Martina Montague, “Big Nudes”

L’ocra dei muri inondava col suo tepore la stanza, dominata al centro da un tavolino laccato sul quale erano ordinati:

Flash Art.
Helmut Newton. Big Nudes.
Journal of plastic.

Una stampa di Doisneau si specchiava sul pavimento in marmo bianco sul quale comparve la figura di Victoria. Esitò, non sapendo come interrompere la receptionist che trafficava dietro a una scrivania.
«Ciao» disse mentre schioccava un palloncino sulla lingua liscia e alzava la mano a mezz’aria in segno di saluto.
«Ciao bella» le rispose la receptionist alzando gli occhi da dietro la montatura. «Arriva subito, un contrattempo in sala operatoria» aggiunse mentre la mano inanellata accarezzava il telefono.

Victoria annuì, si girò su se stessa puntando il posto più lontano; nel tentativo di coprire le gambe spogliate dalla piroetta urtò un filodendro che oscillò. Un leggero calore le intiepidì le guance, nessuno volse la testa. Victoria scrutò la pianta, rimproverandosi. Poi con gli steli delle gambe guadagnò la seduta e sprofondò in un divanetto di pelle nera dall’ossatura d’acciaio.
Dall’altro lato della stanza, una donna sulla sessantina sollevò il mento e tornò a tormentare un bottone del miniabito a righe bianche e nere che si stendevano verso il contorno occhi, esaltato dal troppo correttore, e verso le borse prominenti, cariche d’ansia. Victoria sorrise alla donna infastidita dalla bellezza fuori luogo della sedicenne. La signora socchiuse le palpebre. Un colpo di tosse coprì il suono disordinato della ragazza che frugava nella sacca di cuoio per estrarre “Anatomy of the Human Body” di Henry Gray.
Victoria adagiò il libro sulle ginocchia sollevate, accarezzò la copertina plastificata: strinse gli angoli vaporosi, tastò col pollice la rilegatura consunta. La donna tossì ancora, zittendo quel libro che non sapeva capire.
Victoria alzò gli occhi, attendeva il silenzio stringendo con le dita le giunture fredde del divanetto; la donna stirò le mani smaltate a protezione della bocca e si ricompose tirando su col naso.

«Signora Ragone può accomodarsi».

Le narici di Victoria furono inondate dall’aroma dei capelli di Anita, la receptionist, che attraversò la stanza sulle lame degli stiletto per innaffiare la pianta. Victoria di riflesso volse leggermente il capo sulla spalla.
L’odore della pelle cambia con l’età, in meglio, aveva letto; quello di Anita era vibrante.
Victoria aprì il libro; passandosi una ciocca di capelli dorati tra le labbra i braccialetti d’argento tintinnarono sul polso magro.
La signora Ragone si protese in avanti e appoggiando entrambi i palmi sul bordo della poltroncina si alzò, avendo cura di calibrare equamente il peso sulle anche. Raccolse la borsa; il vestito di cotone un tutt’uno con la pelle macchiata dei femori obliqui.
Victoria leggeva l’anatomia della donna cercando la propria. Lei sapeva: leggere il codice di quel corpo, decifrarne il divenire nel tempo. Victoria vedeva: la freccia del tempo sarebbe stata un cerchio che avrebbe cinto la sua vita.
Anita si chinò a raccogliere una foglia secca, tornò sui suoi passi. Il movimento liquido smosse l’espressione della stanza che contrasse il profumo della receptionist liberando nell’aria quello della vecchia. Pareva sprigionarsi dalle ossa forate; le dita a collo di cigno intrappolate in un sandalo Louboutin, poi le tibie vare – sarà stata un’atleta?- e le ginocchia scure dalla pelle morbida su cui un bacino stretto si adagiava; il busto accorciato da grossi seni che trattenevano il fiato nella domanda “quanto durerà tutto questo?” e poi i bicipiti muscolosi, lo sforzo tardivo del tricipite brachiale aggrappato strenuamente al nervo radiale. L’ispezione proseguì sul collo lentigginoso per terminare sui capelli sfibrati dai colpi di sole con le punte indirizzate sugli zigomi di caramella.
La Signora Ragone allungò le ciglia sulla figura della ragazza, distese l’ombra delle mani sui sandali incomprensibilmente arricchiti, toccò la consistenza del vestito fluo e della pelle diafana senza memoria.
Victoria serrò le gambe per paura che la vecchia vedesse la superficie, che giudicasse i segni sbiaditi delle misure che aveva preso al suo vestito haut couture. Aveva saggiato i contorni, tastato ogni centimetro da tagliare, cucire, adattare, aveva disegnato quel bustier sulla sua pelle decine di volte. La linea del pennarello blu sulla cute disegnava la strada tratteggiata del corpo che avrebbe avuto per sempre, l’anatomia del corpo di Victoria.
La ragazza vide l’epitelio della signora Ragone e si ritrasse contraendo gli adduttori. Un fremito le attraversò il midollo spinale, sgranò gli occhi, vide le cellule riprodursi: profase, metafase, anafase, telofase; poi l’immagine si dissolse lasciando solo la stanchezza dei lisomi nella donna, l’accumularsi della lipofuscina.
La bellezza senza luogo di Victoria fece chinare il capo alla vecchia che non vedeva. Anita scortò la signora Ragone nello studio del Dottor Narmo, la porta si chiuse. Victoria sospirò col fiato rosa, era in ritardo, guardò l’ora.

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