Filippo Balestra, “Violoncellista e paracadutista e io”

Il problema era questo appartamento, poco luminoso. No, non è vero. Il problema era questo paracadutista fisso fuori dalla finestra di camera mia. No, non è vero, il problema era la nuova coinquilina, una violoncellista ungherese, sempre in giro per concerti. No, non è vero, il problema ero io.

«E quindi tu cosa fai nella vita?».
«Sono uno scrittore».
«Wow! E cos’hai pubblicato?».
«Per ora niente. Sto scrivendo un romanzo su un paracadutista esistenzialista».
«Accipicchia, e cosa fa questo paracadutista?».
«Beh, per ora si sta paracadutando».
«Ah».
«Già».
«Ti lascio il mese sul tavolo, tornerò tra una decina di giorni».

Quindi lei partiva per Parigi e andava a suonare per gente abbietta, gente che non ascoltava la musica ma si concentrava sullo scorrere sopraffino del suo archetto, sulla mano che sfiorava il ginocchio, nella speranza che sollevasse la gonna e i più pervertiti, lo so, schifosi, se la immaginavano suonare con un qualcosa infilato nel buco dietro, e lei lì, in bilico tra il piacere e l’umiliazione, affacciata con finta disinvoltura su di un palcoscenico precipizio fatto d’arte e sottomissione, passione e penetrazione anale, lei che continua a suonare e a reinterpretare i percorsi dei grandi maestri del ‘700.
Io, invece, guardavo la finestra e lo vedevo, il paracadutista, tutto il vento a storpiare la faccia di uno sospeso lì, tra il niente e il nulla, ad aspettare di arrivare al suolo, prima o poi.

«Perché le hai detto che sono un esistenzialista?».
«Per darti un po’ di spessore, come potevo dirle che in realtà sei un paracadutista esperto di arti marziali?».
«Ma le arti marziali sono una cosa bella».
«Non per una violoncellista. Non puoi capire tu, che figura ci avrei fatto? Una che suona Mozart, come minimo».
«Sì allora ok, accetto l’esistenzialismo, però almeno tu continua a scrivere, che mi sono stufato di stare qui appeso».
«Non sei appeso, sei sospeso».
«Sì ok, sospeso, vorrei però aver qualcosa sotto ai piedi».
«Ma tu hai tutto il mondo sotto ai piedi, non lo vedi?».
«Dài, scrivi che sono atterrato».
«Adesso non posso. Adesso scrivo la storia della violoncellista che va a Parigi e la fanno suonare con un qualcosa nel culo».
«Un qualcosa nel culo?».
«È così che funziona adesso il mondo della musica classica».
«Dici?».
«Ho questo sospetto, sì».

Quindi la violoncellista tornava dai suoi concerti sballonzolandomi con le sue parole più importanti delle mie, ch’ero stato chiuso in una cameretta buia, e me lo diceva, mi diceva che le dispiaceva che la maggior parte del pubblico fosse composta da vecchi irrigiditi dal tempo, mentre la musica classica poteva essere ancora qualcosa di innovativo, volendo, che la si poteva ancora ascoltare con la curiosità di chi vuol farsi stimolare da qualcosa di antico, sì, ma comunque diverso dal solito. Io però con questa cosa di antico con cui farsi stimolare pensavo al suo ano. Poi mi riprendeva e mi sbatteva con le domande sul mio romanzo e le dovevo dire che il paracadutista esistenzialista in caduta era ancora lì, in caduta, perché v’erano da definirsi, da delinearsi, il suo passato e i problemi d’infanzia, ancora da stabilirsi i problemi d’infanzia avuti ed eventuali ripercussioni sulla sua weltanschauung, sulla visione di un mondo fatto di terra, di suolo, che veloce gli si avvicinava attenendosi alla spietatamente verticale legge di gravità per la quale l’impatto si faceva sempre più imminente ma che comunque poi beh, c’era tutto quel discorso sulla percezione della materia e dell’antimateria e le dirette conseguenze sullo stato d’animo di un essere umano che erano più importanti, le conseguenze, erano più importanti di una banale risposta funzionalistica al bisogno di predisporre il corpo di un paracadutista ad un atterraggio.

«Ah» aggiungeva quindi lei.
«Eh» dicevo io appoggiandomi esausto allo schienale della sedia.
«Senti, ho un concerto a Vienna, ti lascio i soldi sul tavolo, tornerò tra una decina di giorni».
«Aspetta, solo una domanda».
«Dimmi».
«Mozart?».
«No, Von Clausewitz».
«Ah».
«Ciao».
«Ciao».

Vienna. Me la immaginavo a suonare Von Clausewitz, seduta, forzatamente composta, accarezzare le note con l’archetto e quel filo di pelle nuda lungo lo spacco della gonna, fino a ruotare sul girocoscia, lasciando intravedere il pizzo di giarrettiera e la mutandina di lei che suona Von Clausewitz e un vecchio dalle prime file, elegante bavoso, salire sul palco, fermarlesi dietro, curvo come una lingua su di lei, allargarle le cosce e bloccargliele in quella posizione, percorrerne quindi con sadica lentezza la lunghezza delle sue giovani gambe con un bastone, con un manganello, dai piedi fino a su.

«E io?»
«Cosa vuoi?»
«Beh, io continuo a precipitare, in caduta libera, costretto a stare qui e pure con i problemi d’infanzia adesso, pure la metafisica ci hai messo.”
«Lo so, scusa, ma come facevo a dirle che sei in missione e devi andare a sconfiggere il Dottor Cattivo che vuole dominare il mondo con la sua bacchetta magica nucleare? Non potevo dirglielo. Sai dov’è lei adesso? A Vienna, a suonare Von Clausewitz».
«Von Clausewitz? Non lo conosco».
«Ma cosa vuoi conoscere tu che sei un paracadutista esperto in arti marziali».
«Beh, tu invece ‘sto Von Clausewitz lo conosci?».
«Che c’entra? Essere uno scrittore mica vuol dire conoscere proprio tutto. La musica classica poi, io, niente quasi a parte Mozart, Amadeus, ho visto un film».
«Hai visto anche Beethoven».
«Quello era un cane».

E ancora una volta lei torna a casa, senza nemmeno avvisare cribbio, che ok che hai le chiavi e paghi l’affitto ma visto che non sei mai a casa almeno avvisa, che magari, che so, magari mi stavo facendo una sega.

«Sei tutto in rosso in faccia».
«Eh, lo so, l’enfasi della scrittura».
«Stavi scrivendo? Fammi vedere i progressi del paracadutista».
«Eh no, non mi va di far leggere la mia opera prima che sia finita: la letteratura è comunque una responsabilità grande».
«Sì è vero».
«Eh».
«Però buttala tutta quella carta igienica che fa sporco».

Mi trattava come fossi il suo fidanzato, quando tornava a casa si guardava intorno, indagava le tracce che lasciavo sui tavoli, sulle mensole e comodini, tracce di nulla, di uno che stava da mesi chiuso in casa a controllare la mail, da mesi, aggiorna, niente, aggiorna, niente, aggiorna, niente – internet era finito, una porta aperta sul nulla, internet non aveva più niente da dare, in camera solo meschinità, rimpianti, tempo buttato nel cesso e meschinità, tanta meschinità. E lei lì a sbirciare, a sorvegliare.
Questo era il fare della mia coinquilina, un fare ignobile, il fare di una che pensa d’essere artista soltanto perché suona delle robe scritte duecento anni fa. Io invece son qui che soffro, i miei mi danno sempre meno soldi e il mio paracadutista è diventato sempre più spocchioso, sempre più un omino che torna da lavorare, si toglie il paracadute e si fa la doccia. Io non posso scrivere di uno che si fa la doccia, la vita non è farsi la doccia la vita è buttarsi giù da un aereo in fiamme e atterrare nelle lande del male e sconfiggere pedissequamente il cattivo più grande che si possa incontrare. Altro che doccia.

«Mi sto stufando, ho l’impressione che non mi farai mai atterrare, mi abbandonerai come hai fatto con la giraffa razzista».
«Che c’entra la giraffa razzista? Era una giraffa piuttosto inconcludente oltre che razzista».
«Parli da solo?» mi chiede la violoncellista.

Ecco, questa sua cosa di non bussare, questa sua cosa di sentirsi libera di muoversi e di andare e di fare quel che vuole, io la odio la gente così, io non faccio così, io sto nella mia camera, cerco di non infastidire nessuno, cerco di non creare problemi conseguenze negative alla mia vita e a quella degli altri e…

«Non parlo da solo, sto ripetendo una parte per una fiction, scrivo una sceneggiatura importante, c’è una giraffa razzista, per la televisione, fidati»
«Di cosa devo fidarmi?»
«Della televisione, della fiction, di quel che sto facendo»
«E c’è una giraffa razzista?»

Ride, sfotte, si permette di sfottere questa. Questa che ha un mestiere soltanto perché ha imparato un mestiere e io che son qui a sbattere la testa a far della sofferenza mia bandiera e lei è lì che sfotte e io sono qui e lei è lì e io sono qui e

«Tu non sai niente della vita ti permetti di giudicare la mia giraffa soltanto perché hai imparato un mestiere ma raccontaci di come vanno veramente le cose, di quando ti metti lì con il tuo archetto, e tutti i vecchi sbavanti, eh? Che all’ultimo concerto pure con il frustino sulla schiena nuda, cosa credi? Che io non sappia queste cose?»
La violoncellista si spaventa, mi guarda con orrore:
«Tu, cosa dici… come sai… »
Lacrime improvvise dai suoi occhi, scappa via dalla mia stanza, la inseguo in cucina.
«Credi che non lo sappia, eh? Violoncellista di vecchi bavosi facoltosi».

Di corsa la raggiungo, le afferro l’abito e tirando forte glielo strappo fino a scoprirle la schiena e vedo i segni, lividi e ferite appena rimarginate, la violoncellista di Von Clausewitz, eccola qui in tutta la più banale verità, ricoperta adesso soltanto dal suo piangere e da pochi lembi di vestito che tiene stretta a sé, scappa ancora, esce da questo appartamento buio, scende le scale di corsa, la inseguo, arriva al portone d’ingresso apre e scompare oltre le luci dei lampioni, io ansimo, da tempo non mi muovevo e adesso sono fuori, guardo davanti a me e vedo la città, è ancora qui ma non mi chiede niente, non le importa cosa ho fatto finora e all’improvviso ricordo perché ero qui, ero qui perché a nessuno importasse cosa stavo facendo.
Abbasso lo sguardo percorrendo il marciapiede e al mio fianco vedo il nastro, di quelli biancorossi della polizia, che delimita una grossa chiazza di sangue sul marciapiede, poco più in là un’ambulanza a sirene spente, stanno caricando una barella con un corpo coperto da un lenzuolo. Mi avvicino.

«È inspiegabile, un paracadutista, schiantato al suolo, un macello, deve aver avuto un problema in volo».

Il problema sono io, penso.

Artisti che portano il palcoscenico sulla vita, proiettano i sogni in un reale architettato per stupefare. Ed è proprio la direzione sbagliata: perché è invece la vita che deve invadere la scena, sono le nostre imperfezioni che devono imporsi su questa società così ordinatrice, così schematica, così violenta!

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