Marco Drago, “Alla fine muore”

Si era fatto di eroina per qualche anno e adesso, a cinquant’anni, ne era orgoglioso. Come dire: ho provato anche quello. Una tacca in più rispetto a tutti quelli che conosceva. Che si fosse fatto di eroina per qualche anno era un suo fatto privato, nessuno gli aveva mai rivolto una domanda che presupponesse la risposta: “Mi sono fatto di eroina per qualche anno”. E lui stava pensando proprio quello: “A quale domanda dovrei rispondere con la frase ‘Mi sono fatto di eroina per qualche anno’?” Prese a produrne una mezza dozzina simultaneamente, mentre guidava, abbastanza stanco per non sentirsela di superare le 60 miglia all’ora. Produsse un bel mucchio di domande che presupponevano come risposta quella storia dell’eroina. La prima domanda era: “Hai fatto qualcosa di cui sei davvero contento, nella tua vita?”; poi: “Da giovane hai mai fatto una grossa cazzata?”; poi: “Perché sei così contento di vivere, alla tua età, l’età in cui grosso modo tutti hanno pensato almeno una volta al suicidio?”; poi: “Come mai i tuoi denti sono così strani?”. Ecco. A quelle domande, se mai qualcuno gliele avesse buttate lì, lui avrebbe invariabilmente risposto: “Mi sono fatto di eroina per qualche anno”.
«Mi sono dimenticato la crema rinforzante!”, disse poi all’improvviso, svegliando Lorena.
Lei lo fissò, spostò le labbra quasi a sorridere, poi tornò seria.
«Fai davvero paura, dio mio!».
«Lo sai a chi assomiglio?».
«No».
«A Syd Barrett nei Pink Floyd a cinque!».
Lei annuii senza aver capito.
Si riaddormentò.

Aveva più di cinquant’anni, faceva il giornalista di gossip politico e stava guidando una macchina presa a noleggio all’aeroporto di San Francisco. Cercava di seguire le indicazioni per il Nevada strizzando gli occhi per il sole troppo bianco per essere solo sole. Fare il giornalista lo spingeva a comportarsi come se avesse quindici anni di meno, prendeva aerei e si lanciava in grandi tirate automobilistiche come se fossero azioni che non chiedessero in cambio spaesamenti, malesseri misteriosi e colpi di sonno nel bel mezzo dell’attività lavorativa. “C’è qualcos’altro, nell’aria, qui.”, disse di nuovo, di nuovo svegliando Lorena.
«Cosa c’è d’altro, nell’aria, qui?», chiese lei senza nemmeno aprire gli occhi.
«C’è una polvere luminosa, un enorme neon acceso da qualche parte», Lorena si riebbe, bevve un lungo sorso dal gallone d’acqua in botticella di plastica che avevano preso a una stazione di servizio nel deserto, lo offrì a lui e lui lo rifiutò. Il gallone.
«Devi bere. Siamo nel deserto», disse lei.
«Siamo dentro una macchina. E la macchina è climatizzata. Non siamo nel deserto. Siamo dentro una macchina» concluse lui strizzando ancora di più gli occhi nel biancore infernale.
«Il fatto è che il corpo umano è come un barometro. Se fuori ci sono50 gradi, il nostro corpo lo sente. E ha bisogno dell’acqua necessaria per resistere a 50 gradi» continuò Lorena imperturbabile e gli offrì di nuovo la tanica.
Questa volta lui accettò e bevve fino a sentirsi scoppiare.
«Ecco fatto. Sei contenta?».
Lei lo guardò sorridendo.
Si riaddormentò.
E poi aveva fatto il ladro. Anche quello era un suo fatto privato, anche in quel caso mai nessuno gli aveva rivolto domande che presupponessero come risposta: “Ho fatto il ladro”. Dunque lui non l’aveva mai detto a nessuno e nessuno sapeva che il giornalista di gossip politico quasi-numero-uno d’Italia (il popolo lo considerava il secondo), da sempre compagno di Lorena Pallotta, leader no global milanese ex militante del Pdup e poi dei Verdi Arcobaleno, si era fatto di eroina per qualche anno e aveva fatto il ladro.
«All’epoca ero un ladro, non mi vergognerei a dirlo, se me lo chiedessero… dopo che passano gli anni, dopo che la vita ha preso ma ha anche dato tanto, puoi anche buttare lì con noncuranza, finita una cena, una frase come: Da giovane ho rubato. Di tutto, ho rubato. Anche macchine, ma soprattutto portafogli e gioielli nei cassetti di persone che non conoscevo o che conoscevo poco e che si fidavano di me».
Aveva ancora tutti i suoi capelli e notava sempre, negli sguardi di certi colleghi – trentenni rasati per non avere la chierica – una goccia di velenoso sospetto. Ma erano i suoi, tutti castani come lo erano sempre stati, e lunghi fino al colletto della camicia: l’unico vezzo che si era concesso prima di buttarsi a capofitto nella professione, prima di dedicare il resto dei suoi giorni ai ministri e ai sottosegretari di Forza Italia e della Lega da inchiodare a storie di modelle estoni o mazzette. Per non litigare con Lorena, poi, lasciava abbastanza in pace i gay dei Verdi e i disonesti di Rifondazione e Pds. Sebbene il Pds, per Lorena, poteva anche scoppiare lui e i suoi uomini insieme.
Tornavano a Las Vegas, lui, il ladro eroinomane e lei, la leader no global, dopo ventotto anni. C’erano stati da ragazzi, nel ’75, due lunghissimi mesi a rosolarsi la pelle e il cervello, le macchine allora non avevano l’aria condizionata (non tutte) e la loro si era surriscaldata in un punto imprecisato del Mojave Desert. Erano stati caricati da due croupier che li avevano portati davanti a casa: un hotel non vicinissimo alla Strip, uno di quei posti senza hall, anzi con la hall ridotta a semplice ingresso. Lì potevi trovare baristi stagionali, qualche spiantato con il vizio del gioco e ragazze sole.
Ritornare a Las Vegas non poteva significare molto, a ben vedere. In ventotto anni le loro vite avevano preso stradine e sentieri molto più interessanti della grande autostrada polverosa che stavano ripercorrendo. Stradine e sentieri lontani dal West. Anzi, il West era diventato, poco per volta, nulla più che un luogo vagamente familiare, uno di quei posti che dici: ci sono stato, anni fa. Lui era tornato saltuariamente negli Stati Uniti, ma sempre e soltanto a New York e una volta a Seattle, che è nel West ma è come se fosse in Canada.
Lorena era rimasta in Europa tutta la vita e non aveva mai nemmeno pensato di poterci tornare, a Las Vegas. Las Vegas era dove aveva perso la verginità. Ma proprio per quello apparteneva ormai soltanto alla sfera onirica della sua vita, quella regione della sua memoria ricordata lontanamente e trasformata in mito domestico. Dopo tutto quel tempo, a Lorena sembrava ragionevolmente di non essere mai stata vergine. Era forse stata vergine? Ma quando? Quando? Non le veniva proprio in mente che cosa significasse davvero essere stata vergine.
Tanto per capire gli anni cosa fanno. Rendono poltiglia l’oro del ricordo e quando, un giorno, ti passa davanti la carrozza dell’Eldorado, la lasci proseguire come se fosse il camion tritarifiuti.

Che cosa andavano a fare, di nuovo a Las Vegas? A fare la cosa che si fa a Las Vegas: sposarsi. Lontano dall’Italia, dove Lorena era un personaggio pubblico, noto a tutti, la si vedeva spesso in televisione a parlare di pacifismo e di mercato globalizzato e di imperialismo americano.
A quasi cinquant’anni, era la più rispettata rappresentante dei social forum italiani.
«Ci sposiamo?», aveva chiesto lui, il ladro, a lei, la capa dei no global.
E così avevano preso venti giorni di pausa dalla vita di tutti i giorni ed erano partiti, loro due soli, per l’America. Lei il visto l’aveva ottenuto a fatica, aveva fatto un gran casino per telefono e di persona con chiunque provasse a ostacolare il corso della burocrazia, che per il ladro era stato veloce e indolore. Il ladro era un uomo assolutamente a posto, per gli americani, anche in quel tempo di minaccia di guerra permanente, quel tempo di nervosismo isterico generalizzato.
Un ministro socialista (lo definivano ex socialista ma lui ogni volta ribatteva senza farsi sentire: “Ex sto cazzo”) che era, come si dice, vicino a Washington, aveva perorato la causa di Lorena per interi pomeriggi, perdendo tempo, rinunciando a cose più importanti, mentre lei, forte dell’appoggio del ministro socialista, aveva dedicato quasi due settimane della sua vita a rompere le palle a tutti i funzionari dell’ambasciata americana a Roma. Una sera di maggio aveva finalmente festeggiato il visto con il ministro, il ladro e la moglie del ministro.
Erano rimasti seduti su un gradino di Trinità Dei Monti senza fare niente e quello era il miglior modo di festeggiare che una capa dei no global, un giornalista di gossip politico e un ministro socialista potessero desiderare a maggio, nella capitale occupata militarmente dallo sciatto turismo eurotrash delle capitali del mondo.

«Ti guardano tutti» disse Lorena al ladro ex tossico che stava per sposare.
«Ti guardano tutti per via dei capelli, accidenti a te… sei l’unico capace di farsi notare a Las Vegas!».
Intorno a loro: la placida contentezza di sé dell’americano medio, le intricate esistenze intraviste dei giocatori professionali, il grande set di cartapesta della città, città che era stata rasa al suolo e ricostruita molte volte. La cosa fece piacere a Lorena e infastidiva invece lui.
«Questo non c’era» fu la frase più pronunciata da lui nelle prime ore di passeggiata per la Strip. Lo diceva riferendosi a qualunque cosa, da un parcheggio a pagamento a un casinò appena inaugurato.
«Per forza, qui c’era il deserto, allora», rispondeva lei guardandolo accigliata.
«Dovresti davvero fare qualcosa per quei capelli».
In albergo non aveva avuto la forza di fare nient’altro che infilarsi nella scatola della doccia, stare immobile aspettando che l’acqua lavasse via la sabbia del deserto dalla sua testa (in effetti non c’era traccia di sabbia in lui, ma l’impressione era comunque quella) e poi vestirsi, e uscire con Lorena.
«Non ti sei pettinato, ora ti si sono asciugati in questo modo tremendo… oddio, hai cinquant’anni, dopodomani ti sposo e ancora sono qui a correrti dietro per dirti di pettinarti…».
Lui pensò: “È vero! Dopodomani ci sposiamo!” e il pensiero lo colse impreparato. Era come se ci pensasse davvero per la prima volta. Il sole sembrava stare lassù da sempre e sembrava anche che non avesse intenzione di muoversi, ma alla fine venne la sera, e poi la notte, e dall’alto Las Vegas doveva assomigliare più o meno a un piccolo, alieno, cielo stellato.

Seduti a un tavolino, in un angolo difficile da indicare sulla piantina planimetrica dell’M.G.M. Grand, Lorena e il suo uomo bevevano bourbon e parlavano. O meglio, lei parlava.
«Ora ci sono i turchi, che stanno cominciando a perseguitarmi!».
Lui ebbe per un attimo un senso di risveglio perché non aveva capito.
Lorena aveva dei problemi con dei turchi e non gli aveva mai detto niente? Dei turchi…visitò a mente l’angolo della sua rubrica immaginaria in cui aveva, forse, un tempo, magari, chissà, inserito i dati di qualche turco e gli vennero in mente quattro ambasciatori, e uno di questi era l’orgogliosissimo zio di un’ala destra formidabile del Galatasaray, poi qualche ministro di passaggio a Roma e basta. Gli sembrava di ricordare che fossero tutte persone assolutamente affidabili, magari non ideali per una bella serata in allegria, ma gente a posto.
«Nei convegni, nelle manifestazioni, dappertutto, sento parlare dei turchi, adesso… ma dico io, ho vissuto bene quasi cinquant’anni senza mai pormi nemmeno lontanamente lo scrupolo di dover pensare all’esistenza di una cosa chiamata ‘Popolo turco’… e adesso, tutto d’un colpo, turchi di qui e turchi di là e bisogna dare una mano ai compagni turchi per le carceri e poi ricompensare i turchi per aver detto no agli incrociatori americani e dobbiamo farli entrare in Europa, ma i diritti umani e via discorrendo… e basta! Ma chi se ne frega dei turchi?!».
«Chi se ne frega dei turchi non sta bene in bocca al leader del movimento, cara… ».
«Siamo a Las Vegas, caro, parlo come cazzo mi pare di chi cazzo mi pare!».
«Chiarissimo», pensò lui.

Dominguez Reto si fece prima succhiare bene l’uccello nero, poi capì al volo il tipo di donna, quindi se la staccò dal cazzo e, in un solo movimento, se la piazzò davanti a chiappe divaricate e la prese con violenza direttamente nel culo, allo stesso tempo stropicciandole senza nessun tipo di riguardo i capezzoloni violacei e sfiniti sulle tette senza forma che sbattevano come lampadari in una casa durante il terremoto.
Alla fine lei gli diede un sacco di dollari e se ne andò tutta contenta.
Non era poi così vero che Las Vegas era diventato un posto da famigliole, negli ultimi anni.
L’acqua della grande piscina del Desert Inn sembrava poco pulita, ma lui attribuiva l’impressione a una specie di difetto della vista. Era coricato supino su un materassino blu sottilissimo, che stava però miracolosamente a galla nonostante il peso di un giornalista di gossip politico, cinquantenne e alticcio. I capelli glieli aveva poi pettinati Lorena e allora lui non osava fare il bagno, per non rovinare di nuovo tutto. Il paesaggio che riusciva ad ammirare dalla sua postazione sul materassino non muoveva in lui tanto l’ammirazione, quanto il fin troppo tipico spaesamento da europeo: da sinistra a destra, un’ala dall’aria ministeriale del Caesar’s Palace, il campanile di San Marco del Venetian e l’avveniristica struttura del Mirage. Ai bordi della piscina, invece, giardinetti con vegetazione e fiori a un metro d’altezza, circondati da muretti bianchissimi, sedie, tavolini e lettini prendisole di resina accatastati in grandi mucchi ordinati e poi un sacco di bagnanti intorno a lui, ognuno dotato di materassino blu inaffondabile.
“Tanti orientali”, pensò lui prima di addormentarsi. “I croupier cinesi servono a spillare soldi ai giocatori asiatici, ragionano così: ‘se proprio devo dare i miei soldi a qualcuno, meglio darli a uno con gli occhi a mandorla…’”.

Lorena aveva incontrato Dominguez Reto al “24 Hours Fitness” dell’aeroporto McCarran, una passeggiata di poco più di un chilometro dal centro di Las Vegas. Il “24 Hours Fitness” era una palestra sempre aperta ed era facile fare amicizia. Trentacinque milioni di turisti all’anno: non è difficile immaginare almeno altrettanti incontri puramente sessuali tra estranei. Il giorno dopo avrebbe provato ad ottenere un colloquio al Cenegenics con il dottor Mintz: un tipo che prometteva di riportare il sistema endocrino dei suoi clienti all’età ideale di trent’anni: Dominguez Reto ne avrà avuti diciotto, forse venti, e lei voleva rivederlo.

«Non parlarmi di quel cretino dei Verdi, che divento scema dalla rabbia, guai se me lo nomini ancora! Quel ricchione! ».
«Ma se vuoi lo distruggo in un attimo, ho dei contatti che possono testimoniare senza mentire di averlo visto farsi fare un pompino da minorenni slavi schiavi della mafia, da transessuali albini, da benzinai portoghesi e altro ancora…».
«Lascia stare! Non devi parlarmene e basta… Rovinando lui non daresti una mano al Movimento, cazzo… sai quante mani devo stringere io, nella mia vita, che vorrei invece storcere? Quel ricchione fascista! Hai capito? Ha cominciato a dire che noi non dovevamo fare imprudenze con gli scudi umani, che bisognava aspettare, che tirare le pietre alle navi americane era una roba da galera e avanti così… Galera! In galera ti sbatto io, in galera, pedofilo ambientalista con il culo in Parlamento!».
Il giorno del matrimonio era arrivato e lui si faceva il nodo alla cravatta ascoltando l’ennesimo attacco di bile verbale suscitata in lei dalle cose della politica italiana.
«Non avresti dovuto telefonare a quel cazzone di Villari, lui non è capace di dirti che va tutto bene, no, deve dirti che il ricchione dei Verdi ha detto quello e che il Prefetto di Genova e che il sindaco di Firenze e che palle!».
«Beh, almeno mi ricordo che sono una donna in gamba, cazzo, che stando con te a Las Vegas cominciano a venirmi i primi dubbi…».
«I primi dubbi su cosa? ».
«Sul fatto che… insomma, in Italia io e te siamo speciali…».
«Parla per te».
«Ma no, anche tu! Anche tu, dai. In fondo siamo nell’ambiente più frizzante che ci sia… la politica, wow, la politica…».
«Ma io ci sono abituato. Io mi sono fatto di eroina prima ancora di dire ‘Wow faccio il giornalista!’».
«Anche io ci sono abituata. Ma qui, in mezzo a ‘sti americani tremendi, mi viene un senso di angoscia a volte, non so, mi sento indistinguibile dagli altri, dalle altre…».
«Sei comunista o no, cara?».
«Certo!».
«E allora, benvenuta nell’unico vero paese comunista rimasto al mondo: gli Stati Uniti!»
«Ma vai a fare in culo!».
«Lorena! Qui sono tutti uguali e appartengono tutti alla stessa classe sociale. Ma ti sei guardata intorno? Questa è la Cina dell’Occidente!».
«Vai a fare in culo!».
Lui non aveva ancora avuto il coraggio di chiedere a Lorena cosa fossero i segnacci che aveva sulle tette. Prima di sposarla gliel’avrebbe chiesto e poi voleva anche sapere se lei avesse più ripensato a quello che era successo loro a Las Vegas nel 1975. Per tutto il tempo non ne avevano parlato, ma il silenzio su quell’argomento era durato troppo.
«Lorena, amore… che cosa ti è successo ai capezzoli?».
«Oh, niente, una reazione allergica a qualcosa che ho mangiato… ».
«Ma ti fanno male?».
«Un male boia».
«Non sarebbe meglio vedere un medico? ».
«Un medico a Las Vegas?».
«Guarda che dietro la Strip c’è una città normale, con musei, avvocati, casalinghe e dottori…».
«Naah, mi sentirei ridicola a mostrare le mie tettone molli a un dottore di Las Vegas!».
«Fai quello che vuoi, le tette sono le tue…».
Lei sorrise dentro di sé pensando in un attimo che le sue tettone non erano le sue, ma di Dominguez Reto o di qualcosa del genere; forse Dominguez Reto non era altri che un emissario di qualcosa di superiore, del Diavolo, della Lussuria, del Dio dell’Orgasmo.
«Senti, amore, un’altra cosa… ».
«Cosa?».
«La cicciona, l’altra volta qua a Las Vegas… ».
«Non voglio parlarne… ».
«Ma, Lorena… ».
«Ho detto che non voglio parlarne. Dobbiamo sposarci. Andiamo. Abbiamo speso ben 50 dollari per la licenza! Anzi, se me ne parli ancora non ti sposo più! E non ti pettino più!».
«Beh, anche se non mi sposi non è che mi cambi granché… è il tuo tocco di classe alla mia chioma, che mi mancherebbe…».
«Ehi, attento non stringermi troppo lì, che mi fa male… ».

Li sposò un prete cattolico giovane e biondo, rosso in faccia come se fosse un alcolizzato, con gli occhi da criceto piccoli e chiari, di origine scozzese di sicuro, il nasino appena pronunciato, la bocca dalle labbra sottili. Tutti e due non provarono alcuna emozione. Si baciarono a comando, ma era già tempo per un’altra coppia cattolica. Festeggiarono appoggiati alle staccionate del Paris Las Vegas, dando le spalle alla Tour Eiffel e al grattacielo, fissando il deserto asfaltato e affollato che separava le staccionate dal complesso dell’Hard Rock Café più Hard Rock Hotel & Casino.
«Stiamo guardando a est, cara” disse lui come se significasse qualcosa.
Non significava nulla, infatti lei scrollò le spalle e continuò a fissare le luci del casinò lì vicino. Passavano molte macchine, non c’era mai un vero attimo di silenzio.
«Dobbiamo parlare di quella storia del ’75… io ho voglia di parlarne…».
«Io no».
«Allora, si dà il caso, cara moglie, che io e te, ventotto anni fa, abbiamo derubato una signora e l’abbiamo, forse, ammazzata. Qui a Las Vegas. Okay? E io voglio parlarne. Adesso!».
Lei continuava a stare zitta, così lui continuò.
«Io ho come l’impressione che quella donna potrebbe essere ancora viva e che potrebbe essere ancora qui».
«Hanno buttato giù mezza città, da allora. È cambiato tutto. Sono cambiate anche le nostre vite».
«Appunto. Appunto. Io non rubo più. Non mi faccio più di eroina. Però l’ho fatto, cazzo!».
Lei si girò di scatto, lo afferrò per il bavero e gli disse: «Senti. Io non so che cosa ti sta prendendo. Io di quella storia non intendo parlare mai più!».
Lui le tolse le mani dalla camicia, le avvicinò alla bocca e le baciò.
«L’abbiamo derubata, anzi l’ho derubata, mentre ero in camera sua e lei si stava lavando in bagno dopo aver fatto l’amore con me. Era una tal grassona. Del Minnesota. Povera diavola, avrà avuto cinquant’anni. E poi invece sei tu che l’hai investita con la macchina, fuori dal suo albergo…».
«Già, tu il ladro e io l’assassina…».
«È andata così. Non ci posso fare niente. Io ci ho pensato un casino, in questi anni».
«Io no, e se questo ti spaventa, guarda soltanto che cosa ho realizzato. Sono un leader. Se sono un leader lo devo al mio sangue freddo.”
«Lo so. Come fai a credere che non lo sappia? Lo so eccome. Ma resta il fatto che non abbiamo mai saputo se la cicciona era viva o morta, quando l’abbiamo messa sotto».
Lei lo guardò e lo spettinò con le dita.
«Hai i capelli più incredibili che io abbia mai visto… ».
«Ho i capelli che mi merito».
«Certo. E chi lo mette in dubbio… ».
«Piuttosto, i tuoi capelli… ».
«Cosa?».
«Di che colore sono?».
«Grigi».
«Grigi e basta?».
«Grigi e basta».

Dominguez Reto arrivò in macchina e la caricò con un sorriso. Era elegante, con il completo grigio che gli calzava alla perfezione, il viso da ragazzino cattivo, i capelli lunghi e bene in piega. Lei seppe che stava andando incontro a un intoppo quando lui accostò e fece salire, sul sedile dietro, tre giovanotti senza denti e stracciati.
A mezzogiorno Lorena non era ancora rientrata dal suo giro mattutino, che prevedeva un po’ di ginnastica e la puntata al Cenegenics. Lui non si preoccupò ancora e fece passare le ore alle slot del Desert Inn. Alle tre ancora niente. In camera non era stata e alla reception non l’avevano vista. Salì in camera e restò a guardare dalla finestra. Alle cinque arrivò una telefonata. Una voce gli disse, in un inglese da messicano, che sua moglie era stata portata via da una banda di rapinatori e che per riaverla doveva pagare. Lui era sotto che lo aspettava.
L’avrebbe trovato all’entrata confuso, in livrea, tra i parcheggiatori in livrea. Poi riattaccò.
Lui si sedette sul letto, la testa gli girava, pensò in rapidissima successione a cose diversissime: contattare l’ambasciata a Los Angeles, telefonare a Villari per sapere se qualche banda no-global di delinquenti messicani faceva soldi per il movimento rapendo le signore italiane, farsi una pera di eroina. Però scelse di stare fermo e di piangere, seduto sul letto, i gomiti appoggiati alle gambe e gli occhi nei palmi delle mani. Pianse un bel po’ e poi si sentì annichilito. Doveva scendere.
Prima chiamò la polizia. Spiegò tutto in inglese. Non era difficile.
Loro dissero di aspettare ancora dieci minuti e poi di andare giù con un berretto girato al contrario. Lui prese a tremare e pensò a una siringa, ma scacciò l’immagine e bevve tre bicchieri d’acqua del rubinetto, acqua calda, cattiva, acqua del deserto del Nevada. L’acqua lo fece stare male e andò a vomitare. Si sedette di nuovo sul letto e cercò di calmarsi. Si diede una pettinata ma si vedeva che non l’aveva pettinato Lorena. Gli dispiacque e ne sentì davvero la mancanza per la prima volta. Tanto poi dovette mettersi il berretto dell’Autoscuola Pulacini girato al contrario.
Scese come in trance e si diresse verso i parcheggiatori, subito fuori dell’albergo.
Si fermò mezzo fuori e mezzo dentro, impedendo alle fotocellule di far chiudere le porte. Un parcheggiatore si avvicinò e gli disse, con la voce del tizio al telefono: “Qui non può stare, signore, venga, venga con me, le dico io dove mettersi”.
Lui lo seguì senza fare l’errore di guardarsi tanto intorno.
«Non l’hai chiamati i cops eh? Vero?».
«No, non l’ho chiamati».
«E hai fatto bene».
«Senti, io… noi non siamo ricchi… ».
«Tanto peggio, la ammazziamo!».
Si fermarono a un angolo del Desert Inn a parlottare, lui non si guardò neppure una volta intorno e anzi non distolse mai gli occhi da quelli del parcheggiatore.
In un secondo arrivarono quattro bestioni della Polizia, in borghese e immobilizzarono l’uomo. Per farlo diedero un spintone così forte al ladro eroinomane che lo fecero volare contro il supporto di una grande tenda di velluto rosso che serviva a riparare dal sole quelli che aspettavano i taxi. Sentì un male del diavolo e poi le urla del complice dei rapitori, che gridava nella sua direzione: “Tu mujer ya ha muerto, recuérdalo, ya ha muerto”.
Un giovane gli si avvicinò con calma, gli mostrò un tesserino della polizia e lo aiutò a rimettersi in piedi, gli vide il taglio sulla fronte e sul sopracciglio e decise di chiamare un’ambulanza.
Nell’ambulanza, il poliziotto giovane, che si chiamava Steve Marino e aveva origini molisane, gli fece un sacco di domande ma lui non capiva tanto bene.
«Headache», continuava a dire.
L’agente Marino chiese all’infermiere lì vicino se non fosse il caso di usare un antidolorifico. L’infermiere disse che per lui era uguale e gli fece un’iniezione.
Al pronto soccorso, dietro un séparé, lo visitarono e non gli dissero niente. Dall’altra parte del séparé c’era un uomo che urlava di dolore e dei medici che parlavano concitati ma senza alzare la voce. Non gli dissero niente per qualche ora, sembrò a lui.
Quando riaprì gli occhi trovò l’agente Marino che gli sorrideva per finta. Sotto il sorriso aveva la faccia tirata e gli chiese se stava bene in italiano.
«Tutto bene per te?».
«Sì, però ho sonno».
«Tu hai fatto male alla testa, ma dottori dice che non è niente, come on…».
«E Lorena? Mia moglie?».
Marino cambiò lingua e, scandendo le parole per farsi capire bene, disse: “I am sorry (mi dispiace), your wife was found dead in the desert (sua moglie è stata trovata morta nel deserto), 15 miles north of Las Vegas (15 miglia a nord di Las Vegas)”.
Gli disse anche che la causa della morte pareva essere lo stritolamento della cassa toracica. Le erano passati sopra con un pickup.
«Sappiamo che era una donna molto famosa, in Italia… ».
«Come lo sapete?».
«Lo sappiamo… ».
«Come lo sapete?».
«Si calmi, si calmi. Abbiamo chiesto all’Ambasciata Italiana. Tutto qui. Riceverà la visita dell’Ambasciatore e anche il sindaco di Las Vegas ha detto che vorrebbe vederla».
«Ma quante ore sono passate? Dove siamo? Che ora è?”
«Ora si riposi. La lascio tranquillo».
Prima di andarsene, Marino gli prese le mani nelle sue e gli chiese se poteva fare qualcosa.
Lui rispose subito, senza nemmeno pensarci: «Vorrei farmi una puntura di eroina. Adesso».
Marino lo guardò negli occhi, gli strinse forte le mani, le lasciò e gli disse: «Stia bene».

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