Filippo Nicosia, “Il bronzo di Brâncuși”

Lazǎr, lo scultore, lo conobbi alla Palestra Popolare di San Lorenzo. Ai tempi andava di gran moda fra gli artisti e gli intellettuali del quartiere frequentare la palestra, in particolare la lezione di boxe. Lazǎr e io seguivamo il turno serale. Non è che ci si menasse veramente, si tiravano pugni all’aria, a un avversario invisibile, ma l’illusione di aver affondato colpi ci predispose al cameratismo, all’intesa. O forse semplicemente ci conoscemmo perché eravamo artisti e intellettuali in un quartiere frequentato da artisti e intellettuali.
Vivevo da tre anni in un appartamento malandato a San Lorenzo, proprio sopra la Palestra Popolare: alle pareti c’erano ancora i rettangoli bianchi e i chiodi solitari, ma di appendere dei poster per coprirli non avevo mai avuto voglia. I mobili, anche quelli erano lì da prima. Conducevo una vita spartana, uscivo poco, e sempre a orari tardi o la domenica mattina presto. L’unico sfizio che mi concedevo era la boxe, o meglio, l’allenamento alla boxe, perché a dire il vero io non avevo mai dato un cazzotto in vita mia né avevo intenzione di farlo. Collaboravo per qualche giornale, scrivevo per testate di destra e di sinistra: mi contraddicevo spesso, ma non importava a nessuno. Intanto volevo fare lo sceneggiatore. Inviavo i miei soggetti a produttori e registi, qualcuno avevo anche avuto modo di conoscerlo, ma le mie idee erano deboli, i miei personaggi fiacchi, le storie terribilmente moraliste.
La sera che conobbi Lazǎr ero uscito di casa subito dopo aver ricevuto la telefonata di un produttore che aveva letto la mia ultima sceneggiatura e che si diceva disposto a farne un film. Mi aveva fatto il nome di qualche regista, mi aveva detto che la vedeva in un certo modo, che certamente era un prodotto grezzo ma che ci aveva trovato qualcosa.
Durante l’allenamento tirai i cazzotti più veloci e decisi della mia carriera di pugile provetto: tiravo pugni all’affitto e alle umiliazione di una vita anonima. Nello spogliatoio, si avvicinò un ragazzo e mi disse che quella sera avrei avuto qualche chance di vincere contro Oscar De La Oya. Era Lazǎr.
Prima che potessi aprire bocca si infilò sotto la doccia. Lo raggiunsi e gli dissi che avevo già vinto. «Si vince solo quando l’arbitro ha contato fino a dieci e forse neppure allora» rispose. «Anzi, solo quando alza il tuo guantone per aria».
Gli spiegai che mi avevano preso una storia per un film. E senza che me l’avesse chiesto, mentre lui si lavava, mi misi a raccontargli la trama.
Era la storia di un ventenne che arriva a Roma dalla provincia e per vivere si mette a fare il gigolò. Molto presto riesce a entrare in un buon giro. È un ragazzo piazzato, un po’ tenebroso ma sensibile, che finisce per innamorarsi di uno dei suoi clienti, un pezzo grosso della politica. Lui pensa di essere ricambiato e non vuole più scopare per lavoro, anzi, vuole una relazione stabile. La scena in cui dice questa cosa al politico i due sono in una stanza d’albergo, seduti sul letto dopo aver fatto sesso. Al politico, un centrista potente, promotore dei principi cattolici, cade la sigaretta di mano: è paralizzato, ha moglie e figli, e mai avrebbe previsto una cosa del genere. Cerca di allontanare il ragazzone, ma più lo rifiuta più quello impazzisce. Il punto cruciale arriva quando il ragazzo minaccia di spifferare la loro relazione ai giornali, e gli fa trovare delle foto che li ritraggono insieme e la copia di molti messaggi e conversazioni telefoniche.
La notte stessa l’uomo si toglie la vita lanciandosi dal suo attico.
Non appena riceve la notizia il ragazzo si mette a leggere tutti i giornali, cercando un riferimento alla loro relazione, ma non lo trova. Guarda tutto il giorno i telegiornali ma niente: sullo schermo solo capigruppo di partito che elogiano la vittima e parlano di gesto inspiegabile; qualcuno vuole fare chiarezza, qualcuno tende per le pista dell’omicidio camuffato e parla di complotto comunista. A sera, dopo la lunga giornata di fronte la tv, il ragazzo si infila nella vasca da bagno e ingerisce una dose letale di barbiturici.
Il film si chiude con l’esplosione di uno scandalo finanziario che coinvolge politica e Vaticano in cui spunta il nome del politico suicida. Mentre l’annunciatore pronuncia queste cose alla tv, i due poliziotti che fanno i rilevamenti intorno al cadavere del ragazzo fanno battute di cattivo gusto su ministri e transessuali.

Lazǎr chiuse l’acqua, e rimase a sgocciolare per qualche secondo.
«E cosa significa questa storia?» mi chiese.
«Come cosa significa? È una storia…» balbettai.
«Uhm» fece lui.
«Non so cosa voglia dire di preciso, forse nulla, forse che alcune forme di amore non sono riconosciute, o che alcuni fanno di tutta l’erba un fascio. Ma forse neppure questo» gli dissi.

La mattina dopo ricevetti una chiamata dalla produzione che mi annunciava che secondo gli ultimi rilevamenti di mercato era una follia investire su una storia di omosessualità e politica. Potrei metterci una donna, gli avevo detto, ma niente da fare, non ne volevano più sapere. Avrei potuto fare un film sullo sport, sul calcio. Ma il calcio è una di quelle cose che al cinema non rende, è finto, come la boxe. Non capisco come la gente possa farsi fregare, un incontro di boxe al cinema è come un incontro truccato, sai già chi vince, praticamente una pagliacciata.
Anche Lazǎr era di questo avviso. In generale per lui la boxe era una cosa da fighetti. Da giovane era stato un tipo turbolento, facile alla rissa, all’alcol e alla droga. Raccontava di aver spaccato parecchi nasi e mandibole e io lo ascoltavo a metà fra l’ammirazione e lo scetticismo. Fra il vapore delle docce o mentre ci rivestivamo, non parlava mai d’altro che di risse furibonde, e io quindi stavo zitto, e facevo a meno di raccontargli altre mie sceneggiature.
A Lazǎr piaceva parlare e gli piaceva fare lunghe pause in cui fissava intensamente un punto imprecisato davanti a sé. Comunque, mi disse più volte, aveva chiuso col passato: il diabete l’aveva convinto a darsi una calmata. Il fatto di scoprirsi fallibile, non onnipotente – perché la rabbia ha a che fare con la sensazione di onnipotenza, diceva – era stata questa scoperta a placarlo, una specie di consapevolezza, forse soltanto paura.
Lo guardai tirare fuori una siringa, sollevarsi la maglietta e piantarsela in pancia. Era per il diabete, insulina, mi disse. Non lo faceva spesso, almeno davanti a me, anche perché non avevamo occasione di mangiare insieme, né ci vedevamo mai fuori dalla palestra. Appena usciti ognuno prendeva la sua strada, io verso i miei articoli, lui verso le sue sculture.
Dopo qualche mese che avevamo preso confidenza Lazǎr mi chiese dei soldi e io glieli diedi, senza pensarci su.
Mi disse che gli servivano per comprare il bronzo: doveva realizzare nuove sculture, perché aveva in programma una mostra. Gli chiesi quando sarebbe stata, ma rispose in modo vago, farfugliando il nome di due o tre gallerie. Gli chiesi quante mostre aveva già fatto. Nessuna, rispose e nel modo più naturale possibile.
Dopo quella volta Lazǎr mancò dalla Palestra per due settimane.
Una sera me lo trovai di fronte all’uscita dalla palestra: aveva il naso accartocciato, degli ematomi sul viso e sul collo. Un fasciatura gli copriva la mandibola.
Questa boxe è una cosa da froci, mi disse, e non sentì il bisogno di aggiungere altro, né io chiesi nulla. Poi mi invitò a casa sua.
Abitava in un seminterrato umido, che puzzava di gesso e trucioli, uno stanzone illuminato al neon, con un divano letto e un bagno con il piano doccia accanto al cesso.
Mentre lui si sedeva sul divano e stappava due Peroni, io mi avvicinai alle sculture, una decina, che stavano sparse nella stanza: erano dei particolari di articolazioni, gomiti, talloni, ginocchia, insomma giunture. Nessuna delle opere era in bronzo.
Gli interessavano gli snodi del corpo, mi disse, prima di piantarsi una siringa in pancia. Poi riprese a parlare dell’arte. Era la prima volta che non lo sentivo raccontare di risse. A un certo punto, mentre parlava dell’ermeneutica dell’arte, o forse del gusto, o forse della democrazia dell’arte, mi chiese se conoscevo la storia di Brâncuși e Duchamp, la storia del fattaccio, come la chiamava lui.
Le cose, stando a quanto sosteneva Lazǎr, erano andate più o meno così.
La mattina del 26 ottobre 1926 lo scultore rumeno e l’amico francese, dopo alcuni giorni di traversata, sbarcarono a New York. Duchamp era un grande estimatore di Brâncuși: si erano conosciuti qualche anno prima e, seppure avesse già stravolto l’arte, rendendo tutti impotenti, il Grande Iconoclasta (come lo chiamava Lazǎr) amava la ricerca del piccolo toro rumeno. Ecco perché si era impegnato per piazzarlo presso alcuni collezionisti al di là dell’Oceano e gli aveva persino organizzato una mostra alla galleria Brummer di New York.
Ma alla dogana succede il fattaccio.
Un funzionario zelante, tale Kracke, dopo aver esaminato le due casse con le sculture di Brâncuși, decide di non applicare l’esenzione fiscale prevista per le opere d’arte. Si gira e rigira nella mani quella dozzina di oggetti di bronzo e legno e decide che sono arnesi da cucina e non opere d’arte. È in particolare un oggetto bombato e ellittico, in bronzo rilucente, a farlo spazientire.
Duchamp tenta in tutti i modi di spiegargli che quella che tiene in mano è una vera opera d’arte, un uccello nell’attimo esatto in cui spicca il volo, la sintesi perfetta di questa immagine, ma il funzionario Kracke, o il Grande Occhio Cieco, come lo chiamava Lazǎr, ribatte che quella cosa non può essere un uccello, che senza dubbio non somiglia a un uccello: dove sarebbero le ali?.
Al che Lazǎr si fa una grassa risata, da solo, immaginando la moglie di Kracke che mescola l’insalata con le opere di Brâncuși. Poi riprende, serissimo.
Mi raccontava che Duchamp è inorridito da questa faccenda e pure il gallerista. Ma stando così le cose, il gallerista è costretto a pagare. La cosa però non va giù a Brâncuși, a prescindere da chi ci abbia messo i soldi. E così la questione finisce in tribunale: Brâncuși contro gli Stati Uniti d’America, per stabilire se l’Oiseau dans l’espace sia un’opera d’arte o no. Un processo in piena regola, diceva Lazǎr, per stabilire se un oggetto è arte oppure no. Me lo diceva come se fosse la cosa più aberrante che gli fosse capitato di ascoltare. Hai presente l’Oiseau dans l’espace, mi chiese? E andò a prendere qualcosa dal tavolo, una foglio di carta appallottolata, e lo svolse prima di porgermelo: era una foto della scultura di Brâncuși.
Insomma poi Brâncuși vinse, la giuria decretò che anche se non vi era somiglianza vi era almeno bellezza; come se volesse dire qualcosa, disse Lazǎr. Bella può essere qualsiasi cosa, aggiunse.

«Non è strano», disse poi, «tutto questo zelo per una stupida questione di soldi? Un processo, giurie, esperti, solo per una questione di soldi, e poi alla fine tutto si risolve dicendo: è arte perché è bello».
Si risedette sul divano e appallottolò di nuovo il foglio.
Io non sapevo se mi avesse chiesto qualcosa oppure no, avrei voluto chiedergli che fine avesse fatto il bronzo, dov’erano le sculture di bronzo per cui gli avevo prestato i soldi. Rimasi muto a guardare le statue disposte come passanti nella stanza, lo stesso fece lui prima di sedersi sul divano accanto a me.
Prese a guardare un punto nella stanza, era una cosa che faceva spesso, come cercasse qualcosa da dire, o attendesse un gesto, il suo comando o il coraggio di compierlo.
Quando si mosse posò la sua mano sul mio ginocchio.
Brâncuși e Duchamp, Duchamp e Brâncuși, in sequenze ossessive, erano le parole che mi galleggiavano in mente, che traversavano l’oceano su una nave all’inizio del secolo, che si battevano per affermare l’arte.
Lazǎr poggiò la sua testa sulla mia spalla, come se stesse per piangere. Non so se la sua mano si mosse dal ginocchio verso l’inguine, non so se effettivamente delle lacrime vennero fuori dai suoi fondi occhi neri. Non lo so perché mi alzai per andare in bagno. Mi lavai la faccia e basta, feci scorrere l’acqua perché fosse ben fredda. Quando tornai sul divano Josè era stravaccato su una poltrona e mi porse una birra.

Rimanemmo a lungo in silenzio, continuando a bere e a fumare. Poi mi addormentai, credo per poco più di un’ora. Al mio risveglio, vidi che anche Lazǎr si era steso sul divano e che intorno al viso c’era una chiazza di vomito. Mi avvicinai per vedere se respirava e fui investito dal rancido olezzo della sua misera cena.
Gli lasciai i soldi che mi restavano sul tavolo e usci dal suo studio per tornarmene a casa a dormire ancora.
Era quasi l’alba, la luce raggiungeva l’asfalto rarefatta e poco sopra i palazzi si vedevano ancora la luna e qualche stella. Le insegne e i lampioni non erano ancora spenti.
La Tiburtina deserta, nessun rumore d’auto. Scorsi un piccolo bar e mi infilai. C’erano degli artigiani, marmisti certamente, le cui botteghe sono tutte intorno il cimitero del Verano, che facevano colazione.
Ordinai un caffè e mi sedetti a guardarli, quegli incisori di date di nascita e morte, decoratoti di epitaffi, intagliatori di lapidi: erano tremendamente felici, già così presto.

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