Orso Tosco, “Il giocatore”

Le carte sul tavolo, aperte a ventaglio. Mr. Creed non valuterà gli ammanchi, i piccoli furti che i giocatori meno esperti hanno praticato per alleviare la frustrazione della malasorte.
Giustamente piove.
I tetti oltre la sua finestra risplendono di continue increspature. I passanti si affrettano. Le macchine oltraggiano il mezzogiorno con fari netti, irrimediabili.
Mr. Creed pensa al macello. Ai propri compiti.
Deve ammettere che nemmeno i più avanzati prodotti per la pulizia degli ambienti siano riusciti a sconfiggere l’odore di tutte quelle bestie indaffarate nella morte. Sebbene i suoi guanti di lattice siano candidi da molti anni. Litri e litri di sangue non li hanno oltrepassati, non sono riusciti a penetrare nelle sue mani esperte, da giocatore navigato: ma hanno applicato un odore particolare, come di interno coscia trafficato di tante, troppe mani, nel pieno del pudore estremo di un’orgia stanca.
Mr.Creed si taglia le unghie. Lascia che cadano sul pavimento come gusci di arachide. Sorride, consapevole del proprio mento rasato e di tutte quelle cose che sembrarono così importanti e che adesso, sbiadiscono, si dissolvono in una cesta di ammoniaca e nebbia a cui qualcuno ha dato il nome di giovinezza.
La partita di ieri sera è stata un fallimento.
Nemmeno per un istante Mr. Creed è riuscito a penetrare il ritmo del gioco. Come un ballerino a cui siano stati recisi i tendini, ha goffamente tentato alcuni passi, altri ha provato a imitarli. Ha sbandato, ha controllato con attenzione; nessun appiglio era a portata di mano. Ha perduto.
Gli altri giocatori versavano da bere. Questo il loro compito, oltre il vincere.
Mr. Creed ha bevuto. Questo il suo compito, oltre il perdere.
Ha bevuto a lungo, dopo che gli altri lo lasciarono solo a familiarizzare con nuovi debiti.
Ha pensato alle bestie, ai camion carichi di animali in viaggio verso il macello, il suo macello. Chiudendo gli occhi, seduto nella sua vecchia poltrona, ha intravisto i loro musi, segnati dall’ombra delle sbarre alle finestre e dalle luci dell’autostrada. Ha provato pena per loro, per la loro stanchezza, per la loro sete frustrata, il terrore, il brusio dei peti.
Ma presto tutto sarà finito. Le sbarre, la prigionia, la sete. Presto Mr. Creed li dividerà in gruppi e sotto gruppi. Sarà onorato di decifrare la differenza di qualità e provenienza, la genealogia dei nuovi capi. Presto Mr. Creed sarà onorato di liberare queste povere bestie. Un foro preciso, al centro del cranio. Profondo e preciso, incontestabilmente mortale, efficace, come ogni sterminio.
Ma è questo il modo in cui io partecipo alla commedia? Si ritrova improvvisamente a riflettere Mr. Creed , con gli occhi coraggiosamente aperti su questo mezzogiorno buio.
È questo il mio modo di onorare chi maledice Dio cercando parcheggio? Di onorare i vincitori, la truffa, questa inarrestabile parodia di vite? Oppure è soltanto lavoro? Serve solamente a coprire debiti? Ogni carcassa un debito, ogni carcassa una carta sbagliata, ogni foro preciso e profondo un baro.
Mr. Creed sputa nel lavabo e mangia una mela. Per oggi può bastare, si ripete, per consolarsi, per oggi può davvero bastare. Abbandona la finestra e si sdraia sul letto.
La mela addentata sopra al cuscino, pochi centimetri, lo spazio di uno sbadiglio, alla destra della sua guancia rasata. Ci sono poi le lenzuola azzurre. E le carezze, così lontane.
La musica in arrivo da appartamenti vicini. L’obbligo del Mondo di esistere costantemente, incessantemente.
E allora Mr. Creed cede alla lusinga delle timide allucinazioni del bere. Lascia che si occupino dei contorni delle cose applicando brevi distorsioni, accenni d’ombra, sbavature.
I piedi freddi e sudati oltre la fine del materasso. Il suo sguardo impegnato a declinare le molte tonalità dei postumi del bere.
Gli altri giocatori non capirebbero.
Se lui provasse a spiegarglielo, non importa con che tipo di precisione, loro comunque non capirebbero.
Eppure, a modo loro, lo amano.
Amano guardarlo perdere. Amano la sua caparbietà nella sconfitta, e il suo talento nelle cose inutili. Ma, comunque, non capirebbero questi suoi momenti di pura visione. Questi attimi in cui una semplice stanza sembra proiettare un tessuto raro e unico, la nervatura del tempo, la fibra della storia.
E i giocatori non capirebbero perché, in realtà, Mr. Creed, anche se loro si avvicinassero ad una sorta di condivisione, glielo impedirebbe. Come molti uomini soli, egli coltiva angoli di mente paragonabili a orti marginali, schivi. Luoghi che, se venissero frequentati da altri, rischierebbero di svelarsi in tutta la loro vera natura.
Questa natura, Mr. Creed, la teme: e temendola non osa confessarla. Potrebbe non essere gran cosa.
Meglio dunque l’accidia, alla crudele esattezza dell’analisi.
E il cielo, irrimediabile, statico, privo di spinte, sembra benedire questa sintesi finale. O si tratta di uno sberleffo?
L’ambiguità di un sole che prova a mostrarsi in lontananza, ricorda certe navigazioni ostacolate dal freddo dell’alba del nord. Aerei cromati trasportano un altro tipo di bestiame verso macelli meno onesti. I vicini del piano di sotto fanno l’amore ancora assonnati. Lui alla fine le appoggerà il viso sulla spalla sudata, come si ritorna a casa dopo un lungo viaggio.
Mr. Creed tenta la felicità mangiando quel che resta della mela.
Si tratta di una domenica mattina perfetta.
Naturalmente, è mercoledì.

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