aule, ciascuno a preoccuparsene, le parti avverse facendo qualche gesto eloquente da vano con rassegnazione mandato ai loro patrocinanti di non calcare troppo, di lasciar perdere se mai, purché il viso di lui si rasserenasse. Gli avrebbero agitato campanellini sotto gli occhi per farlo sorridere, come ai bimbi, tanto era amato. Il primo presidente si alzava per stringergli la mano, il procuratore generale, sì, lo stesso procuratore generale sapeva farsi alcuni momenti meno brutto. A un suo minimo cenno di voler parlare si ammutoliva: nel silenzio assoluto subito fatto egli poteva chiedere qualunque differimento ed era accordato. Il ministro, all’inaugurazione della lapide, gli disse caro avvocato. Ma bisognava vederlo nello studio. Uscito il cliente egli gridava A chi tocca, e dall’anticamera gremita veniva avanti un altro. Delle volte, in estate, egli ascoltandoli a occhi chiusi, un po’ di sbieco, il gomito sulla scrivania, pareva dormisse. Non interrompeva mai. Terminata l’esposizione dopo qualche raccoglimento tendeva la destra, era bastevole l’annuire per rinfrancare i più incerti. Tutte già apparecchiate per andarsene, ad ogni pausa facevano un passettino avanti, ma come durata quelle uscite erano buone altre mezze visite. Abbandonata la sala da ricevimenti attraversavano il salottino e il salotto con l’altro piccolo pianoforte giungendo fra le ultime ciarle nella stanza d’ingresso. La porta era spalancata, ma ancora ce ne voleva. Poi nonna rifacendo il cammino rassestava i cuscini, le poltrone e le poltroncine rimosse; schiuso l’uscio di fondo dava per lo spiraglio un’occhiata nello studio del nonno, dalle librerie fino al soffitto. Ben altre conversazioni, qui, se vi era ammesso qualche raro visitatore. Chi sarà stata la Pietra di Dante, chi la donna di Giacomino Pugliese, chi Ciullo d’Alca- mo, e proprio Ciullo o non Cielo, e proprio d’Alcamo o dal Camo, ed ebbe o non ebbe una sorella il Petrarca, lo sarà stata veramente quella Selvaggia, o non forse una sorellastra, e Laura e – frattanto – la madre dei petrarchini? Quante cadute da cavallo toccarono a messer Francesco, come mai la gamba ferita era sempre quella sinistra? E i campioni nudi e unti? Le carole di S. Tomaso? Il nonno rimaneva tutta la giornata chiuso là, seduto alla scrivania; il suo inchiostro era viola, con dentro un pizzichino di zucchero, la carta di gran formato si copriva di una scrittura bellissima un quinterno dopo l’altro, fra pipate e consultazioni del Tommaseo e Bellini, i cui in folio, con rilegatura bodoniana, non avevano requie nello scaffale alla sua destra. A fronte aveva file di libroni dai dorsi in pergamena. Talvolta, verso il tramonto, passava dalla seggiola a una piccola poltrona, e lì alle spalle era la Divina Commedia del Poletto, il Forcellini, i tomi di un dizionario biografico. La finestra, alta, due gradini di marmo per arrivarla, chiusa sulla piazza centrale formicolante, ne attutiva il rumore. I tempi si facevano più difficili. Quei ricevimenti una volta ne meritavano il nome, presenti anche artisti scrittori qualche generale. Il nonno faceva venire allora un maestro di scherma per dirimere le possibili controversie, però non lasciava la sua piccola biblioteca: se mai qualche privilegiato vi era ammesso all’ultima ora, non beninteso dall’uscio del salone, ma di soppiatto, attraverso la sala da pranzo e i vicoli. Seduti di fronte a lui, armavano conversazione chiedendogli consigli su qualche ricerca raffinata e paziente: chi faceva il conto di quante volte il Petrarca adoperò “leggiadro” nelle sue rime, chi di quelle in cui Dante elise l’articolo innanzi a un nome, e nel I canto dell’inferno erano ben diciassette in non più che quarantacinque terzine, oppure cornacchiare, grillare, scoccoveggiare: la pentola grilla, il tegame grilla; come mai l’Oppidum Munionis di Desiderio divenne Floren- tia, et similia. Giunta l’ora eccolo venire a tavola ed era no in nove: il nonno accanto alla nonna, dirimpetto la primogenita, Marietta, i tre piccini fra lei ed il marito, le due figlie nubili ai capi opposti; in più la cagnetta intenta a annusare tutte quelle scarpe. Ritornava ai suoi libri avanti che terminassero la frutta. Il campanello frattanto col suo asmatico timbro dava l’annunzio delle visitine serali, o Fabrizietto, cui era gradito il caffè, o Perrino, ed al giovedì il maggiore Romano che dopo brevissima sosta di cortesia proseguiva verso lo studio del nonno a interrompergli il filo per le sue ricerche storiche. Veniva talvolta Savoca il calzolaio, ignaro di lettere, e cercavano di trattenerlo nella sala da pranzo, non infastidisse il nonno con interminabili relazioni su certo gratuito patrocinio del quale nessuno capì mai gran cosa e gliene chiedevano tanto per distoglierlo dall’intento, ma senza riuscirvi: dopo una sommaria risposta si levava avviandosi impettito a riferire le ultime non desiderate notizie al Professore. Dai giornali si apprese che l’ultima sera, lasciatili, appena tornato a casa sua vi appiccò il fuoco e morì nell’incendio con la sorella. Sparecchiata infine la tavola vi era posta su la cagnetta a corrervi da una punta all’altra secondo i richiami dei commensali rimasti ai loro posti, o in mancanza impegnata a inseguire la propria coda fra lo spasso di tutti. Il chiaccherio generale faceva alzare le voci. Alle volte le tre sorelle scambiavano allusioni con termini convenzionali per i tre bimbi; diceva per esempio Marietta: Sai, Stella, di Grillsbeder? è finito con Guerrazzi, là a Rotterdam, mi capisci? Pofi il primogenito proclamava di aver capito, segno del contrario. Era per prima la piccola ad addormentarsi, in grembo della zia Beatrice che andava leggendo una pagina a Pofi. Il secondogenito spariva sulle ginocchia paterne. Quando il sonno era pieno li accoglievano i due divani, addossati l’uno alla camera da letto dei nonni, l’altro al la parete del primo salotto chiamato anticamera. Pofi si rammentava dei compiti da fare. A quest’ora? Di qui un pianto disperato. La madre lo prendeva in braccio, gli mormorava soffia, le palpebre nella fissità dello sguardo in passato remoto facevano un paio di prove, attecchivano. E già, andatisene i visitatori, la conversazione languiva. Ma ecco la porticina dello studio schiudersi, il nonno venire avanti nel suo itinerario dalla scrivania al riposo passando il minuscolo andito pieno di librerie, la stanzetta di Stella, il varco dinanzi al terrazzino. Babbo, gli dicevano le tre figlie appena arrivato, siedi un momentino con noi. Egli sedeva nel divano con alle spalle la piccola fulva addormentata. Ogni tanti giorni la nonna gli somministrava in quel momento una misteriosa pillola di aconito. Erano soste brevissime, ma non di tutte le sere, secondo la dolce stanchezza dopo tante ore di lavoro, stai ancora un poco, insistevano, ma egli scusandosi con sorriso carezzevole eh, vorrei andare a dormire, e riprendeva il cammino, la nonna appresso per metterlo a letto. Seguiva il commiato della domestica, che si ritirava nel camerino remoto, da basso al secondo salotto. Così aveva termine la serata. Capelli da attorcigliare, bocce con l’acqua per la notte, qualche battibecco fra Stella e Bice, le prime valutazioni dei genitori circa gli sforzi per recare i dormienti a letto, rompendone il sonno dolcissimo. Venivano posti in piedi a occhi chiusi, guance e orecchie di fiamma, braccini docili a levarsi per la svestizione. Il papà apriva la marcia con Sefina in braccio, appresso Ugo al collo di mamma, Pofi in retroguardia per mano attaccato alla gonna, chino e barcollante come se recasse una gerla. Dalla stanzetta di Stella, per l’altro uscio, giungevano alla scala. Erano diciassette gradini, uno scalpiccio interminabile fino al piccolissimo appartamento lassù contro un mare di tegole. Il lumino suggendo olio rischiarava quei sonni ben percepibile nel silenzio notturno. Di primo mattino il discendere a precipizio per quella scala, cupi tam tam, la nonna già al lavoro. Ella preparava tutto per il nonno tendendogli i calzoni come due gallerie, gli annodava poi la cravatta, né era trascurata l’arricciatura dei baffi, un assettarlo metodico da scultore col mezzobusto. Frattanto il passo pesante di mamma sugli scalini e quello leggero del padre. Unica invisibile ancora era Stella, ultima a levarsi. Tutti accompagnavano il nonno fino alla porta e, scomparso dal pianerottolo, si andava ad aspettarne il transito per l’androne dal terrazzino antistante la sala da pranzo e l’anticamera. Chini sulla ringhiera vedevano giù il cocchiere intento a governare i cavalli del padrone di casa. Finalmente il cappello grigio spuntava, al varco con un gesto era ricambiato l’inchino, nonno spariva e si correva al balcone. Rieccolo ad attraversare la piazza dai quattro frontoni tutti stemmi fontane e statue incamminandosi verso l’Università fra le scappellate. Pofi alla chetichella infilava lo studio; subito a destra, prima che incominciassero gli scaffali, c’era un armadio a nicchia nel muro, un armadio bislungo e altissimo rivestito di carta da parato, con molte scansie, anche là libri. Egli si alzava sulla punta dei piedi per afferrare la bottiglia di rum donde venivano attinte al mattino le poche gocce versate nel caffè per il nonno, ne traeva un sorso rimettendola febbrilmente a posto con occhi esterrefatti; il negro cinto di rafia lo fissava dopo l’operazione fino alla richiusura dello sportello slabbrato. L’odore rimaneva nell’aria, sui dorsi di pergamena vicini; quanto a lui, per un pezzettino stava a distanza dai possibili accusatori. Sì, perché fa male. Ma al nonno perché allora. E poi questo male non arrivava. Quando infine arrivò esso giunse per tutti e tre i piccoli imparzialmente. La febbre. Il medico di famiglia aveva baffoni grigi in giù, sguardo torvo. Niente di arrendevole in lui; mai sazio di quanto gli spalancassero le bocche, finiva col reclamare il cucchiaio per abbassare la lingua: quello era il terrore. Si sgomberò la sala da pranzo. Il letto per Pofi fu posto lungo la parete contigua alla camera dei nonni, quello di Sefina in diagonale, Ugo nell’angolo fra loro. Scientificamente la malattia si chiamava febbre infettiva. Latte senza fine. Nelle ore dei pasti i piccoli infermi vedevano spuntare dal corridoio la fantesca con le vivande dirette, attraverso l’andito lastricato di marmo, alla camera prossima ove si desinava. Un segno che essi andavano migliorando lo diede il loro annasare al passaggio delle pietanze. Che almeno potessero divorarle con gli occhi, mangiasse davanti a loro la mamma, aria di sommossa, città dei vespri, Pofi sedizioso, cedere, un tavolino e la sedia furono collocati nel mezzo della stanza nuda. Lì si apparecchiò per la mamma. Ella sedeva senza guardarli, era miope, e tutta imbarazzata inghiottiva. I loro cupidi occhi seguivano ogni boccone, le sorsate di vino rosso con l’acqua, la bianca gola spiegata. Dai vertici del triangolo venivano nel silenzio sospiri. Nessun commento. Nessuna parola. Soltanto ingoiavano a vuoto. La donna sparecchia-va, tavolino e sedia erano portati via. Alle ore assegnate si riproducevano gli armeggi per indurre i tre stoici a prendere il latte. Uno dopo l’altro la mamma, il babbo, nonna, zia Beatrice, e perfino la zoppicante Stella talvolta, incominciavano il giro dei lettucci, con i vari argomenti dai persuasivi ai minacciosi, motti scherzevoli, il bicchiere appannato dagli ondeggiamenti respinto, respinto, respinto, fra lacrime gemiti labbra strette occhiacci. Trascorsi i primi tentativi, ciascuno faceva la sua offerta. Già Pofi aveva una monetina d’oro. Dietro l’offerente, chino col biglietto nuovo di zecca fra le dita, c’era sempre altra mano a reggere il calice come un doppiere e si andava e veniva. Anche la servetta finiva per intromettersi. Giunti presso la piccola fingevano di contendersi una bibita prelibata e preziosa. Il cagnolino interpretava tutto l’andirivieni come a sé dedicato, saltando abbaiando scodinzolando. Suvvia. Presto. Un sor- settino solo e poi basta. Non ce n’è più. Allora gli occhi, ogni giorno più grandi e più gravi, sogguardavano nella vetrina le bottiglie impassibili, schierate come suore. Febbre infettiva. Di settenario in settenario. Il terzo settenario. L’ultimo settenario. Messi a letto lo stesso giorno, insieme ne uscirono. Stentavano a reggersi in piedi. Costeggiarono le spalliere aggrappandovisi. La pelle andò via a strisce. Veniva fuori quella nuova lucente. Il primo pollo arrosto, secondo il dottore da masticare ben bene, a piccoli bocconcini, senza fretta. Pane. Ancora pane. Dell’altro pane. La sala da pranzo fu riattata. Al mattino vi si presentava la lavandaia, donna Caterina, vecchia, occhialuta dopo l’operazione di cateratta, con i sacchi della biancheria lavata nel fiume, biancoazzurra e odorosa. Le pratiche di riconsegna venivano fatte personalmente dalla nonna e duravano a lungo, poiché se i fazzolettini annotati erano diciannove e quella ne presentava diciotto, prima di passare oltre bisognava frugare sino al ritrovamento. Interminabili elenchi. Poi il conto. Diciannove per quattro. Se fossero dieci, quaranta. Venti, ottanta. Meno quattro, settantasei. Ventuno per quindici. Il vinaio. Sedeva, barile contro la pancia; come il fiotto giungendo al collo del fiasco faceva cromatismo, pronta la domestica ve ne sottoponeva un altro. L’odore si diffondeva per l’anticucina. Delle volte si presentava un uomo nuovo, segno che il fornitore aveva da fare con la giustizia. Forse perché era un mafioso. Certo è che parlava poco, e poi quel suo risolino, quegli occhietti furbi, e grassotto, sempre con gli anelli, sempre sbarbato a dovere. La donna grattugiava, pestava il pepe nel mortaio, o giungeva l’allegro trotto delle uova sbattute. Pofi sedeva al pianoforte, non quello del salotto beninteso, l’altro meno buono dell’anticamera a suonare, sempre in fa maggiore, marce di bersaglieri. Silenziosa la stanza da pranzo. Egli varcava l’andito, dai due grandi armadi a fronte incassati nei fianchi e pieni di provviste, tutto guardingo. Il letto dei nonni sempre rifatto meti-colosamente, fino alla levigatezza assoluta, era intangibile. Pofi toccò con la punta del dito la coperta tesa e magnifica su cui neanche una mosca osava posarsi. Le persiane socchiuse non lasciavano entrare che poca luce. Là presso era la poltrona celeste. Qui contro le pareti opposte i due canterani antichi addossati al parato azzurro, scuri bassi e pesanti. Quello dalla parte del nonno custodiva un cestello colmo di monete, bronzo ed argento, gli astucci con i gioielli, la logora busta contenente valori e, in pila infinita, le ricevute della società elettrica, dalle origini ai nostri giorni; mentre i capaci cassetti dell’altro, non chiusi a chiave, servivano soltanto per la biancheria. Qui una lampada ad olio ardeva perennemente sopra il marmo azzurrognolo innanzi l’effigie sacra. Accanto si schiudeva l’inesplorabile recesso del sottoscala, popolato di vesti appese. Non se ne conosceva il fondo. Né c’era porta. Pofi si faceva forza qualche rara volta addentrandovisi di un passo o due, con le mani stese che non incontravano fuorché gonne sino a soffocarlo          da tutte le parti e ne veniva fuori affannato. Subito i panni si richiudevano silenziosi nell’impenetrabile tenebra mal violata. Nessuno vide mai occupato quel letto da dormienti. Era come se i nonni passassero la notte seduti nelle rispettive poltroncine ai pie’ di esso, una gamba sull’altra, attenti per non smuovere i tappetini, gli sguardi sui due crocefissi al barlume della fiammella assetata e pavida. Nella cameretta contigua, simmetrica con lo studio del nonno, opposto quanta era la larghezza del frontone tutta passaggi invasi da librerie, stavano i lettini delle zie, la specchiera a fronte, lo sgabello su cui era posta certa piccola cassa col cagnolino imbalsamato. Sulla cerata nera a lettere ricamate in rosso se ne leggeva il nome, Darling. Anche lì nessuno. Ma provenivano voci poco distanti; Pofi rasentando la buia scaletta giunse nella stanza di Stella. La nonna e le zie vi stavano tutte concitate contro il signor Albanese, che era piccolo e mingherlino ma calmo come poteva esserlo l’uomo cui il padron di casa concedeva pieni poteri: autorità emanata non dal proprietario semplicemente, da signore che soprattutto era un nobile. Ricco, ce n’erano tanti, ricco e nobile, cavaliere per stirpe, sua moglie di famiglia ducale, mondo inconoscibile per gli estranei, e dove nessuno si intendeva di fabbriche, sicché il signor Albanese godeva una piena fiducia. Andava e veniva, su, giù, dalla mattina alla sera per tutto il palazzo a escogitare lavori. Sua idea fissa era la luce. Apriva occhi di bue, fori, varchi, qua a forma di losanga, qua di trapezi. Lo si incontrava in posti impensati, e là ove soffermatosi traeva di tasca il metro giallo si poteva star certi che al mattino appresso due muratori farebbero calcinaccio. L’appartamento in cui egli compariva più raramente era proprio quello, per le ostilità che vi si aspettava; ma a termine del ciclo era pur mestieri farvi una capatina. Così il palazzo, anche mantenendo lo stile dei tre rimanenti, era nelle parti sue meno viste tutto escrescenze, aggiunte abusive, e ricco di feritoie e di vuoti. In quel momento egli pretendeva aprire un bel tondo nella parete per illuminare la contigua scaletta. Già la piccola stanza aveva tre sbocchi, l’uno verso quella da pranzo, il secondo verso lo studio del nonno, il terzo verso la camera delle zie: tre usci da chiudere quando Stella sedeva alla sua specchiera ritirandosi poveretta in segreto; già troppi questi, senza contare la finestra opposta al balcone del salottino. Figurarsi se avrebbe permesso al signor Albanese di attuare il suo più recente piano. Egli stava immobile, con il cappello di paglia fra le dita, un lacrimone di calce sul dignitoso vestito nero. Come succedeva un’altra nell’apo- strofarlo, si volgeva cortesemente a guardarla; di quando in quando una misurata risposta, sempre col garbo dovuto. E dall’anticamera gli arpeggi del pianoforte. Il signor Albanese con moto da bilanciere richiuse la canna. Lo seguirono tutte e tre, anche Stella, avvivando il ritmo delle proteste. Il cane gli abbaiava. Egli varcò l’andito sonoro che dava nella stanza da pranzo. Qui Stella prese congedo. Sempre col suo seguito, riverì al passaggio la sonatrice, che a dir vero non se ne accorse. La porta di casa si chiuse alle sue spalle. Ma Pofi la riaprì furtivamente. Subito c’era un primo gradino. Poi il pianerottolo dell’appartamento contiguo. Un altro gradino. Altro pianerottolo, l’altro appartamento. A sinistra la prima fughetta della scala. Ancora due gradini. Nuova fughetta, appena più lunga ed al buio. Il signor Albanese era fermo lì. Valutava con sguardo da oculista la cieca parete. Rimuovere il cristallino, operazione da poco. Un buon romboide, mehr Licht, pur senza indebolirla. Con due salti leggeri Pofi lo raggiunse. Gli sorrise; la lacri- muccia scacciata si fece strada sulla gota paffuta. Non meno buia era giù in fondo all’androne la scuderia. Lungo l’andito stavano le carrozze a stanghe levate. Mai in riposo le orecchie, all’approssimarsi di qualcuno i cavalli volgevano la testa dalla mangiatoia. Sulle mura scabre, appena discernibili alla poca luce filtrante dalle inferriate alte, erano appesi finimenti, le fruste bianche e cortesi. Un tocco di campana. Il portinaio appariva col viso in su nella corte. Sporgendosi un cameriere dalla ringhiera sottovoce gli trasmetteva l’ordine di attaccare. Una delle carrozze tratta fuori rotolava silenziosamente in mezzo all’androne seguita dai cavalli condotti per la cavezza fra

il      risonare pacato dei loro ferri. Cocchiere e famiglio imponevano pettorali e tirelle, a poco a poco ciò che era appena imbastito diveniva saldo ed efficiente. Pietro sedeva a cassetta con l’alto cappello lucente ornato di coccarda, il piccolo rimaneva in attesa presso lo sportello aperto. Da quel momento, ad avventurarsi per le scale, poteva apparirvi la signora. I gradini erano di porfido. Dapprima una fuga di venti o ventidue, dritta fino all’arco dai vetri multicolori: era come una cascata di marmo rosso e lucente fra il biancore delle pareti. In cima, sulla sinistra, la nicchia con una statua muliebre che reggeva pel gambo un lume. Su pel ripiano tasselli marmorei formavano intarsiandosi certo ornato di dolci curve intorno ad un centro bianco; di contro, per un’apertura invetriata larga quanto la scala ed alta, scorgevasi un inaccessibile terrazzino incassato fra mura e pieno di piante, onde proveniva luce nello scalone, che piegava là a destra con una fuga più breve sormontata dalla seconda statua nuda con fiaccola. Tre gradini ancora nel medesimo senso, un nuovo ripiano simile, l’angolo più buio, cui la luce giungeva dalla successiva ultima fuga, pure in penombra quando non erano accese quelle lampade. A sommo, occupando il lato sinistro del pianerottolo, l’immensa porta bruna degli appartamenti padronali. Le visite erano preannunciate dalla campana, un tocco per i signori, due per le signore. Trovavano spalancato il battente, col cameriere in livrea, panciotto giallo a strisce nere, là sulla soglia; e si scorgeva parte del gran vestibolo, scuro come gli attaccapanni e le cassapanche massicci, coperti di soprabiti cappelli bastoni frustini. Dal soffitto altissimo pendeva un lampadario in cristallo e ferro battuto. La luce del giorno scialba entrava dal balconcino aperto sul sottostante androne. E dirimpetto alla porta il bel finestrone dai vetri colorati, a piombo sul terraz-zino. Nel porfido era ripetuto due volte l’ornato dei precedenti ripiani; al centro della parete ancora una nicchia, l’ultima statua lucifera. Così terminava lo scalone. Il seguito, sempre volgendo a destra, di là da una cornice di legno che lo nascondeva, era in lavagna: prima una fuga e sul ballatoio due porte, l’una adducente alla scala di servizio, l’altra a terrazzi e logge del padrone di casa. E poi sulla destra tre gradini, poi la fughetta ove Pofi cercava di sorridere al signor Albanese. Questi lo guardò appena e riprese le sue misure. Né i muratori tardarono a premere il campanello; ma essendo invincibile Stella, dovettero contentarsi di scoperchiare il soffitto della sala da pranzo. La luce entrava abbagliante. Si camminò frantumando calce. Sostituirono travi. Incannucciarono. Cantavano inerpicati sul palco. Uno di loro, Ignazio, si ferì. Gridava. Lo trassero in braccio. Fu trasportato all’ospedale. Venne quella volta il padron di casa. Aveva gli occhi celesti, i baffetti bianchi arricciati, pancetta, e che bel vestito. Ecco un gentiluomo dell’aristocrazia, e ricchissimo. Non si dava arie, ed era marito di duchessa lui semplice cavaliere, ma che vuol dire, e quanti feudi, andava a Baden Baden, anche al circolo dei Nobili, dove non può penetrare che un nobile. Come sarà fatto. Che faranno là dentro. Quanti camerieri e saloni, poltrone e divani e tappeti e specchi e lampadari e statue, pitture, vi si può perfino pranzare, e tutti in silenzio o a bassissima voce. Perché mai gridare. Quell’uomo dai bei capelli candidi, rotondetto, benevolo, era il padrone di tutto: dovunque si dirigesse pei labirinti scale anditi dell’antico palazzo, le stesse mura sembravano fargli largo. Talora indugiava presso il portone, verso mezzogiorno o verso sera, pronto al sorriso con Pofi, pieno di riguardi col nonno che ne teneva la mano, come sta professore, e questo birichino studia? Studia, piccino, diventa come il nonno, piccino caro. E il nonno che non sapeva rispon-dergli, e meglio così che parlargli di cose tanto sconvenienti, confessarsi del tutto ignorante circa i cavalli, essere stato soltanto sul somaro da giovane, e non saper guidare, o che vergogna, un calesse. Finiva con dei versi latini, sempre esilaranti per il cavaliere o, peggio, ne magnificava le splendide collezioni di ventagli. Pofi certe mattine era accompagnato a scuola da Giulia, una volta col cielo buio e la pioggia dirotta, e si aprivano appena i negozi, rischiarati dalle fiammelle del gas tanta l’oscurità, una volta poi nel profumo delle tuberose disposte fuor dei portoni dove c’era un fioraio. Entrava nella cartoleria di lusso presso il palazzo, a comprarvi la carta sugante azzurra due pennini ottantuno e, sempre, una tavola pitagorica, alto quanto il banco. L’aria vi sapeva di resina e menta. Quei flaconi di colla arabica ambrati ed impennacchiati, le bottiglie giganti di inchiostri fini, verdi neri rossi, profumati, quelle piccole a cupoletta, i lapis esagonali color ciliegia col nome in oro, e di numero due per giunta. I magri acquisti venivano riposti nella cartella a forma di biondo zaino; e con rincrescimento si usciva da quel paradiso. Ma poco oltre, al passaggio, un’altra meraviglia: la grande bottega della gomma esalante anice e albicocche, i linoleum distesi sui cavalletti, nella vetrina una mostra sempre diversa di cose affascinanti. Su, andiamo, gli diceva Giulia. E l’emporio più in giù. Di là dai cristalli apparivano qui tutta una camera da letto, con libri ben rilegati sui comodini, appresso il bagno luccicante, e non vi mancavano né saponette né asciugamani, e lo studio dalla scrivania bella, ornata di penne e matite, la sala da pranzo con sulla tavola una vasca di pesciolini rossi, e Giulia a tirarlo, egli a scansarsi. Arrivavano sempre tardi. Al limite dell’androne Pofi alzandosi in punta di piedi la baciava, e c’era contro il pilastro uno specchio semilunare con dipintivi in rosso due asinelli e la scritta: Siamo in tre. Egli si inoltrava, solo, per il viale cinto di un bosso che occultava asparagi cari alle maestre. In fondo, sotto al baldacchino, era sempre immobile, con i cavallini e le altre figure coperti di tela, il gran carosello. E dinanzi stava quel sedile donde tutti erano osservati dal direttore, che pigliava posto fra il direttore didattico e il segretario. Qual paura incuteva, costante-mente accigliato, i baffi in giù, l’insostenibile sguardo, il vocione, il pancione, la maestosa pinguedine della gola fra tutti quei colli così esili e scanalati alla nuca. Dalle porte aperte sul viale le aule apparivano tutte scure nella gran luce; giungevano le sillabe gravi discorsive dell’insegnante invisibile. Nel refettorio dalle mense bassissime di marmo, ove a centinaia i bimbi sedevano rumorosi dinanzi il panierino svelante le tenerezze materne, tutti ammutolivano. Il direttore. Il direttore. I suoi detti, venendogli meno il fiato dirupavano disperdendosi in cavernosi bassi a viso congestionato. In fondo era il palcoscenico. Correva voce che per estreme mancanze vi fosse il castigo estremo, venire rinchiusi nella buca del suggeritore: uno confidava esservi stato cacciato dentro una volta, e aver veduto Napoli, diavoli e imbarcazioni. Finito il suo proclama, e andatosene, ecco le vocine rifar capolino, ma per quella volta non tornavano come prima. La campanella. Il ritorno alle aule classe per classe, in fila. Un commerciante acquista quaranta sacchi di zucchero a L 2,27 il chilo. Lo rivende a L 2,35. Si vuol sapere quanto ha speso, quanto guadagna. E per prima cosa ciascuno masticava la penna. Chi mai poteva saperlo. Una divisione. Una sottrazione. Una moltiplicazione. Una addizione. Sempre con questi sacchi di zucchero. Prima la moltiplicazione, poi la sottrazione. No. Una divisione. Uno scappellotto. La pianta inaridiva subito. Buoni e cattivi. Non parlerò più con Gino Bell. E nemmeno con Fazio. Infine l’uscita. Nelle aule rimanevano sugli attaccapanni i grembiuli neri orlati di rosso. Montare svelti sugli omnibus, i panierini vuotati che risonavano. Le file in attesa nel peristilio, gli alberi già senza sole. Ecco il nostro. In un attimo i sedili erano gremiti. E talvolta una classe veniva condotta ad un altro cortile sconosciuto, dove li aspettava lo Straordinario. Imbruniva. Ario, ario, facevano gli scolaretti a grida selvagge so-spingendosi sul predellino; e nell’ora inoltrata, la mancanza di mamme, l’ignoto acuivano il senso arcano di tragico emanante da quelle prime esperienze scolastiche. A uno a uno smontavano tutti. Rimaneva Pofi. Il vetturino comprò un cartoccio di patate bollite. Erano fumanti, vi cospargeva su pizzicatine di sale. Scorse gli occhi cupidi. Gliene offrì una. Mentre le ruote erano di nuovo in movimento, il piccino passandola fra le mani più volte la appressò alla bocca e soffiava, soffiava.

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