Susan Straight, “24 novembre 1963 – Ciò che mio fratello ci ha lasciato”

Mio fratello è nato il 24 Novembre 1963. Il Presidente John F. Kennedy è stato assassinato il ventidue e mia madre ha pianto così forte che le sono venute le doglie. È nato di mattina presto. Poche settimane prima avevo compiuto tre anni e questo è il mio primo ricordo: mia madre, in un singhiozzo irrefrenabile, seduta su una sedia accanto all’orologio di legno che era arrivato dalla Svizzera insieme a lei quando aveva soltanto diciassette anni e si è trasferita in California. Quell’orologio svizzero, col suo tic tac ritmico e triste, sempre e comunque – anche ora, nel suo salotto.
Provai a salirle in grembo – per confortarla? per calmarmi? – ma ricordo che non c’era spazio, così scivolai giù e mi sono sedetti ai suoi piedi, vicino ai pesi di piombo a forma di pigna che penzolavano dai cavi producendo il ticchettio. Mio padre se n’era andato. Ci aveva lasciato – lei incinta, io che mi rifiutavo di mangiare i nostri ultimi fiocchi d’avena – e ora il presidente era morto. Quella sera mia madre mi lasciò con una vicina e andò all’ospedale da sola. La notte, come succede sempre dalle nostre parti, una violenta tempesta spazzò le colline di Santa Ana, un posto di campagna, fatto di case a una sola stanza e strade sterrate nell’entroterra della California. In qualche modo i vicini nutrirono me il gatto, ma non chiusero la porta d’ingresso e il vento la spalancò. Quando mia madre tornò, il giorno dopo, la casa era circondata di così tanti arbusti ammucchiati da ostruire le finestre, come cumuli di neve marrone. Dentro, le stanze erano piene di polvere sottile e sabbia che copriva il corredino giallo che mia madre aveva lavorato a mano, da sola, in attesa della nascita di mio fratello. Pianse, e pianse ancora, e anche lui piangeva, le sue mani strette nei pugni per settimane. Pulì la culla e ve lo adagiò. Mi insegnò le parole corredino e culla e, visto che ero l’unica femmina, mi insegnò a lavorare a maglia così come lei aveva imparato in Svizzera, arrotolando il filo con le mani intorno a caramelle dure e luccicanti. Mentre muovevo gli aghi per tirare i punti, il filo si srotolava dalla caramella, e quando finiva io potevo fermarmi e metterla in bocca, erano al gusto di menta o di burro e zucchero.
Ho tre fratellastri e sorellastre da mio padre e dal mio patrigno, altri quattro dalla mia matrigna, e molti altri fratelli e sorelle adottati che sono cresciuti insieme a noi durante la mia infanzia. Mio fratello Jeff e io, invece, abbiamo lo stesso sangue. Abbiamo gli stessi capelli, biondi, spessi e ondulati, lo stesso spazio fra i denti, lo stesso carattere spigoloso, dita forti e occhi del colore dei jeans vecchi di un anno.
Adoro leggere. Mi madre me lo ha insegnato allora, a tre anni, così me ne stavo tranquilla e non disturbavo la vicina che mi accudiva. A mio fratello invece piaceva scorrazzare libero, imparò a farlo dal momento in cui iniziò a camminare e a portare con se i suoi primi sassi, le prime lumache e fucili di legno. Eravamo la stessa persona, ma io sfogavo la mia sregolatezza sui libri e andai all’università, mentre lui imbiancava le case e coltivava agrumi, e viveva in modo talmente libero e fuori dagli schemi che, stando alle categorie del mondo moderno, lo si poteva considerare invisibile. Pochissime erano le tracce della sua esistenza. Non aveva la patente, né la carta della previdenza sociale, non era iscritto al fisco, poche foto. Non ha mai avuto un computer né un cellulare. Non gli piaceva neanche chiamarmi sul telefono fisso.
È morto dieci anni fa, a trentotto anni. Oggi ne avrebbe quarantanove.
Mi manca ancora esattamente come quando è morto. Mi manca allo stesso modo, ogni giorno.
Questo è ciò che mi ha lasciato:
Il suo giubbotto da lavoro della Levi’s, foderato con pelle di pecora, e strappato sulla parte sinistra, nel punto in cui qualcuno gli ha tirato addosso dell’acido da batteria. Lo ha lasciato quando se n’è andato dalla casa dove vivo tutt’ora, dove lui aveva vissuto con me e mio marito quando eravamo molto più giovani. Abbiamo dovuto chiedergli di andar via, e ancora oggi mi sento in colpa. Lui e i suoi amici facevano quel tipo di vita che oggi la gente guarda affascinata sull’HBO, ma era una vita pericolosa, c’erano di mezzo droghe che non saprei nemmeno descrivere tanto erano artigianali e specifiche del luogo in cui vivevamo, molto tempo prima che se ne parlasse in tv. Quando sono rimasta incinta, ho dovuto scegliere i miei bambini. Indosso il suo giubbotto solo in inverno quando il vento ulula scendendo dalle montagne che scalavamo da piccoli. Quando lo indosso le mie figlie dicono che sembro esattamente come lui, come eravamo noi – poveracci bianchi e pazzi dell’entroterra californiano.
Ma ci siamo divertiti tanto.
Mi ha lasciato Coco, la sua gallina messicana da combattimento. È di estrazione chihuahua. Ora ha dodici anni. Mio fratello lavorava come custode di una fattoria, in mezzo a un aranceto circondato da un ranch nel quale un uomo di nome Little Jose coltivava palme e uno di nome Big Jose allevava galli da combattimento. Coco era la madre di alcuni di loro, ma mio fratello non ce la faceva a farla combattere, così la addestrò a starsene seduta al suo fianco sul divano a guardare il football in tv e mangiare Doritos.
Quando abbiamo ereditato Coco, non era mai stata in un pollaio né lasciata libera di correre per un cortile, era troppo aggressiva. Provò a uccidere le altre galline e dovetti darle una gabbia tutta per lei. Ora, dieci anni dopo, fa ancora le uova, le protegge con piglio assassino e io non le raccolgo mai. Mi tollera. Mi ascolta. Quando la lascio uscire, mangia le banane e mi studia con calma. Devo nascondere i miei polli, americani e inglesi, nelle loro gabbie con alcune assi di legno, altrimenti si fionderebbe contro la rete uncinata e ne uscirebbe col becco grondante sangue. È fatta così. La prova dell’amore di mia figlia più piccola per il suo zio scomparso è il modo in cui si occupa di Coco, che una volta ha provato a mangiare un dente di leone intero e si stava strozzando con il gambo. Ce ne accorgemmo dopo qualche ora e per la prima volta presi in braccio Coco mentre mia figlia estraeva il lungo filamento verde dal becco aperto. «Credo che sia la cosa più spaventosa che io abbia mai fatto», mi sussurrò. «Ma era la gallina dello zio Jeff».
Mi ha lasciato un albero. Il mio regalo di compleanno, diciassette anni fa. Un albero che ha coltivato partendo da un seme grande come un granello di pepe, immerso in una nuvola morbida chiamata lanugine. Un albero brasiliano con la corteccia verde come un’iguana e spine grandi come coltelli da carne. L’ha piantato vicino alla striscia di marciapiede davanti a casa mia. «È il vostro albero da guardia, per quando non ci sono io», ha detto a me e alle bambine. «Chiunque provi a darvi fastidio lo vedrà».
E ora lui non c’è. In autunno sull’albero sbocciano fiori rosa grandi come orchidee, e l’ultimo fiore cade appena prima il suo compleanno. Poi le nuvolette di cotone bianchissimo che ricoprono i semi neri se ne vanno per tutto il quartiere, spinte dal vento che arriva quando lui mi manca di più. Ogni anno i vicini dicono, «È l’albero di tuo fratello, guarda quanta lanugine».
Mi ha lasciato una vecchia paletta da giardino e un CD dei Lynyrd Skynyrd per insegnare le sue canzoni preferite alle mie figlie. Abbiamo messo Simple man mentre la gente entrava per il servizio funebre e Free bird durante la cerimonia. «Stai scherzando, vero?» mi ha detto qualcuno mentre raccontavo questa storia. «E la gente teneva in aria gli accendini, come a un concerto?» «Siamo di Riverside», ho risposto, «L’ironia non sappiamo cosa sia». Mio fratello di certo non scherzava. Quando viveva qui, rispondeva al telefono dicendo «Che cazzo vuoi?» e quando gli ho fatto notare che poteva essere qualcuno dal mio nuovo lavoro all’università mi ha detto, «Anche loro vogliono qualcosa. Non mi importa chi siano. Tutti vogliono qualcosa» e poi si è messo a cantare Everybody wants some, l’inno dei Van Halen.
Quando in auto arrivava Free bird, come è capitato spesso negli anni in cui ho portato in giro le bambine, loro si tranquillizzavano immediatamente e stavano in silenzio mentre alzavo il volume al massimo in suo onore. Non ho mai pianto davanti a loro, ma ora sono grandi – la più piccola ha preso la patente il mese scorso – e sono libera di sfogarmi quando sento passare quella canzone. Guido attraverso il deserto, o lungo i tratti più scuri dell’autostrada appena a Nord della piccola casa dove ci portarono appena nati dall’ospedale che sta ad appena tre isolati da dove vivo ancora, dove lui viveva con me, dove lui, una notte, ha abbattuto con un machete alcune enormi piante di agave perché era arrabbiato con qualcuno e non voleva usare il machete per vendetta, il che ha creato un’apertura sulla strada dove l’albero spinoso coi fiori rosa ora svetta nei suoi quindici metri d’altezza. Il mio ex marito ha ricordato questo episodio la settimana scorsa, «non indossava mai la maglietta ed era tutto ricoperto di sangue». Alcune gocce del suo sangue sono cadute sul legno del davanzale del soggiorno, si vede che stava controllando quando sarei rientrata.
Ho perso le sue parole, ma ho le sue parole. Un giorno, uno spacciatore che per un periodo ha vissuto nel mio quartiere ha strisciato la fiancata del mio furgone , il mio amato furgone di seconda mano appena comprato, che usavo per portare in giro le bambine. Si è rifiutato di pagare i 324 dollari di danno e mio fratello mi ha detto, «se non riesci a farteli dare, ci vado io a prendere i soldi, sarà un piacere. Glieli tirerò fuori dai denti».
Li ho riavuti. Quello è stato il suo modo di dirmi che mi amava, per tutta la vita. Potava gli alberi con la sua motosega, mostrando alle bambine il grosso sfregio sulla sua pancia di quando è schizzata indietro colpendolo mentre stava tagliando un Orangewood per venderlo. «Vuoi togliere tu i punti allo lo zio Jeff?» diceva con la voce da matto. Ci portava arance, pompelmi, avocado, pomodorini e legna da ardere.
Ho ancora cinque ceppi di Orangewood, non riesco bruciarli. Ho provato a metterli nel vecchio camino di pietra che a lui piaceva tanto, ma non ci riesco. Se ne stanno accanto ai ciottoli di fiume che mi ha aiutato a raccogliere e alla fine dell’inverno li pulisco dalle ragnatele.
Mio fratello ha dipinto casa mia ventun anni fa, col suo gruppo di imbianchini amici da una vita. Il suo primo capo, l’uomo che lo ha assunto a diciassette anni, era qui la settimana scorsa perché è arrivato il momento di dare una rinfrescata. Suo fratello sta carteggiando le tegole di legno, e io ho frammenti della vernice di mio fratello sulle mani, pezzetti di verde e rosso, come piccole unghie, e mi viene da piangere. «Tuo fratello aveva un occhio per i colori come nessun altro» mi ha detto il suo mentore. «Riusciva a vedere come legano le tinte fra di loro. Non te l’ho mai detto, ma lui era il mio Bukowski. Diceva sempre la cosa giusta. Se qualcuno andava avanti a blaterare come un idiota, tuo fratello scuoteva la testa e diceva, “Ah, non siamo sulle stesse frequenze”».
La radio. Non ha mai avuto un iPod. Avevamo una radio a transistor, gialla e tonda come un pompelmo, che penzolava attaccata a una catena dal manubrio della bicicletta, e trasmetteva i Van Halen. Runnin’ with the Devil. Everybody wants some.
«Sistemate l’orologio» diceva mia madre quando si accorgeva che il terribile tic-tac che tanto odiavamo si era fermato, e lui tirava le corde coi pesi a forma di pigna così forte che lei si metteva a urlare. Quando era un bambino ci si appendeva penzolando, in quel salotto così piccolo.
Mio fratello è morto dopo che il suo pick-up è andato a sbattere contro la palma di fronte al Jack in the Box a un miglio da qui, a pochi isolati dall’ospedale dove entrambi siamo nati. Il suo migliore amico, fin da quando avevano cinque anni, quello che era sempre stato con lui durante i brutti periodi e che lo aiutò a dipingere questa casa, solo tre giorni prima aveva investito e ucciso una persona. Mio fratello era sul furgone quando è successo, dovevano imbiancare da qualche parte. Due giorni più tardi, andò a casa del suo amico dove trovò la polizia e se la dette a gambe, imboccò l’autostrada, volò verso l’uscita più vicina a casa mia e si schiantò contro l’albero. Quel giorno mi aveva lasciato un messaggio in segreteria, che non avevo sentito, dicendo che sarebbe passato. Stava venendo qui?
Ho conservato le sue parole per tutti questi anni, nella vecchia segreteria telefonica, fino a quando ho iniziato a scrivere questo racconto, esattamente dieci anni dopo la sua morte. La piccola scatola quadrata di plastica beige è appoggiata su una mensola di legno in cucina, sotto un’altra mensola di legno sulla quale è appoggiato un cesto di vimini intrecciato a mano che i miei genitori hanno comprato in Messico quando mio fratello aveva soltanto dodici anni ed eravamo in viaggio verso il Chihuahua, e che ora contiene parte delle sue ceneri. Parte delle sue ceneri le ho io.

Poi una tempesta ha fatto sbattere tutte le porte e le finestre, il mio cane stava impazzendo, è corso in cucina e ha fatto cadere la segreteria telefonica dalla mensola e il messaggio che avevo conservato per anni si è cancellato. La segreteria funziona, ma la voce di mio fratello non c’è più.
Lo posso ancora sentire, comunque: «ehi, sono Jeff, lo zio Jeff», dice, pazzo come sempre. «Passerò a portarvi un cucciolo. A dopo.»
Il messaggio lo ha lasciato la mattina. Il suo furgone si è schiantato alle otto di quella sera, mentre eravamo all’allenamento di basket nella palestra della scuola, poco lontano.
Esattamente un anno dopo, ero a colloquio con Vendela Vida, per il primo numero di Believer. Siamo tornate a casa dalla palestra a piedi, insieme alle bambine. Le ho detto che ho sentito le sirene ma non ci ho badato, perché si sentono sempre le sirene, qui. Le ho mostrato la palma contro la quale è andato a sbattere.
È di quelle con la corteccia che si sovrappone e forma un reticolo di peluria marrone, identica a quella nel nostro giardino quando eravamo piccoli. Giocavamo con la corteccia e costruivamo cose con la peluria. Ci piaceva camminare per le colline sassose vicino a casa, i Sugarloafs si chiamano. Ci stavamo per ore, con quaranta gradi in estate, solo noi bambini, niente adulti, e ci portavamo dietro picconi, martelli, secchielli e pale. Era la nostra miniera d’oro. Ci mettevamo a scavare e cercare quello che per noi era prezioso. La mica. Raccoglievamo strati di argento e oro: saremmo diventati ricchi. E lo eravamo, eravamo completamente liberi. A nessuno importava quello che facevamo, ed eravamo i bambini più fortunati al mondo. Il vento penetrante che saliva per le colline dal deserto, i falchi sopra le nostre teste, i coyote che ci osservavano a distanza mentre scavavamo.
Non ho un altare, non c’è una lapide in memoria, niente che qualcuno potrebbe considerare di valore. Ho Coco che mi scruta ogni mattina quando le do i pezzi di granoturco e le sue banane preferite – mai denti di leone, mi ricordano le mie figlie – e indosso il mio giubbotto quando salgo su per quelle colline che nessuno potrebbe definire belle. Quando mio fratello e i suoi compagni del quartiere, anche se alcuni di loro ci avevano già lasciato la pelle, erano al massimo dello sbando, lui e un suo amico comprarono della dinamite da un tipo dell’Orange County. La trasportarono per cinquanta miglia nel bagagliaio di un’auto, lungo una delle autostrade più trafficate d’America, in orario di punta perché avevano perso la cognizione del tempo. Prepararono alcuni lanci missilistico verso le colline, per vedere cosa sarebbe successo quando la dinamite sarebbe scoppiata. «Ma i missili non sono mai atterrati abbastanza vicino da poter vedere il buco», disse mio fratello quando mi raccontò la storia, ridendo. «Sono sempre andati dall’altra parte».

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Traduzione a cura della redazione di Cadillac

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