Philip Langeskov, “Una distrazione”

È da un cliente in campagna quando gli dicono che l’anello è pronto. Il viaggio è stato positivo, addirittura piacevole – il cliente è un ospite eccezionale – ma Umberto adesso freme per tornare in città. Nel pomeriggio telefona in ufficio e dispone un rientro anticipato. Fatto questo, prenota un posto sul primo treno in partenza il mattino seguente. La sera, una cena di arrivderci – Umberto, il cliente, la moglie del cliente. Un brindisi.
«Alla sua felicità».
Finito di cenare, Umberto torna in stanza. Chiama Maddalena.
«C’è una novità: torno domani».
«Così presto?» Risponde lei, «mi fa piacere».
«Sì» dice, «ho una sorpresa per te».
«Cos’è?»
«Non te lo posso dire».
Per un po’ parlano d’altro, concentrandosi sui particolari delle rispettive giornate. Poi la conversazione torna sull’indomani. Lui deve sbrigare qualcosa in ufficio, ma si mettono d’accordo per incontrarsi vicino alla fontana di piazza del Provenzano alle sette, non un minuto più tardi.
«In piazza? Ma, tesoro, ora me lo devi dire» ridacchia lei.
«Sei sicura di volerlo sapere?»
«Sì».
Ha i biglietti per l’opera, dice – regalo di un cliente.
Lei grida. «Devo mettere il vestito?»
«Assolutamente».
Dopo la telefonata, mette in ordine le carte e si tuffa a letto. Non riesce a dormire dall’eccitazione o, per lo meno, non bene. Le visioni del suo passato – della gioventù, di cani randagi, di inseguimenti – filtrano attraverso le barriere del suo inconscio e si mescolano a immagini che non possono che riguardare il futuro: un palo telegrafico, una veduta del mare, una strada tortuosa. Naturalmente non sa il perché, sdraiato al buio, con il mormorio della notte che penetra oltre le inferriate, ma lo tiene cosciente. Quindi è sveglio – o pensa di esserlo – quando il cliente lo chiama, sulle prime luci dell’alba, mentre la nebbia si solleva al di là dei faggi nel parco.
Alla stazione c’è il tempo per un caffè. Il cliente parla della storia regionale della sua famiglia, delle sue radici profonde. Guardano il treno arrivare alla banchina, con un acuto stridore di freni. Il cliente gli dà una pacca sulla schiena e Umberto sale in carrozza. I passeggeri sono pochissimi e può scegliere il posto che preferisce. Si siede vicino al finestrino, davanti a un tavolino. Il treno si muove, la carrozza è silenziosa, salvo che per lo sfrigolare dei cavi di metallo sospesi.
Comincia a leggere un libro, ma non riesce a proseguire. Non riesce a impedire alla sua mente di balzare avanti agli eventi che verranno. Anche solo pensarci lo scuote. Anziché insistere con il libro, lo appoggia al tavolino e incrocia le braccia, i campi scorrono sfuocati dal finestrino. La regolarità dell’orizzonte lo ipnotizza e si rilassa nel lusso di guardare a quello che verrà nella giornata, ripassare la tabella di marcia, tracciare i passi prima delle sette.
Avvicinandosi alla città, la carrozza si riempie di pendolari. Si alza, cedendo il posto a qualcun altro. Piano piano, la campagna recede e il treno comincia a sferragliare attraverso le periferie. Guarda i suoi compagni di viaggio, appesi alle cinghie o incastrati negli angoli, intenti a leggere giornali piegati stretti. Sorride. Ride, quasi. È stupito da quanto ognuno di loro sembri depresso, come se non importasse quanto le cose possano andare bene per il momento, finiranno sempre male. Può darsi che gli altri lo guardino con sentimento opposto. In ogni caso, vorrebbe andare da ognuno di loro e sollevargli il mento. Dire, andiamo, andrà tutto bene, basta avere pazienza, determinazione – non cedere.
Sa che è facile pensarla così, proprio quanto è facile, guardando indietro, tracciare il sentiero che conduca dalla confessione, alla penitenza, all’atto di grazia. Forse, pensa, sarebbe abbastanza ammettere di essere un uomo fortunato e tirare avanti, senza soffermarsi troppo sul passato, che in ogni caso sembra condurre il ragionamento ben oltre la memoria.
Anche il tempo sembra condividere la stessa sensazione: per la prima volta da giorni il cielo è di un azzurro profondo. Come se l’universo lo avesse finalmente accettato e avesse deciso di aprirsi, svelare i propri segreti, le proprie qualità eccezionali. In particolare, pensa Umberto sporgendosi in avanti per vederla meglio, la luce del sole è magnifica. Di una chiarezza, di una freschezza che accarezza ogni cosa. Sa già che è qualcosa che vorrà ricordare più avanti, quando, con Maddalena al suo fianco, guarderà indietro e rivivrà il momento che deve ancora venire.
Si fermano poco fuori dalla stazione. Intorno a lui si sviluppa una frenesia da accumulo, la preparazione all’arrivo. Quando il treno ricomincia a muoversi, sobbalza, le carrozze oscillanti e stridenti sui binari. Umberto prende posto davanti alla porta e sistema il nodo della cravatta nello specchio del finestrino. È arrivato, e la giornata può cominciare.
Attraversando il fiume, osserva la città e il suo ordinato agglomerato di edifici. Conosce bene quella vista, è un dipinto familiare, eppure la vede con occhi nuovi. Non saprebbe dire se si tratta del sole o di qualcosa che viene da dentro di lui, ma i monumenti gli sembrano meno grandiosi, più popolari. Le tinte dorate delle chiese sono prominenti e piccole figure vestite di colori accesi punteggiano le fortificazioni del castello. Gli edifici antichi, tutti assieme, formano una striscia di meraviglia attraverso il profilo della città. È una visione favolosa: il certosino accrescimento di uno sforzo secolare, il congiungere la topografia naturale agli scopi umani. È la sua città, pensa, e la attraversa camminando a due metri da terra, a testa alta, respirando profondamente, nella speranza di infondere nelle persone che incontra la sensazione che questa sia una vita, dopo tutto, che vale la pena di essere vissuta.
La prima parte della mattinata trascorre priva di eventi significativi, la sommessa routine dell’ufficio è indorata dal pulsare segreto delle placche brunite della felicità, dietro alle porte del suo cuore. Manda un’email al cliente in campagna, ringraziando per l’ospitalità e tracciando i prossimi movimenti. Prepara del caffè, scherza col capo riguardo alla moglie del cliente, ridendo di quanto lo ha fatto cambiare.
Le undici arrivano piuttosto in fretta.
«Che gionata!» Dice Gabi.
«Magnifica» risponde stiracchiandosi le braccia dietro la schiena, e flettendole come se si stesse preparando a tuffarsi in piscina.
Sono sul tetto dell’ufficio, la solita pausa di metà mattina. Si accende una sigaretta rigirandola lentamente nella fiamma dell’accendino. Gabi è la segretaria della compagnia. Ora sono amici, solo amici, ma per un breve periodo – sei, sette settimane – cinque estati prima, hanno avuto una storia. Ci pensa spesso, la ricorda sentendosi un guardone che spia pratiche antiche e incomprensibili – pomeriggi accecanti, disorientanti, le finestre dell’appartamento di lei aperte al rumore del traffico. Quando finì – niente dubbi, niente recriminazioni, solo una naturale cessazione degli eventi – pensò al fatto che finalmente aveva avuto l’esperienza alla quale per tanto tempo aveva aspirato, qualcosa in cui tutto era concesso, nessun tabù. Hanno fatto cose che Umberto non ripeterà mai, né a parole né fisicamente, ma il semplice fatto che fossero successe è un’arma nella sua rastrelliera invisibile, qualcosa per difendersi se ce ne fosse bisogno.
«Allora» dice Gabi, «che c’è di nuovo?»
Lui si gira a osservare il panorama della città. Lo skyline scintilla nel caldo miracoloso. Inala ed esala del fumo, soffiandolo in aria con un ghigno.
«Bè» dice «qualcosa ci sarebbe».
«Sì?»
«Ho una faccenda in ballo».
«Una faccenda?» Gabi si sporge in avanti, lo guarda e appoggia il mento alle mani a coppa. Soffia uno sbuffo di fumo, o meglio due, separati dal movimento fulmineo della lingua. «Vai avanti».
Umberto non riesce a impedire al suo volto di aprirsi in un sorriso a trentadue denti. «Devo andare a ritirare l’anello», dice.
«L’anello!» Gabi ride, dondolandosi all’indietro con la sedia e battendo le mani. «Ci siamo, quindi?»
«Sì. Mi hanno chiamato mentre ero fuori città».
«Congratulazioni, allora». Gli mette una mano sul braccio e gli bacia una guancia. «Anche a Maddalena».
Esce all’una per ritirare l’anello. Tra i ciliegi che puntellano i viali è rimasto a malapena qualche riquadro di erba visibile. Ci sono persone ovunque, turisti che fanno bagni di sole, impiegati spaparanzati in pausa pranzo. Frammenti di conversazione riempiono l’aria – su partite di calcio, amicizie, un omicidio. Essendo stato in campagna per qualche giorno, gli tornano in mente le possibilità di interazione offerte dalla città: occhiate a destra e a sinistra, saluti, cenni col capo. Rapporti che si stringono, linee di demarcazione che vengono tracciate. Non gli è possibile conoscere tutta questa gente individualmente, è ovvio, ma come massa è tutta un’altra storia. Riconosce l’identità collettiva, la sente pulsare e si muove attraverso il paesaggio con un aria di proprietà condivisa, facendo attenzione a come la sua ombra si muove attraverso la folla, immaginandosi connesso ad essa attraverso un collegamento che non potrà mai essere infranto.
Guarda gli edifici che fiancheggiano i viali, i loro balconi di ferro battuto, visibili attraverso le chiome degli alberi, la bandiera del comune, gli sguardi fugaci delle persone alle finestre degli uffici. Sembra che tutto sia una parte di lui. Come se, improvvisamente, appartenesse a qualcosa. Si chiede se sarà possibile, nella memoria, distinguere i ricordi in maniera significativa, o se si fonderanno in un’unica massa. L’edificio che ha di fronte, ad esempio: ricorderà negli anni a venire che è rivestito di marmo, mentre quello accanto – altrimenti identico – è di mattoni rossi, o la memoria li confonderà? Vuole ricordare la scena così com’è, senza omissioni, senza il minimo rischio di errore.
Non avrà alcun problema a ricordare l’edificio sulla destra. È la sede di Grafica. È stato qui, che per la prima volta ha visto Maddalena, all’anteprima di un film. Allora, il solo fatto di essere invitato – da Mario, che viveva nel suo palazzo – era sufficiente a gonfiarlo di un curioso tipo di orgoglio, anche se non aveva fatto altro che accettare di far parte di un test-audience. In ogni caso, mentre aspettava all’ingresso, reggendo goffamente una birra, si era sentito bene. Si era sentito, per la prima volta, parte di una grande città, e questa era entrata a far parte delle sue abitudini e dei suoi modi. Maddalena era venuta con la ragazza di Mario. Li avevano presentati mentre aspettavano di entrare, ma non c’era stato il tempo di aggiungere nulla.

Era stato uno strano film. Con la città stessa a fare da scenografia, una sequenza di spezzoni all’apparenza sconnessi, ma collegati dal commento fuori campo di invisibili narratori, tutti attori famosi o personaggi importanti. I loro volti si susseguivano nell’immaginazione di Umberto. Se una storia esisteva, inizialmente era difficile da seguire – difficile dire come una cosa fosse collegata all’altra – ma diventava presto evidente la presenza di un sottotesto, un evento che cresceva sullo sfondo. Anche così non era sicuro di come ne avrebbe parlato una volta che fosse finito.
A un certo punto, piegandosi per prendere la sua bottiglia di birra, la sua nocca sfiorò la caviglia di Maddalena. Sentì il liscio della sua pelle, come pietra levigata. Nel buio dell’auditorium, con le immagini che tremolavano sullo schermo, avvertì la possibilità – anche allora, all’inizio – che qualcosa potesse succedere. Ma era nuovo della città, non ancora abituato ai suoi ritmi, e non sapeva come trasformare quel tocco in qualcos’altro, cosa fare dopo. Le sue mani prudevano di sudore. Mentre il film proseguiva, si sentì proiettato negli eventi narrati, coinvolto, assorbito dalla trama fino a diventarne protagonista.
Senza volerlo, la toccò nuovamente, il suo gomito sfregò quello di lei mentre si scambiavano di posto. Lei ebbe un sussulto, ma subito dopo mosse nuovamente il gomito verso il suo e lo lasciò lì. Il film tornò a investirlo, immagini grandiose, ma di nuovo lui non aveva la minima idea di quello che stava succedendo.

Umberto cammina attraverso la città in pausa pranzo, passa i Pilastri. È contento, sente l’aria calda avvolgerlo e le vede infinite possibilità che gli si srotolano davanti. Conosce tutte le strade, potrebbe elencarle in un attimo se un turista si fermasse a chiedere indicazioni. Formano una griglia, una struttura stabile – il suo habitat naturale. Qualche volta, per testare la memoria, si dà obbiettivi immaginari, come se fosse un tassista che deve portare il suo passeggero dal Terrail a Benudo, o da Tullio al Camposanto.
Gira l’angolo, e la facciata di marmo del Teatro del Palazzo si staglia sul ciottolato a destra. Sta per iniziare la stagione d’Opera. Ci sono cartelloni in tutta la città a proclamare il tutto esaurito della prima. Il ritorno di Cece, il grande soprano, è l’evento più atteso. Anticipato da tempo.
Passando si immagina osservato dall’alto, la sua velocità di movimento che lo distingue tra la folla sciamante in questa o in quella direzione. Sa esattamente dove sta andando, la destinazione è così chiara che è come se l’avesse già di fronte. Fa comparire l’insegna del negozio, la costruzione cadente di mattoni, la tenda da sole blu sbiadito, srotolata, le finestre all’ombra, il buio che fa il gioco delle vetrine scintillanti di oro e argento.
Ogni cosa è a suo favore. Il semaforo del passeggio della Beata diventa verde appena si avvicina. Niente può rallentarlo finché, in via del Corso – dove di solito ci sono stand, magliette e vestiti appesi alle bancarelle in mezzo alla strada – trova i lavori. Normalmente andrebbe passerebbe di lì, superando il vetro smerigliato diamantino de L’Edera, ma la pavimentazione è stata sollevata, mettendo a nudo lo strato inferiore della città, mattoni di argilla rossa che sovrastano cocci di sampietrino. La strada, di conseguenza, è affollata di gente che costeggia il lavori e si ferma per osservare i vestiti.
In un istante la sua mente sceglie la giusta sequenza di azioni. Il suo percorso descriverà una parabola senza ostacoli, indietro fino a Viale dei Fratelli, attraverso Santa Giacinta, quindi l’Irish Pub con l’insegna blu e da lì a destra, nell’ombra di via del Moro. È una strada più lunga ma, viste le circostanze, più veloce. Non solo, gli permette uno sguardo a piazza del Provenzano.
Per secoli la piazza è stata sede di grandi celebrazioni: festival, marce per la pace, esecuzioni pubbliche. Queste ultime venivano invocate a gran voce dal popolo, che arrivava in anticipo e si vestiva a festa per l’occasione. In abiti eleganti, si scambiavano pettegolezzi e indiscrezioni mentre aspettavano l’arrivo dei carri. Perfino le vittime sceglievano con cura il loro abbigliamento, per lasciare un’ultima immagine degna al mondo profano.
È una delle piazze più grandi, ed è nota in tutto il mondo. I lati nord e ovest si affacciano sui vari palazzi signorili, di stile uniformemente neoclassico, pure meraviglie del loro tempo. Arcate aggettanti al piano terra, sotto le quali caffè e ristoranti, negozi alla moda e una tipografia espongono i loro articoli. Sopra, grandi balconate dalle quali pendono striscioni ricamati con la leggenda della fondazione della città. A sud, l’ospedale dei Popoli, la sua bassa cupola che riflette la luce del sole e lo stretto campanile al suo fianco.
Al centro, la fontana di Giambologna, vicino alla quale, alle sette, Maddalena aspetterà, spilla i suoi getti in aria.
Entra nella piazza dalla scalinata dei Francesi, il grande e ripido ingresso che occupa il lato est. Scende dagli scalini consumati due alla volta, con la giacca che svolazza. Senza stringere la falcata, attraversa la piazza, ancora spinto da un po’ della velocità della discesa. Un bambino gli taglia la strada, cercando di afferrare qualcosa nell’aria. La madre, vedendo la velocità con cui si avvicina, lo trascina via, come per evitare che qualcosa interrompa il passo allegro, anche solo per un momento. Umberto fa caso questi eventi di fortuna inattesa, al suo muoversi agilmente attraverso la folla e apre un largo sorriso. Ha scelto il posto giusto, ne è certo.
Attorno ai lati della piazza, le verande dei ristoranti sono piene. Il vino viene versato, i cestini di pane sono sui tavoli. Fa una piroetta che abbraccia tutto ciò che lo circonda: il colonnato, le stoffe che pendono dai loro sostegni, le persone, l’umore generale. Un po’ come un bambino, non è capace di smettere di esternare la sua felicità. Saluta, sorride. È come se fosse lui ad orchestrare tutta la scena: disegnando i camerieri in fila, stendendo il sentiero da seguire per i turisti girovaganti, guidando l’invisibile personale delle cucine nella creazione degli aromi che emergono da bar e ristoranti.
Raggiunta l’estremità della piazza, entra nell’ombra della Caccia. È una stradina stretta e tortuosa da cui una volta si faceva passare il bestiame. Comincia a intravedere la gioielleria. Loro – lui e Maddalena – l’hanno notata una domenica, passando davanti alla vetrina dopo un pranzo con i genitori di lei. Era autunno, ma la giornata era limpida. Maddalena era di umore bambinesco, piena di stupore, rideva di continuo e stringeva il suo braccio. Guardarono assieme nella vetrina, scambiandosi opinioni sui gioielli più originali. Lui volle condividere il piacere, cercando di vincere l’incredulità.
Nei giorni seguenti, Umberto condusse una discreta ricerca riguardo l’argentiere. Imparò il suo nome e si fece un’idea della sua reputazione. Per mesi tenne queste informazioni in testa, senza parlarne ad anima viva, terrificato dall’idea di fare il passo successivo, con la paura di inciampare, con la paura di esporsi.
La vetrina è inusuale, come sempre. Alcuni piedistalli di legno si irraggiano da un punto centrale, come l’impalcatura di una stella. Su ogni piedistallo sono appoggiati pezzi intricati, su cuscini di velluto rosso. Al centro, in un cerchio isolato, una scatola vuota. Sporgendosi in avanti per vedere meglio, immagina, da ciò che vede esposto, il modo in cui l’argentiere debba aver forgiato l’anello. Indugia nel gioco dell’immaginazione, lasciando scorrere le immagini mentali, allungando coscientemente il momento, desiderando che non finisca mai.
Alla fine, entra. L’interno è fresco e scuro. Ruvide strisce di pino separate da pile di mattoni non cementati, sono state piazzate contro la parete. Sopra a queste, in luccicanti vetrine, è esposta altra merce. Sul pavimento, tavole di legno rovinate e un assortimento di tappeti irregolari. Lungo il muro nero, una tenda cremisi. Da dietro questa tenda emerge l’argentiere.
«Buon pomeriggio» dice. Quindi si avvicina, reggendo gli occhiali e strofinando la mano libera nel grembiule. «Ah, è lei!»
Umberto prende fiato, ha camminato velocemente.
«Vuole vederlo, allora?» dice l’argen-tiere dandogli un colpetto tra le costole.

Tornato in strada, Umberto dà un’occhiata all’orologio. Sono le tre. Si è fermato un momento di troppo con il vecchio, a farsi un bicchiere per brindare al suo lavoro. Con la grappa che ancora gli brucia la gola, avverte un gigantesco senso di sollievo, ora che questa parte della missione è portata a termine. Sente la scatoletta nella tasca della giacca e combatte l’impulso di fermarsi e aprirla a ogni passo. Non riesce a immaginare la fatica nel crearne la complessità, gli intrecci d’argento, la pietra incastonata nell’apice.
Un po’ preoccupato per l’orario, allunga il passo, dando un nuovo significato al suo movimento, come se, progressivamente, un momento dopo l’altro, stesse diventando più presente a se stesso, più saldo nella sua autocoscienza.
Mentre rientra nella piazza, uscendo dall’ombra e tornando al sole, lancia un’occhiata alla fontana. Pensa a come si avvicinerà a Maddalena, più tardi, con un mazzo di fiori in mano, l’anello nascosto dietro la schiena. Nel punto preciso in cui la immagina aspettare, un uomo è curvo su una ventiquattrore e parla al cellulare. Lo guarda, desiderando che si sposti così da potersi abbandonare meglio alle sue fantasie. Gli serve un momento per realizzare – è qualcosa nei movimenti dell’uomo, nel modo lezioso in cui tiene il telefono – ma poi la consapevolezza lo colpisce. È Luca.

Umberto si ferma. La folla si sposta. Si mette tra lui e questo – quest’uomo. Si sente affaticato e confuso, come se fosse circondato da un cuscinetto d’aria che lo separa dal resto del mondo. Non può essere Luca, si dice. Non qui. Non oggi. Non è possibile. È una cosa talmente assurda che Umberto si chiede se può credere ai suoi occhi. Ha sentito parlare – e provato sulla sua pelle – di quelle occasioni nelle quali una persona vede un vecchio amico per strada e questo, il vecchio amico – o l’immagine del vecchio amico – si trasforma in quella di un completo sconosciuto.
Sono passati talmente tanti anni. Con gli sforzi che ha dedicato al tentativo di dimenticarlo, quel periodo della sua vita è diventato alla stregua di un mito, tanto che non riesce più a distinguere quali ricordi siano veri e quali no. Cosa è successo e cosa ha solamente sognato. Può essere Luca, pensa, ma può anche essere qualcuno – o qualcosa – d’altro, un doppio, un sosia. Una chimera, persino, messa insieme con le parti del suo passato che non sono riuscite a rimanere sepolte.
Non avendo la minima idea di cosa fare, Umberto si fa strada verso un bar e sceglie un tavolo all’aperto che gli permetta di mantenere il probabile Luca a portata di vista. Ordina un espresso alzando un dito. Mentre è lì seduto, la scatola dell’anello gli si incastra tra le costole. Deve fare ordine nei pensieri. Conta gli anni, pensa a Luca com’era, poi lo paragona all’uomo ancora seduto vicino alla fontana. Non può dire niente con certezza e una parte di lui vorrebbe andare da quel tizio, toccarlo, scoprire se è reale.
Guarda di nuovo l’orologio. Luca – o quello che potrebbe essere Luca – è ancora al telefono e gesticola, di tanto in tanto prende un fazzoletto per asciugarsi le sopracciglia. La sua presenza sporca la scena. Umberto si accende una sigaretta. C’è stato un periodo in cui era preparato per un incontro del genere, in cui ripassava di continuo come avrebbe agito, ma con il trascorrere del tempo quella preparazione è scomparsa e ora, piuttosto all’improvviso, sembra che vada ben oltre la sua volontà. Non può nemmeno immaginare cosa vorrebbe dire rivangare certe cose, non qui, non in pubblico. Le dita di Luca colpiscono l’aria. Che debba apparire così, proprio oggi, sembra un affronto, un rimprovero verso gli anni di vigilanza, tutto quello che ha Umberto fatto, tutti i cambiamenti che ha operato.
Luca finisce la telefonata. Appena comincia a muoversi, Umberto lo segue con l’idea di non perderlo di vista fino a che non avrà stabilito un piano d’azione. È esasperante, ma è una cosa che deve essere risolta. Deve sapere. Il pensiero che potrebbe incontrarlo più tardi, assieme a Maddalena, è terribile. Immagina come sarebbe: Luca che viene verso di loro, le braccia grasse aperte il più possibile, ridendo in quel modo tutto suo, con il neo sulla guancia imperlato di sudore, una pacca sulla spalla, un pizzicotto sul mento. Piccolo, direbbe strizzando l’occhio. Vecchio mio. E dimmi, chi è lei? No. Non sarebbe capace di assecondarlo.
Lo segue attraverso la piazza. Salire la scalinata è martoriante. Umberto resta indietro, si mescola nella folla, Luca sale qualche scalino e si ferma. Ancora qualche scalino e si ferma di nuovo. Si gira ogni volta per ammirare il panorama. In cima svolta a destra in viale dei Fratelli e Umberto, facendo gli ultimi scalini di corsa, lo vede piuttosto bene. Nel pomeriggio la gente va diminuendo poco a poco. L’ufficio può aspettare, Gabi lo coprirà, Umberto lo sa.
Luca è più o meno venti metri avanti a lui. Sembra ondeggiare lungo il viale, entrando prima in questo negozio, poi in quello, come se volesse intenzionalmente nascondere la sua destinazione. Alla fine arriva all’angolo con piazza Verona. Si ferma. Appoggia la ventiquattrore e guarda nel vortice di traffico che già si prepara all’ora di punta, la fuga del weekend, che conduce al Carmo. Cosa sta facendo? Cosa ci fa lì?

Sono diretti al fiume. È da lunatici seguirlo così, ma non gli viene in mente niente di meglio. È come se avesse abbandonato se stesso e fosse entrato in un’altra dimensione, una versione della sua vita del tutto diversa. Arrivato all’argine, Luca si ferma, guarda a destra e a sinistra, seguendo la corrente del fiume. Passano barche da entrambe le direzioni, battelli turistici sovraccarichi di ciarpame, chiatte che portano beni dall’est della città alla zona del porto. Vengono urla dai ponti, puzza di cherosene. I gabbiani volteggiano in aria e gridano mentre seguono i vortici della corrente.
Mentre Luca si muove lentamente lungo la banchina, Umberto avverte un’ondata di forza passargli attraverso, un impulso tanto puro che gli fa girare la testa. Sarebbe facilissimo avvicinarsi furtivamente e, senza dire una parola, mettergli le mani sulle spalle e spingerlo nel fiume. Sparirebbe – così – portato via dalla corrente. D’altra parte, un affronto diretto sarebbe impossibile, affrontarlo vorrebbe dire informarlo della sua presenza e quella consapevolezza non verrebbe mai cancellata.
Luca continua ad andare avanti e indietro vicino all’acqua, osservando gli edifici della riva opposta come in attesa di un segno. Alla fine attraversa, prende via Lisbona, passa piazza Mentone, gira a sinistra da via San Rolfo in via Giuseppe Verga dove si ferma, fuori dall’hotel Huppert. È il genere di edificio anonimo che ci si aspetterebbe di vedere in un telefilm di detective, cemento grigio, adesivi penzolanti sulle finestre. Se Luca deve stare in città, pensa Umberto, è in qualche modo meglio che alloggi qui, in un hotel squallido, in una via stretta, a sud del fiume. Umberto si ferma e si infila in una nicchia. Più avanti, Luca si piega sulla sua valigetta, alla ricerca di qualcosa. Si tira su, fa ballare gli occhi a destra e a sinistra, sale elegantemente le scale e entra nell’hotel.
Umberto non può fare altro che aspettare. Torna in strada e guarda l’edificio. Le finestre marroni sono sbarrate per non fare entrare la luce. Questa parte della città è tranquilla, fuori dal passaggio. Sente i suoni del traffico venire da lontano, sirene, il basso mugugnare dei battelli sul fiume. Passano dieci minuti, poi venti. Un luccichio dalla porta girevole dell’hotel. Luca emerge con la valigetta nella mano, di nuovo guardandosi a destra e a sinistra, come se sapesse di essere seguito.
Muovendosi velocemente – così velocemente che Umberto è costretto ad allungare il passo – Luca scende per via Carpi, passa San Marco, i suoi chiostri puliti e ombreggiati, e entra nei giardini pubblici dove si ferma e si siede su una panchina. Di nuovo, Umberto deve aspettare. Trova posto vicino a un cespuglio, non vuole accucciarsi, ma non può stare in piedi. Luca, seduto più avanti, con i gomiti appoggiati alle ginocchia, è di nuovo al telefono.
Quando ricomincia a muoversi, lascia i giardini attraverso la palestra e taglia da piazza della Scala finché non si ritrovano entrambi di fronte alla stazione di Monte, con il suo portico grandioso e lo splendido arco che si staglia audace contro il sole. Umberto lo segue più vicino che mai, nel tentativo di non perderlo nella corrente di pendolari in piena, su per i gradini e dentro l’enorme hall, con i suoi finestroni e il soffitto a cassettoni.
Dentro, Luca si ferma a studiare il tabellone delle partenze, guardando le lettere girare. Umberto tira a indovinare quale treno potrebbe prendere. Alla fine, con un click compare il numero del binario e la marea di gente si sposta verso la banchina. Quando Luca si ferma, Umberto si mette da parte, per permettere agli altri passeggeri di passare. Gli inservienti aiutano chi è rimasto indietro a trasportare il proprio bagaglio, alcune coppie discutono su cosa dovrebbero portare in viaggio. Il soffitto a volute dell’hangar sopra le loro teste è un atrio di luce. Umberto aspetta finché il treno non comincia a muoversi, prima di sentirsi abbastanza leggero, in fondo, da salutarlo con la mano.

Compra dei fiori dal loro fioraio preferito, in via Richardson, e li porta in braccio, divertito dalle occhiate interrogative che i fiori strappano alle persone che gli stanno intorno. L’aria è densa di fumi, il traffico bloccato in entrambe le direzioni. La gente lo osserva dalle macchine ferme, può sentire i loro sguardi seguirlo. I clacson strillano, gli autisti penzolano fuori dalle portiere, sforzandosi di capire perché non si muovono. L’ingorgo si trascina lontano, a una distanza luccicante, fino all’estremità opposta di viale dei Fratelli, dove un autobus è bloccato a una curva difficile, di traverso rispetto alla carreggiata. Luci blu e un drappello di persone.
Con l’avvicinarsi della sera, avviene un cambiamento nelle persone in strada. Attorno a lui, a braccetto, passeggiando con nient’altro che lo svago e il divertimento in mente, ci sono coppie in vestito da sera, abiti magnifici che toccano quasi a terra. Altri, in gruppetti di due o tre, o più numerosi, camminano pigramente chiacchierando. Umberto è emozionato. Vede in questo qualcosa di un ballo mascherato ed è determinato a fare la sua parte. Cammina tra loro, quasi in segreto, travestito, voltandosi per ammirare la raffinatezza di ognuno.
In cima alla scalinata, Umberto fa una pausa. La piazza è piena zeppa. Ci sono gruppi seduti nelle verande. Bevono, sorridono, ridono, alzano le braccia per farsi da schermo contro il sole. Alcuni sono sui balconi degli appartamenti, si sporgono dalle ringhiere, gesticolano, gridano ai passanti che conoscono, scherzano e si augurano buona fortuna.
Umberto ha sempre avuto in mente di trovare Maddalena ad aspettarlo e di avvicinarsi a lei da lontano, sbucare fuori dalla massa. Riesce a immaginarla mentre lo cerca, lo vede, magari fa un paio di passi verso di lui e poi nota i fiori, la mano dietro la schiena. Lo guarderà interrogativa, con la testa inclinata di lato, prima di lasciarsi scappare un sorriso.
Il momento è lì, a portata di mano, ma lui si trattiene. È piacevole, l’attesa lo attraversa come un ruscello. Lanciando sguardi di qua e di là, saluta le persone che gli mulinano più vicine con un sorriso, un cenno. Quando gli rispondo sembra che sappiano già qualcosa, che sappiano perché è lì. L’orologio dell’ospedale dei Popoli batte le sette, le note rintoccano per tutta la piazza e si inseguono l’un l’altra. Aspetta ancora, camminando a passo regolare dietro il muro in cima alle scale. La gente gli passa accanto, alcune donne reggendo l’orlo del vestito e scendendo con cautela la scalinata. Immaginava di trovare una folla, ma non pensava a niente del genere. Va oltre ogni immaginazione.
Da sinistra gli arriva una voce di donna.
«Non è magnifico» dice, «questo momento, prima ancora che cominci?»
«Muoviti, muoviti» dice un’altra appena dietro.
«Aspetta» dice una voce di uomo, «da qui sopra vediamo meglio.»
«Sicuro?»
«Certo. Guarda, arrivano.»
Umberto guarda. In piazza le correnti si stanno dividendo, la scena si sta spezzando. La folla indietreggia, schierata, mentre, da diversi punti di ingresso – vicoli, strade laterali – gli attori si fanno largo verso l’interno. Sono vestiti interamente di nero e ognuno di loro porta quella che sembra essere una mattonella colorata, prima sopra la testa e poi, di colpo, vicino al terreno. Mentre le file di attori ballano e ruotano, convergendo al centro della piazza, la folla comincia a battere le mani all’unisono.
«Che succede?» Chiede Umberto piegandosi verso l’uomo al suo fianco.
«Uno spettacolo» dice, «vedrà.»
«Ma devo incontrare una persona, la sotto. Vicino alla fontana.»
«Non ha avuto fortuna, allora.»
Umberto prende il cellulare e chiama Maddalena. Non risponde. Prova di nuovo. Non risponde. Gli attori, vicino alla fontana, appoggiano i mattoni a terra, a formare un quadrato, quindi indietreggiano in semicerchio e cominciano a battere le mani assieme agli altri. Arrivano altri attori, questa volta in gruppi di quattro, alcuni trasportando dei pali a penzoloni, altri spingendo quelli che somigliano a blocchi di legno. Umberto li guarda unirsi ai primi e cominciare a erigere una sorta di struttura. I blocchi vengono messi in posizione, per formare una piattaforma in cui viene poi inserito uno dei pali. Poi un altro. Poi un supporto a croce. Di nuovo gli attori fanno qualche passo indietro, sistemandosi in due linee angolari che formano un imbuto. Attraverso questo imbuto, entra un’ultima attrice. Balla in mezzo alla piazza, rotolando, poi fermandosi prima di rotolare di nuovo. Appena si avvicina alla struttura, quattro ballerini escono dall’imbuto per unirsi a lei. Viene sollevata, le gambe divaricate, le mani alzate che mostrano la corda che le tiene legate strette. Tenuta bene in alto, viene portata verso la croce.
«È una forca» dice l’uomo, dando di gomito alla donna che gli sta di fianco.
«Lo vedo» risponde lei, abbracciandolo.
C’è una pausa, il battito di mani si ferma. Umberto percorre la folla con lo sguardo in cerca di un segno di Maddalena. Sopra il suono di migliaia di voci, si comincia a distinguere quello delle cornamuse, dei tamburelli – un grande tumulto proveniente da qualche parte e ancora fuori dalla portata visiva. Tutti si girano a guardare, cercando di capire da dove provenga il rumore. Dai balconi i binocoli scandagliano in una direzione, poi nell’altra, con le lenti luccicanti, prima di fermarsi su un punto a ovest della piazza, vicino all’entrata della Caccia, dove si sta generando un certo movimento. Applausi, urla di incoraggiamento, allegria.
Umberto si sforza di guardare da un’altra parte, contando mentalmente fino a quindici, poi si volta di nuovo a scrutare la piazza. La folla si muove, alcuni sollevano le mani sopra la testa, ricominciando a batterle, altri si riuniscono sui piedistalli e osservano attraverso i cellulari.
Senza preavviso, la folla si disfa e si disperde nella piazza. Qualcosa li sta spingendo indietro, si direbbe una processione. Al suono dei tamburi, con alcuni attori che gli rotolano davanti per aprire un passaggio, una fila di uomini a cavallo, in schiere di tre, entrano nella piazza. I cavalli mordono il freno. Quindi entrano i tamburini e, dopo di loro, un carro aperto sul quale siede un uomo grosso avvolto in un mantello nero. Ha il collo spesso e la testa pelata. Ovviamente. Umberto capisce cosa sta succedendo, che cosa viene messo in scena. Mentre il carro si muove piano verso l’impalcatura, l’umo solleva le mani giunte. La folla alza voci di disapprovazione, gridando “vergogna! Vergogna!” E sollevando i pollici versi.
Un’altra pausa. L’uomo aspetta vicino all’impalcatura. Umberto osserva i suoi occhi perforare la scena, sperando di vedere comparire Maddalena. Si sente chiaramente il suono degli zoccoli dei cavalli e una tromba. Nella piazza, compare una donna a cavallo, affiancata da tre attendenti. La folla inizia ad applaudire, si diffonde un moto ondulatorio si diffonde, un’energia comunitaria. Tutti gli occhi sono sulla donna a cavallo. Il suo volto è nascosta da una maschera, da sotto la quale spuntano i suoi lunghi capelli castani, raccolti in una treccia portata di lato. Indossa un vestito blu scuro e la sua schiena è perfettamente dritta, come se non volesse far trasparire il terrore.
Umberto prova a cercare Maddalena di nuovo, ma non la trova. Intanto, la donna solleva le mani, i polsi stretti tra loro, mentre si avvicina alla struttura. La folla imita il suo gesto.
Umberto si guarda intorno. Poi – finalmente – pensa di vederla, un bagliore di qualcosa di riconoscibile, un vestito, che si muove verso la scalinata. Riesce a seguire la figura per un momento o due, ma poi la perde nella mischia di persone che cercano di conquistare una vista migliore. Passo passo, continuando a cercare, si immerge nella folla. A un certo punto diventa impossibile vedere lo spettacolo, ma riesce a individuarne la direzione dalle reazioni di chi gli sta intorno, il salire e scendere delle battute e degli applausi. Si fa largo controcorrente, infilandosi nei piccoli anfratti di spazio che si aprono qui e là, aprendosi varchi a spinte, mentre il battere di mani riprende e il suono si alza.
Presto – molto presto – la troverà. Nemmeno per un momento dubita che si trovi lì, è soltanto questione di continuare a cercare. Mentre si fa largo attraverso la folla, si chiede come potrebbe descriverla, anche a se stesso. Che tipo di donna è? Sa che le sue parole non riuscirebbero mai a renderla precisamente. Sa che i suoi movimenti gli sfuggirebbero non appena riuscisse a figurarseli. Nei weekend dorme fino a tardi, abitando il letto come se fosse un paese da occupare. Col caffè in mano, la guarda, cercando di cogliere i primi segni di risveglio nei suoi occhi, lei è lì, con i sogni ancora appiccicati addosso, la curva sontuosa della sua gola mentre si alza.

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Traduzione a cura della redazione di Cadillac

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