Jonathan Lethem, “Il collezionista”

Il collezionista aveva cominciato con i penny. O con le conchiglie, non ricordava bene. Le due cose, per quanto agli antipodi, nella sua visione ossessiva erano un tutt’uno. Le con­chiglie, indifferenti e primitive, gli venivano portate dalla risacca, oppure gli arrivavano, in pacchetti imbottiti di carta velina, dalle scorte di qualche magazzino. Non ne esistevano due uguali, come le impronte digitali o i fiocchi di neve, ma si prestavano a una gerarchia di valo­re basata sulla scarsità, diventando oggetto di cataloghi e liste. Fu il fatto che in fin dei conti si trattasse di teschi, di assemblaggi di cara­paci, a spianare la strada alla morbosità della sua passione. Abramo Lincoln era un gettone screpolato e senza valore, marrone e barbuto, una cascata sporca e disargentata, in caduta libera dalle tasche dei suoi genitori, da rior­ganizzare segretamente in bustine di cartone. Un penny non era denaro, quanto il DNA del denaro. Trovare l’incisione dell’anno e del co­nio sotto il naso di Lincoln era il primo passo verso la decodifica dell’iscrizione segreta alla base dell’universo, l’embrione della cospira­zione planetaria. I penny con la spiga incisa su una delle facce erano la prova di un passato di innocenza, e che gli americani erano stati scac­ciati dall’Eden. I cent di alluminio del periodo della guerra erano la prova dell’esistenza di vita su Marte.
C’era qualcosa di speciale nell’ordinare teste di Lincoln in file regolari, era lo sport ideale per i pomeriggi fiacchi. Il loro profilo discon­tinuo formava un sequenza di cifre, un codice binario che a sua volta disegnava una freccia diretta dal passato al futuro. E sebbene in quel futuro le avrebbe archiviate per sempre in qualche barattolo, per il disprezzo di suo pa­dre, era inchiodato al presente dalla precisio­ne e dalla ripetitività dei penny, e trascorreva ore pigre e oziose tra le braccia dei raccoglitori blu dalla copertina ruvida. Il problema erano le conchiglie, alle quali era molto più difficile dare un valore. Negli angoli delle loro scatole si accumulavano briciole che ne provavano il degrado, la complicità con la polvere cosmica, con l’inumano flusso dell’entropia. Un giorno, durante una visita alla vicina dei nonni, notò sul tavolino della sala un terribile orologio de­corato di conchiglie proveniente dalla Florida, diverse specie di indubbio valore, probabil­mente rovinate da grumi di colla e lustrini. In quel momento capì che le conchiglie seguiva­no un ciclo. Erano orologi. Stavano appostate in fondali algosi e fangosi, immerse nella mer­da di polpo e di squalo.
Furono queste le prime due collezioni che rovinò, le mappe di una prematura vergogna. Le cerniere dell’incantato raccoglitore dei penny si erano consumate. Le monete di un certo conio rifiutano di migrare sulla costa, di andare in pensione. Può darsi che esistes­se un ragazzino identico a lui, da qualche par­te, con l’inverso della sua raccolta, tutti i suoi pezzi mancanti, come succede a Gin Rummy o Go Fish. A proposito di pesci, le conchiglie puz­zavano. Si portavano dietro non solo il rumo­re del mare, ma anche l’odore. Si ribellavano all’essere archiviate, erano solo di passaggio.
Cominciò ad associarle ai riccioli di moccio giallo calcificato che conservava distrattamen­te sotto la scrivania.
Un giorno sua madre gli diede un libretto di risparmio aperto accumulando gli assegni di compleanno della nonna. Gli mostrò come arrotolare le monete in cilindretti di carta, per farle valutare, trascinandosi allo sportello di una banca una volta a settimana, quindi gli of­frì quella marea di schifosi penny incastrati nei cassetti e stipati nei barattoli sparsi dovunque. Lui capitolò, smise di esaminare le monete per leggerne la storia e smise di raccoglierle. Do­potutto, non valevano niente. Riconoscere il valore di una solo di loro in mezzo a migliaia era troppo simile a guardarsi i piedi mentre si cammina. Dopo un po’ bisogna rassegnarsi ad accettare che un piede capiterà di fronte all’altro per sempre, anche se non ci si presta attenzione.

*

Si chiese se non fosse destinato a collezio­nare qualsiasi cosa per il resto della sua vita. Cedette al richiamo delle figurine del baseball per circa cinque minuti, il tempo necessario per attraversare – alla velocità del suono – la fase manierista, modernista, minimalista e postmoderna. Le figurine dicevano troppo, con i loro emblemi scintillanti, i simboli del­la squadra sparsi ovunque senza pudore, gli sguardi patetici e supplicanti dei veterani con un piede nella fossa e delle reclute senza spe­ranza, sorrisi falsi e deprimenti. Il retro grigio era intasato da battute insulse e da statistiche, preistorie di lotte nelle leghe minori, nonché polveroso e inamidato. Chissà se qualcuno col­lezionava le gomme da masticare in regalo nei pacchetti… Le figurine servivano agli studi sta­tistici – non per essere scambiate – non per es­sere conservate in bustine laminate – no, non erano che un prodotto, uno specchietto per le allodole, e il commesso della drogheria era in­fastidito dal fatto che uno non lo capisse subito e non convincesse suo padre a comprare tutto lo stock in una volta, anziché ciondolare attor­no allo scaffale supplicandolo per settimane.
Alla fine mandò in frantumi quella collezio­ne in un unico, sconvolgente, atto di risenti­mento, uno spasmo di possessività e collage che coinvolgeva un paio di forbici giocattolo e un flacone di colla Elmer. All’interno del suo raccoglitore i California Angels presero a vol­teggiare, rosei putti del baseball, sopra un in­ferno roboante di Reds e Dodgers lambiti dalle fiamme. Guantoni smembrati sciamavano sul­le pagine come falene, disgustati e attratti allo stesso tempo, esattamente come lui.
Il flacone di colla sembrava essere il Ground Zero di ogni collezione, quei noduli di un bian­co perlaceo e traslucido che tenevano assieme il caos turbinoso, devastando irrimediabil­mente il valore di ogni singolo pezzo, stando al parere degli specialisti. Eri un idiota del cazzo se incollavi qualcosa a qualcos’altro, ma lo fa­cevi comunque. Un vero collezionista tollerava l’instabilità, la perdita e persino la natura im­plicitamente effimera della propria raccolta, catalogando monete e figurine e conchiglie in guaine, cofanetti e cornici delicate. Tu invece incollavi ogni cazzo di cosa al suo supporto come un maniaco. Avresti inchiodato i libri alla mensola, se avessi potuto. La supercolla, che aveva la reputazione di poter saldare le dita alle palle degli occhi, era troppo spaven­tosa per essere tenuta in casa, conoscendo le tue inclinazioni.
Il suo impulso a incollare fu particolarmen­te infido quando venne il momento dei fran­cobolli. Aveva ereditato, da uno zio di Las Ve­gas, gli album e una fornitura di partenza di un milione di angoli di buste ritagliati. Aveva per le mani un’altra pista da seguire fedelmente: ogni francobollo mai emesso negli Stati Uniti e i loro tetri cugini, i bolli dei resi postali. In due anni di duro lavoro non era riuscito a stare al passo con gli arretrati da staccare inumidendo le buste o passandole al vapore. Il francobollo ideale, però, non aveva nulla a che vedere con questo lavoro ingrato, era completamente pri­vo di timbri, mai leccato, magari anche parte di una serie da quattro intatta. Veniva venduto all’ottavo piano dell’ufficio postale, chiamato Collector’s Counter, in un rituale oscuro, quasi religioso, che ricordava i viaggi allo sportello della banca e non somigliava per niente alle battute di caccia-alla-figurina. Alla fine si trovò faccia a faccia con un francobollo immacolato e lo spazio vuoto ad esso consacrato nell’al­bum, un appuntamento col destino. Come trat­tenersi dal leccarlo e schiacciarlo al suo posto? Che cazzo di senso aveva, in fondo, il montag­gio a secco? In una giornata umida si sarebbe comunque leccato da solo, auto-rovinandosi, quindi perché non approfittarne? La colla dei francobolli vecchi di trent’anni aveva il retro­gusto stuzzicante di un vino d’annata già stap­pato. Che cosa stava aspettando, se non lui?
Forse l’unica cosa che collezionava, in fin dei conti, era la colla.

*

Droghe e musica arrivarono insieme. Erano come conchiglie o polvere cosmica da metterti in corpo. Dove viveva lui, in una città che era una colata di cemento fino al mare, le droghe e la musica furono la prima occasione per im­portare la natura all’interno dei propri confini. Erano un invitante surrogato del sesso o delle foreste, più soddisfacente di qualsiasi possi­bile esplorazione e sicuramente più sicure. La droga e le canzoni erano conchiglie che poteva cercare di trasformare in penny. Prima vedevi una band, assorbivi l’essenza della musica dal vivo che evaporava nei tuoi organi come i fumi degli stupefacenti, non lasciando prova del suo passaggio a parte un’alterata percezione di te stesso e tutta la sfacciataggine possibile. Poi cominciavi a collezionare i loro album, tutti i b-sides e le rarità della zecca. Nelle droghe si dilettò come un turista esperto, senza fermar­si da nessuna parte ma accumulando assaggi come i timbri sul passaporto: quaalude, me­scalina, hashish olandese. La sua collezione di dischi, invece, l’aveva gettato nel baratro della dipendenza. Era salito a bordo di una giostra turbinante di pura e infinita insoddisfazione, senza alcuna possibilità di scendere. Raramen­te ascoltava una canzone fino alla fine, aumen­tando di continuo la dose con l’irrequietezza di un tossico. Gli intenditori imparano in fretta che ogni pezzo ha alcune versioni che ne incre­mentano il valore. La musica era una specie di zona disastrata e discontinua.
La prima volta che mise un cartone sulla lingua pensò: hanno stampato le statistiche direttamente sulla gomma. E io sono il gioca­tore. Sono l’intera squadra: il pitcher, il catcher, il battitore, persino il suggeritore di terza base che manda segnali frenetici dal suo box di cal­ce viva disegnato sull’erba nell’area di foul. Si tocca il naso, l’orecchio, il cavallo dei pantalo­ni, la visiera – ehi, cosa sta cercando di dirmi?
Se sono io l’allenatore, perché non afferro i segnali?
Se sono la mia collezione, com’è che sono schizzato fuori dal mio corpo?
Se è la mia band preferita, perché non mi piace nessuno dei loro album?
Poi qualcuno mise su un gruppo: quattro tizi in una cantina, gli strumenti recuperati al ban­co dei pegni che tradivano un certo disaccordo su quali adesivi fossero i più fichi, naufraghi in un mare di jack, in uno spazio ricavato in mez­zo al caos degli oggetti di famiglia abbandona­ti, inclusa – non poté fare a meno di notarlo – una pila di album pieni di francobolli mar­cescenti, le prime spasmodiche note vacillanti senza nessun indizio su come sarebbe andata a finire la storia, eccetto magari la continua discussione riguardo alla certezza di arrivare, prima o poi, a sfondare, il che avrebbe risol­to abbastanza facilmente il problema di come concludere il pezzo. Qualcun altro ristrutturò una villetta coloniale a Culver City per farne una fabbrica di marijuana indoor: impianto di luci a giorno, irroratori di acqua ricca di nutri­menti, file di piante verdi pulsanti di materia profumata, germogli estatici, steli sopraffatti che avevano bisogno di impalcature, stampel­le, appoggi. Il dilemma era che potevi instillare il DNA della migliore erba che avessi mai fu­mato nella piantamadre allevata in uno sga­buzzino e come uno scienziato pazzo avresti conquistato il mondo, mentre non potevi in­stillare il DNA dei Sex Pistols nella tua band di merda ed eri destinato a non conquistare pro­prio niente.
Un giorno alcuni di loro andarono a Borre­go Springs fatti di funghetti: fu un esperienza esaltante quanto The Living Desert, il docu­mentario della Disney. In quel momento realiz­zò che tutto quello che amava di più al mondo era come le conchiglie, di passaggio. Forse era venuto il momento di andarsene dalla città.

*

Diventò un birdwatcher, con tanto di bino­colo e guida. Esplorava i boschi ma cercava an­che di attirare a sé la collezione, calamitava i suoi soggetti come ferro di deposito. Li attirava sulla siepe di casa, sulle piccole piattaforme e sulle mangiatoie a forma di camino appoggiate o penzolanti dai rami, con montagne di semi e cereali e frutta secca ad adescare le creature piumate. Li spiava dalla finestra, annotandoli sul quaderno come un guardone al contrario. Passero, scricciolo, cardellino, corvo. La casa sembrava la testa di un cartone animato colpi­to da un pugno, con stormi di uccelli che le vol­teggiavano attorno, mentre lui correva, come un’unica pupilla tra le orbite stordite, da una finestra all’altra. Recuperò anche un orologio da birdwatcher che cinguettava ogni ora un richiamo diverso. Durante una gita al mare os­servò una coppia di scolopacide che correvano come puntini ordinati lungo la riva, poi fu pre­so alla sprovvista da due banali sterne a caccia di conchiglie tra gli scogli. Sul suo quaderno, con aria colpevole, annotava solo le rarità. Non tutti gli uccelli erano uccelli, questo pensava. Era assillato dalle aberrazioni di categoria. Sentiva la necessità di una divisione tra ac­qua e aria. Si rese conto che stava cercando la purezza, errore fatale per un collezionista. Repentinamente tagliò fuori le schifose sterne. Tra gli uccelli scelse quali erano i funghetti e quali le specie non psichedeliche. Di notte si fermava ad osservare le stelle. Le tasche del suo completo militare traboccavano di guide. Una luce accesa portò alla sua finestra fale­ne di tutte le dimensioni, come decalcomanie auto-aderenti. Non incollava niente a niente probabilmente da anni. Qualsiasi cosa avesse voluto appiccicare era fuori dalla portata del beccuccio del flacone di Elmer.
Poi arrivarono gli scoiattoli, anti-uccelli che gli chiarirono radicalmente le cose. Rubacchia­vano semi e granaglie, si arrampicavano sui cavi, sballavano tutti i suoi piani e – da pessime comparse – facevano scappare gli uccelli con i loro strilli. Erano parassiti e dovevano essere combattuti, il che gli diede un nuovo, diabolico scopo vitale. Ben presto si delineò una guerra logistica: nutrire una specie e affamarne un’al­tra. Ma gli scoiattoli eludevano ogni trappola. Si rese conto che la morte non era solo la so­luzione più indicata, ma anche la migliore, per quei bastardi. Si era trasformato in Taddeo il cacciatore, un vero segugio da tana. Il coniglio è in tvappola. Il giorno in cui trovò la prima vit­tima rannicchiata come una “e” commerciale tra le foglie morte, con la boccuccia contorta dal disprezzo e la coda rigida, capì. Gli uccel­li non c’entravano più niente. Il veleno era la nuova colla.
Anni dopo fu ospite a un ricevimento a casa di un facoltoso cacciatore, un uomo con il gusto per il selvaggio. Dietro casa aveva una vecchia rimessa piena di trofei. L’aveva lasciata aper­ta perché gli ospiti potessero visitarla. Mentre entrava nella rimessa, in mezzo a un gruppo di invitati, con in mano un drink in un bicchiere di plastica, il collezionista, che si sarebbe aspet­tato al massimo qualche testa di alce malmes­sa, restò scioccato dal ritrovarsi tra i locali di un vero e proprio tempio della morte terrena. I muri erano stracolmi di cadaveri impagliati in bella mostra: uno stambecco, uno yak, un bu­falo d’acqua, una capra scozzese dalla barbetta ispida. Stanza dopo stanza dalle pareti balza­vano fuori altri corpi: puma e pitoni sistemati a formare un tableau elaborato, in posizione d’attacco, congelati nel momento della morte, a eterna dimostrazione che il cacciatore aveva sparato per legittima difesa. Il pavimento sotto i piedi degli ospiti era una pelle d’orso, poi di tigre, poi il dorso gibboso di un coccodrillo. Le placche sotto le teste impagliate riportavano la data di uccisione, rivelando il metodico lavo­ro di una vita e nessuna pietà per il destino del mondo. Alcune fotografie ritraevano la squa­dra di indigeni che aveva aiutato il cacciatore a catturare le vittime, accerchiandole in atte­sa della sua pallottola. Lui con la faccia bianca e trionfante al centro, lo stivale appoggiato a una testa dalla lingua a penzoloni.
Osservando il lavoro che un anonimo tassi­dermista aveva fatto su un occhio, apprezzò l’eloquenza della colla.
Tornato in casa, i due furono presentati. Gli occhi del cacciatore luccicavano con impazien­za sulla faccia rubiconda, osservando le im­pacciate scimmie glabre che si aggiravano tra i suoi trofei. Vedendosi riflesso in quello sguar­do tagliente, il collezionista si sentì colleziona­to a sua volta, o quantomeno preso in conside­razione. Il cacciatore aveva affinato una stretta di mano tutta sua, disegnava uno stretto anello per poi spremere la linea delle nocche e pro­vocare un dolore indubbiamente intenzionale. Bisogna ammettere che non era cosa da poco: una stretta di mano dalla quale l’unico modo per liberarsi era strapparsi il braccio a morsi.

*

«Certe volte quando vedo un Lincoln penny penso ancora che un S.V.B.D. del 1909 sia l’i­deale».
«Ti ricordi di Burroughs, quando in Drugsto­re Cowboy frugava tra i medicinali sparsi sul copriletto alla ricerca di un Dilaudid? Diceva che tutto il resto era merda, che il Dilaudid era l’unica pillola che valesse qualcosa”.
«Quando ero ragazzino mi confondevo tra astronauti e dinosauri. L’unica prova dell’esi­stenza di entrambi erano le impronte. E le roc­ce».
“Amico, e se il birdwatching non fosse os­servare il maggior numero di specie di uccelli, ma osservarne solo uno? Scegliere un uccel­lo – non una specie, ma un singolo uccello – e seguirlo ovunque, osservarlo per tutta la vita. Tipo, non un birdwatching orizzontale ma ver­ticale. Sarebbe piuttosto fico, cazzo».
«Sai quegli affari che schiacciano un penny e lo fanno diventare un souvenir della forma di un monumento o di un palazzo? Non sai quan­to mi deprimono».
«Quello che mi deprime è che pagando puoi dare il tuo fottuto nome a una stella o a un cra­tere lunare che non ti ha mai fatto niente di male, non ti ha nemmeno mai guardato.»
«Una volta ho messo un quarto di dollaro in una mola e l’ho tagliato in due con una sega elettrica. Poi me ne sono andato in giro con le due metà in tasca, chiedendomi se fossero an­cora valide».
«Io e mio fratello una volta abbiamo speso una banconota da cinque dollari con sopra l’autografo di Mohammed Alì. Ci servivano cin­que dollari.»
«Ho sentito un comico dire che tiene la sua collezione di conchiglie sparsa per le spiagge del mondo».
«Gli uccelli però mi piacciono ancora».
«Piacciono abbastanza anche a me, bello. Solo non più di altre cose. I mammiferi, per esempio».

*

Quando suo zio, che viveva solo in un appar­tamento, fu trasferito in una casa di cura, suo padre gli chiese di raggiungerlo a Las Vegas per dare una mano. In un istante, appena at­traversata la porta, il rapporto tra la sua vita e quella solitaria dello zio celibe, un rapporto che lui non si era mai accorto di portare avan­ti, andò in frantumi. I mucchi di quotidiani e di corrispondenza mai aperta, tenuta insieme con lo spago, formavano il labirinto in cui vi­veva una creatura a malapena umana, in un intrico di canali scavati coi denti attraverso i quali occorreva contorcersi solo per raggiun­gere la porta del bagno: la tazza stessa era un avamposto segreto in quella tana rosicchiata tra montagne di riviste. Un divano era stato seppellito nove anni prima, come provava una veloce ispezione: un Newsweek con il Bhopal in copertina.
Tornato a casa provò a scaricare nel water la collezione di francobolli. Puzzavano di marcio, come una carcassa in decomposizione, la pelle di tanti anni buttati, buste lavorate al vapore le cui rotte incrociate avrebbero potuto descri­vere il sistema nervoso del mondo. Lo scarico soffocò. Si ritrovò a dover disintasare il water. Alcuni francobolli, inumiditi per la terza volta sulla via del loro ultimo viaggio, galleggiarono sulle piastrelle e oltre lo stipite per naufragare sulla barriera corallina del tappeto. Altri fini­rono nelle crepe della tazza, dove per liberarli dovette usare uno spazzolino curvo come gli specchietti dei dentisti. Si sentiva come un uc­cello pulitore di cessi, che pescava nella bocca di ceramica di un ippopotamo in miniatura.
In quei giorni si chiese se le aspirine e le si­garette in circolazione fossero come i penny, se provenissero da diverse zecche e se la loro origine, come la data di messa in circolazione, fosse deducibile dall’incisione del minuscolo numero di serie.
Considerò la possibilità di una collezione di aspirine o sigarette, conservate nei raccogli­tori imbottiti come la sua raccolta di monete perduta.
Sarebbe stata naturalmente destinata al fallimento, come le altre. Gli scomparti di car­tone, fatti per contenere aspirine e sigarette, sarebbero rimasti umilmente vuoti.
Fantasticava sulla possibilità di laminare il tavolino da caffè, inglobando nella plastica tut­to ciò che c’era sopra. Riviste, monete, un san­dwich morsicato, il posacenere.
La verità era che doveva smettere di fumare, pulire l’appartamento, scovare i penny anni­dati ovunque. Sarebbe stato laminato dopo la sua morte, che fretta c’era?
Sarebbe stato bene, prima o poi. L’universo era la colla che lo teneva assieme.

traduzione di Giulio D’Antona

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