Pierluigi Lucadei, “Lucida”

Non l’ho mai stritolata d’amore, ho sempre voluto essere sottile e misero. Nella mia sottigliezza e nella mia miseria, mi astengo dall’aggredire come uno stratega della guerriglia amorosa, non assalto, mi ritraggo, non propongo, indietreggio.
Capite quello che vi dico. Non siate i soliti superficiali che fraintendono la verità.
Lucida è diventata mia moglie nel 2006. Fra tre mesi sono vent’anni. Ha accettato di sposarmi – e prima ancora di fidanzarsi con me, di uscire con me, di rispondere alla lettera che le avevo inviato dopo averla osservata muto tutti i giorni per un mese mentre entrava e usciva dall’ufficio che si trovava proprio di fronte al monolocale che avevo preso in affitto in centro – perché non ho mai cercato di imporle un’idea in modo diretto. Ogni volta che l’ho fatto, sono stato subdolo. Sono abile ad infilarmi sottopelle, nel silenzio cellulare del derma. Non sono malvagio. Non posso nemmeno dire di essere un buono. Scrivo la mia strategia e cerco di metterla in pratica.

Non tengo particolarmente a me stesso. Per quello che mi importa, potrei anche non esistere. Non ho chiesto io di posare qui i miei piedi ma, visto che ci sono, vivo nell’unico modo che conosco.
Lucida era una ragazza che i nostalgici del Ventesimo Secolo definirebbero “piena di vita”.
Quando ci siamo conosciuti, mi sono sorpreso di scoprire dietro quel viso angelico un’avventuriera. Era stata in Sudamerica, nell’allora Argentina e nell’allora Perù, era stata in estremo Oriente più di una volta e progettava di visitare l’Africa subsahariana.
Non amava soltanto viaggiare, ma anche andare a teatro, al cinema, ai concerti jazz.
Io ho spento ogni suo entusiasmo. Non abbiamo fatto alcun viaggio all’infuori del viaggio di nozze, venti giorni in Australia. Non siamo mai andati ad un concerto.
A teatro, all’inizio, ci andava con un’amica, ma quando lei si è trasferita non ha avuto più nessuno con cui condividere la passione. Le quattro o cinque volte l’anno che l’accompagnavo al cinema sono diventate presto due e infine nessuna, niente cinema nel giro di un solo lustro.
Se qualcuno gliene avesse chiesto conto, si sarebbe addossata tutte le colpe. Non provava più passione in niente, è diventata una donna frustrata.
“So che hai voglia di uscire, di andare al cinema ogni tanto”, si scusava con me, “ma ho perso ogni interesse”. Ogni giorno di più somigliava alla riuscita creatura del mio ego.

Lucida era astemia, sono stato io ad iniziarla alle lusinghe dell’alcol. L’ho fatto in modo impercettibile, portandola come semplice uditrice alle degustazioni di scotch che avevo preso a frequentare. Da lì a farla felice riempiendo la casa di bottiglie di Lagavulin il passo è stato breve. Non ci ho messo molto nemmeno a sostituire il Lagavulin con un Johnny Walker etichetta rossa, decisamente più a buon mercato.
È diventata una casalinga alcolizzata più velocemente di quanto potessi sperare. Si è fatta cagionevole, fiacca, bisognosa. Fisicamente imbruttita, non più curata, alcuni giorni addirittura sgradevole.
Aveva un’energia rara, una reputazione, un nome, e ha calpestato ognuna di queste tre cose.
Ho portato via tutto, sia a lei che alla sua famiglia.
In questo momento sono ricchissimo. Loro non hanno più niente, ma devono ancora scoprirlo.
I loro conti correnti aerei sono vuoti come una città fantasma.
Il piano elaborato quando ero un giovane sognatore prevedeva la fuga prima del mio cinquantesimo compleanno.
Sono nato il 15 gennaio 1979. Se sono in anticipo di tre anni è perché ho imparato il mestiere della prudenza ma anche la delicata arte dell’azzardo. Ho lavorato come lavora un uomo retto. Mi sono meritato tutto, voglio un applauso.
Ho lasciato Lucida sempre libera di scegliere. Ha scelto lei di affidarmi le sue proprietà. Ha scelto lei di riservare alla sua età matura un’inopportuna dipendenza dalla bottiglia; è andata fuori strada e ha rischiato di uccidere nostro figlio di tre anni che dormiva nel sedile posteriore e causato la perdita delle gambe all’uomo in Mercedes a cui ha tagliato la strada, senza che io ne abbia colpa. Venne da lei l’idea di convincere i suoi genitori ad intestarle la loro casa e fu lei pochi anni dopo ad insistere perché la casa passasse a me una volta che l’uomo con la Mercedes iniziò a minacciare di lasciarla in mutande.
Se state insinuando che lei abbia agito sotto la spinta decisiva della mia cattiva influenza, vi capisco. Al posto vostro, farei insinuazioni non troppo diverse. Ma sono stato ben attento a non lasciare indizi, a meno che i tribunali non inizino ad ammettere il silenzio tra le prove di colpevolezza.
Non vi rivelerò il mio nome e vi scrivo in una lingua che non è la mia. Parlo di mia moglie come di Lucida, anche se questo non è affatto un nome e comunque non è il suo. Sarà impossibile per chiunque, a partire da questa lettera, riuscire a rintracciarmi. Quando il mio piano di fuga sarà completato ed io inizierò una nuova vita in un posto né troppo bello né troppo brutto dove a nessuno verrà in mente di cercarmi, sarò soltanto uno dei tanti uomini fuggiti da casa col bottino. I microgiornali, con la poca fantasia che li contraddistingue, avranno titoli come “Rispettabile architetto truffa e abbandona la moglie”, “Scomparso architetto. La moglie denuncia: mi ha portato via tutto” o meglio, titolerebbero così se io fossi un architetto anche nella realtà, ma naturalmente non vi ho rivelato la mia vera occupazione.
Non mi farò più vivo, tranne che con mio figlio. Il contatto con lui avverrà a tempo debito, quando più nessuno, nemmeno i miei suoceri caduti in miseria, nemmeno Lucida con la montagna di merda in cui sarà annegata o con l’assistenza della teleclinica in cui sarà rimasta prigioniera, penserà alla possibilità che io possa riapparire. Un fuggitivo troverà sempre il modo di tornare, di sconvolgere ancora, ma loro non lo sanno.

Potrei annoiarvi con la cronistoria della mia solitudine, della successione di vuoti che è stata la mia vita fin qui. Ci sono stati momenti in cui ho tentennato, certo. Ma sono stati rilassamenti fisiologici. Per il resto ho sempre pulsato consapevolmente, e oggi più che mai riesco a sentire il sangue che mi percorre avanti e indietro per intero. Visti da qui, i miei anni paiono armonizzati col mondo, come se non avessi davvero praticato un vivere occulto.
Spalleggiato da nessuno, anzi invisibile a tutti, non ho contato le volte che ho morso a sangue le mie unghie per restare attaccato al corpo, per evitare di scivolare in un pericoloso assolo di genio. La mia cartella clinica, se qualcuno ne avesse mai compilata una, parlerebbe di familiarità per schizofrenia. In alcuni momenti avrei ceduto alla scorciatoia di qualche farmaco per i nervi. Ma non ne avrebbero tratto vantaggi tutti eccetto il mio piano? E’ stata l’ostinazione a perseguire la sua perfetta riuscita a impedirmi di scivolare al di fuori di me. Ho negato i miei geni. Per il mio bene e per quella spicciola materialità che ho sempre associato alla felicità terrena. Mio padre irrigidito nella negazione del materiale, schiavo della psicosi e con le tasche piene di granelli di silice, sbiadendo verso il termine di sé mi ha reso il gelido figlio di puttana che sono.

Partendo non pongo in essere alcuna fine, gioco al rilancio con la vita, inizio a godermela.
Le persone che lascio capiranno che sono fatto della stessa materia di cui son fatti gli incubi. Che hanno conosciuto niente di più di un me ipotetico e inautentico. Che non si sono mai sforzati di andare sotto la superficie. Ho deformato le loro convinzioni e le loro vite, assecondandole in apparenza. E nessuno mi ha mai chiesto se mi sentissi bene.
Le persone che lascio non meritano di meglio, e neanche vi aspirano, credete a me che le conosco. Sono donne e uomini terrorizzati dalla verità. Se non ne scrivessi, non resterebbe nulla di loro.

Il posto in cui andrò a perdere la mia accortezza mi si attaccherà addosso come una seconda spiaggia.
Il posto che lascio è uno stato di paranoia altrui, mai mia. Applico quotidianamente un metodo scientifico, verifico ogni giorno me stesso, sicché nessuno può confutare alcunché. Non c’è possibilità di errore.
Il posto in cui andrò è una riserva di umanità potenziale, un cessate il fuoco, una tentazione a fare del mio meglio senza niente di mio.
Il posto che lascio non è un posto, è una zona di guerra in cui ho combattuto valorosamente, senza uniforme senza trincee, deambulando sottobraccio al destino, appesantito dagli strati sugli strati di biosfera mentale.
Non è mai tutto, eppure stavolta è tutto.
Fatemi una cortesia: non usate i verbi rubare, ingannare, tradire. Altrimenti vorrà dire che siete oppositivi o che io non mi spiego bene.
Ho rivelato il necessario, è vera quasi ogni parola. Non metteteci del vostro, attenetevi alle mie ammissioni.
Non ho mai ucciso, ma sono pronto a farlo.

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