Paulina Spiechowicz, “Warhol et la mouche”

«È vernice, un grùmolo di vernice nera».
Le aveva Nico. La tela era grande quanto tre uomini, e constava di un trittico verticale. Il dipinto, olio su stampa fotografica, occupava tutta una parete della sala ovest del museo.
«Ti dico che è una mosca. La mosca è poggiata sulla canna del fucile. Al posto del fumo, c’è una mosca».
Soffiava, lei, contro la tela, e il suo respiro tentava di raggiungere la mosca che credeva poggiata addosso alla canna del fucile. Andy Warhol, 1964. Un fotogramma di Cagney che stava per essere ucciso, in bianco e nero. Era anche l’anno della sua nascita, il 1964: a giugno avrebbe compiuto quarantatre anni. La mosca sembrava essere stata imbalsamata sull’arma da fuoco. Lei soffiava, ma la mosca non si muoveva. Forse aveva ragione Nico, forse era soltanto un grùmolo di vernice. Forse la sua miopia stava peggiorando, e non era più soltanto esistenziale.

Era domenica. Era maggio. Camminavano, Anna e Nico, attorno a Cagney. Era la prima volta dopo tanti anni che tornavano in un museo insieme.
Si sedettero a guardare Cagney che moriva in una delle ultime scene del Nemico pubblico. 1931. Warhol ci aveva messo del suo. L’immagine era sporca, sfocata, ripetuta tre volte, con una mosca seduta sulla canna del fucile del mafioso che stava uccidendo Cagney.

«Peccato che gli abbiano sparato» disse Nico.

Erano seduti, lui e Anna, davanti alla tela. Accanto a loro, una donna era intenta a sua volta a guardare Cagney. Aveva i capelli corvini, e sulle spalle portava un leggero spolverino di raso ricamato a fiori: ai piedi, due scarpe nere sulla cui punta spiccava una piccola sfera d’argento, del diametro di circa un centimetro, una sulla scarpa destra, l’altra sulla scarpa sinistra. Anna aveva smesso d’interessarsi a Cagney e alla mosca: adesso il suo sguardo era passato dalla canna del fucile alle scarpe della sconosciuta.
La sequenza dei suoi pensieri era stata la seguente: Andy Warhol – Cagney morente con le mani sull’addome – una canna di un fucile puntata verso Cagney – una mosca seduta sulla canna di un fucile e per terminare una sfera poggiata su un paio di scarpe. Tutto ciò una domenica pomeriggio di maggio, nel museo nazionale, mentre era seduta accanto a Nico, il caro e vecchio Nico. Le era venuto alla mente solamente allora – altra rimembranza associativa, l’ultima verso la quale tutte le altre sembravano confluire – la storia di Jan Potocki, di cui si era trovata a leggere per caso qualche giorno prima una breve biografia.
«Chissà quanti mesi, quanti giorni, quante ore ha trascorso assieme a quella fragola. Limare una fragola quotidianamente con una lima d’argento. Doveva probabilmente stridere sotto le sue mani, e pervadere l’udito di un suono terribile, crudele».
Disse Anna, ad alta voce. Ma poi s’interruppe: Nico non la stava ascoltando. Eppure, a ripensarci, quanti anni si possono passare a limare una fragola d’argento posta ad ornamento di una teiera, per farla diventare perfettamente rotonda, della giusta dimensione, ideale, aveva ripreso a pensare Anna. Immaginava un uomo canuto, con la barba ricresciuta, sfatta, la camicia bianca con il colletto leggermente aperto, trascurato. Le mani in passato dovevano essere state eleganti, quelle di un nobile, ma con gli anni si erano andate gonfiando. Quell’uomo era obbligato a trovare, ogni mattino, la forza di svegliarsi. Apriva gli occhi, ed una stanchezza dirompente s’attaccava ai suoi arti. Un domestico arrivava a schiudere le ampie tende della sua stanza, per dissipare le tenebre notturne dalla camera, ma non quelle della sua mente. Lo stesso domestico gli portava il the della prima colazione, servito all’interno di una teiera d’argento che gli era stata offerta anni addietro dalla madre. La teiera aveva una fragola in cima. E ogni mattina, a poco a poco, con movimenti regolari, rotatori, Jan Potocki aveva preso l’abitudine di accompagnare la sua colazione limando quella fragola d’argento. Più passava il tempo e più i domestici si erano convinti dell’incombente pazzia che s’era accaparrata la testa del vecchio Jan Potocki.
Non avrebbero forse potuto trascorrere in modo analogo – si chiedeva Anna – gli anni a venire, lei e Nico? L’abitudine li aveva accompagnati nel corso di una vita, benché si trattasse di un’abitudine poco comune, la loro, anticonvenzionale. Ma poi si erano ritrovati sempre insieme e quelle incertezze, quelle attese, quelle separazioni, erano diventate il loro quotidiano. Allora perché cambiare tutto, dopo vent’anni?
Erano stati gli ultimi anni di Potocki, quelli trascorsi a limare una fragola per farla diventare rotonda, della giusta dimensione, gli anni dell’abitudine. Si era ritirato a vita solitaria, in una casa presso un piccolo villaggio ucraino. A partire da quel momento, aveva trascorso il tempo limando una fragola. Sarà stato a causa dell’azione quiescente e soporifera e deprimente del prendere il the ogni giorno alla stessa ora, a colazione e nel pomeriggio, due volte al giorno, nello stesso posto, servito dalla stessa persona, sino a convincersi della circolarità strafottente della vita, la sua uniformità drammatica, che Jan Potocki aveva intrapreso l’impresa di limare una fragola quotidianamente, due volte al giorno, nella sua casa di campagna.

Nico si era allora alzato e aveva continuato a fare il giro della sala, osservando il resto della collezione di Warhol. Mao era stato affisso sulla parete centrale. Poi c’erano Elvis, Warhol visto da Warhol, la falce e il martello, una sedia elettrica, e un panorama militare.
Avevano forse iniziato a frequentarsi quando erano ancora troppo giovani, si ripeteva Anna, mentre l’osservava camminare e guardarsi attorno. Poi era stata una forza trainante, un andare avanti per inerzia, che li aveva tenuti insieme. Si erano conosciuti vent’anni prima al bar del porto, dove lei lavorava come cameriera. L’amore a vent’anni era stato facile, immediato, senza apparenti complicazioni. E in poco tempo si erano ritrovati a vivere insieme.
La prima volta che Nico scomparve, trascorsero tre mesi prima che Anna riuscisse a ricevere qualche notizia e a sapere che era vivo. Un giovedì mattina, dopo essersi svegliata sola nel loro letto, Anna aveva visto che Nico non era neppure seduto a prendere il suo caffè sul balcone, che dava sull’oceano, com’era solito fare. Fino ad allora, aveva sempre trascorso a quel modo i mesi che avevano convissuto insieme. E così, giorno dopo giorno, il suo sguardo si era andando impregnando d’oceano – pensava Anna – fino ad assumerne i colori, le sfumature, la profondità e l’inquietudine. Poi, quel giovedì di una mattina d’ottobre, era scomparso. Anna l’aveva aspettato per una giornata intera. La notte non aveva chiuso occhio. Il cuore le rimbombava nel petto in uno scosceso sentimento d’implosione interiore. Dopo una settimana i suoi occhi si erano andati contornando di profonde occhiaie e i suoi capelli – biondi color dell’oro – si erano spenti, per assumere il riverbero della cenere. Aveva iniziato a cercarlo per i bar, le bische, i casinò del porto, le spiagge, ma nessuno era stato in grado di darle indicazioni.
Dopo tre mesi finalmente le era arrivata una lettera. Aveva così scoperto che Nico, quel giovedì mattino, si era imbarcato sulla Ghilian ed era partito in direzione delle coste africane. Aveva costeggiato le spiagge del Mediterraneo. Il suo sguardo, che prima rifletteva il mare, era diventato il mare stesso, tanto si era nutrito di orizzonti oceanici, di dune selvagge e di foreste sconosciute. Al suo ritorno Anna trovò in quello sguardo un’irrequietezza nuova. Nico era diventato di colpo schiavo di quel mestiere. La caccia lo aveva animato di un desiderio di morte precedentemente ignoto al suo carattere.
La Ghilian era una barca di media grandezza. L’equipaggio era composto perlopiù da ex-banditi. Tutti uomini, una decina, ed una sola donna, Ululha – una giovane portoricana – che aveva conquistato il rispetto dell’equipaggio il giorno in cui aveva sfidato il Capitano nella caccia allo squalo. Con l’animale impalato accanto a lei, aveva dichiarato : «mi mancano solamente i baffi per essere come te». Tutti attorno avevano iniziato a ridere, ma stranamente la sua insolenza era piaciuta al Capitano, e da allora Ululha era diventata a tutti gli effetti un membro dell’equipaggio. Trascorrevano solitamente due o tre mesi per mari, esplorando oceani alla ricerca di squali, pesci martello o Galapagos. Erano soprattutto le pinne a interessarli, che poi rivendevano illegalmente sul mercato orientale. Al loro passaggio il mare si trasformava in una carneficina. Un cimitero marino popolava le navigazioni dell’equipaggio, ch’erano sensati a prendere solamente le pinne degli animali pescati e poi ributtarne a mare la carcassa. Per vent’anni Nico aveva preso l’abitudine di passare due o tre mesi per mare scomparendo improvvisamente dal balcone, senza mai dirle in anticipo quando sarebbe partito né se e quando sarebbe tornato.
Era successo spesso che i mesi della sua assenza si prolungassero. Allora Anna aveva temuto il peggio. Poi, invece, aveva scoperto che Nico aveva trascorso qualche mese in più su qualche isola in compagnia di un’amante trovata di volta in volta durante i suoi viaggi. Quella realtà, che inizialmente l’aveva ferita profondamente ed era diventata fonte di grande tormento, con il passare degli anni aveva attutito il suo effetto negativo. Ci si abitua a tutto, pensò allora Anna, persino alla morte, figurarsi alle assenze, ai tradimenti e soprattutto ai ritorni.
Qualche mese addietro, però, Nico era tornato accompagnato. Si era presentato con una sacca ed una donna minuta, di carnagione scura, giovane e con i seni rotondi, semiscoperti e color dell’oro, originaria di qualche colonia sparsa per l’oceano. Anna li aveva lasciati installare a casa sua, mentre una nuova fitta di dolore invadeva le sue notti. Nelle sue insonnie, che in quel periodo divenirono il suo quotidiano, pensava a come potersi vendicare. Avrebbe voluto fare come Clitennestra, e accoltellare Nico dentro una vasca da bagno. Ma era sola, e nessun Egisto poteva aiutarla nella sua folle impresa. Si era dovuta rassegnare a quella convivenza umiliante fino al giorno in cui Nico le aveva annunciato che si sarebbe separato da lei per sempre.
Al museo, quella domenica di maggio, guardando la sfera potockiana, Anna aveva chiesto a Nico se l’amava davvero, quella Coconchita dal seno perfetto e color dell’oro.
«Questa volta è diverso» aveva sentenziato Nico.
Anna allora aveva abbassato lo sguardo. Le scarpe nere erano ancora lì. La donna era seduta con un quaderno in mano a disegnare Cagney, 1964, Wahrol, 1931, il Nemico pubblico. La mosca era ancora poggiata sul fucile.
Potocki, negli ultimi anni della sua vita, aveva sofferto di una profonda depressione, di cui gli unici testimoni erano stati il giardiniere ed un domestico. Forse anche Anna e Nico sarebbero dovuti andare altrove, partire da quel porto di mare, abbandonare gli oceani e cambiare stile di vita. Comprare una casa, una casa loro. Avere qualcosa di proprio, da poter condividere, di cui poter parlare. Decidere il colore delle mattonelle della cucina, il parquet nel salone, la tinta delle pareti e le luci nel corridoio. Avrebbero potuto osservare i vicini prendere il sole, Nico con la sua posa maleducata, da cattivo ragazzo, lei con la sua solita aria sardonica. Anna gli avrebbe parlato di Aristotele, del fatto che non ne sapesse nulla di Shakespeare, quando aveva teorizzato le tre unità nella tragedia classica. Avrebbero parlato di Jazz, di Einstein, dell’entropia e di Susan Sontag.
«Questa volta è diverso».
Ripeteva Nico. Anna lo stava a guardare.
«Questa volta è per davvero».
Chissà quante volte («O quante volte» recitava anche la Giulietta nell’aria del Bellini, dei Capuleti e Montecchi) quelle parole erano state ripetute.
Per pietà, gli aveva detto Anna una volta, sono stata con te tutti questi anni solamente per pietà della tua debolezza, perché come tutti gli uomini, anche tu sei un vile. Nico aveva fatto finta di niente, alle parole di Anna, per quanto quella lite avesse aperto una breccia incolmabile tra di loro.
«Coconchita» aveva sussurrato Anna.

Gli ultimi anni della vita di Potocki erano stati segnati dalla grande solitudine del sedere davanti a un tavolo di mogano e leggere e curare i suoi scritti. Una riflessione su Napoleone, di tanto in tanto. Un giardiniere. Un domestico. E una fragola d’argento. Rotonda. Da limare quotidianamente, giorno dopo giorno («mi sembra un tuo sospir!»). Accuratamente.

«Coconchita mi ama. La nostra, invece, era abitudine. Dovresti rifarti una vita anche tu».
Aveva detto Nico. Anna era però ormai assente. Se non era Potocki, nella sua mente, allora era la mosca. Se non era la mosca sulla canna del fucile dell’uomo che stava sparando a Cagney, era Bellini. E poi, Napoleone – ovviamente. Le scarpe con la punta a sfera. E una fragola. Ad infinitum.

Quando la fragola era diventata una sfera della giusta dimensione, Potocki si era recato dal prete del paese e l’aveva fatta benedire. Tornato a casa, si era chiuso nel suo studio. Aveva recuperato la polvere da sparo, preso il suo fucile e l’aveva pulito, e aveva fatto scivolare all’interno della canna la fragola, ormai tonda come un proiettile.
Ci fu uno sparo, uno solo.
Fu allora che la mosca volò via, abbandonando la canna del fucile. Mentre Cagney teneva le mani contro l’addome. E moriva.

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