Nathalie Sarraute, “Ich Sterbe”

Ich sterbe. Che cos’è? Sono parole tedesche. Significa­no io muoio. Ma da dove vengono, ma perché così all’improvviso? Lo saprete, abbiate pazienza. Vengono da lon­tano, vengono (così come si dice: “mi viene in mente”) dall’inizio di questo secolo, da una città termale tedesca. Ma in realtà vengono da molto più lontano ancora… Ma non affrettiamoci, prima osserviamo più da vicino. All’i­nizio di questo secolo – nel 1904, per essere più precisi – in una stanza d’albergo di una città termale tedesca un uomo morente si è sollevato a sedere sul letto. Era russo. Conoscete il suo nome: Čechov, Anton Čechov. Era uno scrittore di grande fama, ma in questo caso importa po­co, potete essere certi che non aveva intenzione di la­sciarci la frase celebre di un uomo in punto di morte. No di certo, non lui, non era affatto il suo genere. La sua fa­ma qui ha soltanto l’importanza di aver consentito che quelle parole non si perdessero, come si sarebbero per­dute se fossero state pronunciate da uno qualunque, da un qualsiasi uomo in punto di morte. La sua importanza si limita a questo. Ma anche qualcos’altro è importante. Cechov, come sapete, era medico. Era tubercolotico, ed era andato lì, in quella città termale, per curarsi, ma in realtà, come aveva confessato ad alcuni amici con quell’i­ronia rivolta a se stesso, quella feroce modestia, quell’u­miltà che gli conosciamo, per “crepare”.
“Vado a crepare laggiù” aveva detto loro. Era medi­co, dunque, e nell’estremo istante, trovandosi accanto al letto da una parte la moglie e dall’altra un medico tede­sco, si è sollevato, si è seduto, e ha detto, non in russo, non nella sua lingua, ma nella lingua dell’altro, la lingua tedesca, ha detto a voce alta e articolando con chiarezza: “Ich sterbe”. Ed è ricaduto, morto.
Ed ecco che quelle parole pronunciate su quel letto, in quella stanza d’albergo, ormai tre quarti di secolo fa, vengono… spinte da chissà quale vento… a posarsi qui, una piccola brace che annerisce, che brucia la pagina bianca… Ich sterbe.
Saggio. Modesto. Ragionevole. Sempre così poco esi­gente. Pago di quanto gli si dà… Ed è così spoglio, privo di parole… non ne ha… questo non assomiglia a niente, non ricorda niente di mai raccontato da nessuno, di mai immaginato… è sicuramente ciò di cui si dice che man­cano le parole per dirlo… non ci sono più parole qui… Ma ecco che vicinissimo, alla sua portata, pronta per l’u­so… con quell’astuccio, quegli strumenti… ecco una pa­rola di buona produzione tedesca, una parola di cui quel medico tedesco si serve correntemente per constatare un decesso, per annunciarlo ai parenti, un verbo solido e forte: sterben… grazie, lo prendo, anch’io saprò coniu­garlo correttamente, saprò servirmene come si deve e applicarlo saggiamente a me stesso: Ich sterbe.
Intendo, a mia volta, operare… non sono medico an­ch’io? … la trasposizione in parole… Un’operazione che metterà ordine in questo disordine senza limiti. L’indici­bile sarà detto. L’impensabile sarà pensato. Quel che è insensato sarà ricondotto alla ragione. Ich sterbe.
Quel che in me ondeggia… oscilla… vacilla… trema… palpita… freme… si disgrega… si scioglie… si disintegra… No, non questo… niente di tutto questo… Che cos’è? Ah, ecco, è qui, viene a rifugiarsi qui, in queste parole nitide, ermetiche. Ne assume la forma. Con i contorni ben delineati. Si immobilizza. Si fissa. Si acquieta. Si pla­ca. Ich sterbe.

Travolto, trascinato, cercando di opporre resistenza, afferrandomi, aggrappandomi a ciò che là, sul bordo, sporge, quella protuberanza… pietra, pianta, radice, zol­la di terra… pezzo di terra straniera… della terraferma: Ich sterbe.

Nessuno, arrivato fin dove sono io, ha potuto… ma io, radunando le poche forze rimastemi, faccio partire quel colpo, invio quel segnale, un segno che chi mi osserva da laggiù riconosce subito… Ich sterbe… Mi capite? Sono arrivato proprio al limite… Sono proprio sul bordo… Qui dove sono è il punto estremo… È qui il luogo.

Ich sterbe. Un segnale. Non un’invocazione di aiuto. Là dove mi trovo non ci sono aiuti possibili. Più nessun rimedio. Sapete quanto me di che si tratta. Nessuno sa meglio di voi di che cosa parlo. Ecco perché è a voi che lo dico: Ich sterbe.
A voi. Nella vostra lingua. Non a lei che pure è lì, ac­canto a me, non nella nostra lingua. Non con le nostre parole troppo dolci, parole rammollite, infiacchite a for­za di esserci state utili, di essere rotolate nelle nostre ri­sate che scaturivano come zampilli quando ci lasciavamo cadere senza forze… oh basta, oh muoio… parole leggere che con il cuore che batteva per la troppa vita lasciava­mo scivolare nei nostri mormorii… esalare nei nostri so­spiri… io muoio.
Che cosa dici, tesoro, ma tu non sai quel che dici, non c’è nessun « io muoio » tra noi, c’è soltanto « noi moria­mo »… ma questo non può accaderci, non a noi, non a me… sai bene come ti inganni quando vedi tutto nero, quando hai i tuoi momenti di disperazione… e tu sai, noi sappiamo, noi abbiamo sempre veduto, tu e io, come, dopo, tutto si sistemi… bene, bene, sì, ti capisco… ma soprattutto non stancarti, non eccitarti così, non metterti a sedere… non ti fa bene… su, su, ma certo, capisco, cer­to, ti fa male… sì, è penoso… ma passerà, vedrai, come tutte le crisi delle altre volte… ma soprattutto ricoricati, non muoverti, stai calmo…
No, di certo non le nostre parole, troppo leggere, troppo molli, esse non potranno mai superare quel che ora si apre, si allarga tra noi… un varco immenso… ma parole compatte e pesanti, che nessuna ventata di gaiez­za, di voluttà ha mai percorso, che nessun polso ha mai fatto battere, nessun respiro vacillare… parole perfet­tamente lisce e dure come pelote basche, che io gli lan­cio con tutte le mie forze, le lancio a lui, un giocatore ben allenato che se ne sta piazzato al posto giusto e le riceve senz’ombra di esitazione proprio là dove devono cadere, nel fondo solidamente intrecciato della sua chistera.
Non le nostre parole, ma parole di circostanza, solen­ni e gelide, parole morte di lingua morta.

Da anni, da mesi, da giorni, da sempre, era lì, alle spalle, il mio rovescio inseparabile… ed ecco che in un colpo solo, con quelle due parole soltanto, con uno stra­zio terribile mi capovolgo completamente… Lo vedete: il mio rovescio è diventato il mio diritto. Io sono quel che dovevo essere. Infine tutto è rientrato nell’ordine: Ich sterbe.

Con quelle parole ben affilate, con quella lama di ec­cellente fabbricazione, mai usata prima, niente l’ha smussata, anticipo il momento e taglio corto io stesso: Ich sterbe.

Pronto a cooperare, così docile e pieno di buona vo­lontà, prima che lo facciate voi, mi metto dove siete voi, lontano da me stesso, e proprio come farete voi, con i vostri stessi termini stabilisco l’accertamento.

Raduno tutte le mie forze, mi sollevo, mi raddrizzo, tiro verso di me, abbasso su di me la lastra, la pesante pietra tombale… e perché sia nella posizione perfetta, sotto di essa mi allungo…

Ma forse… quando sollevava la lastra, quando la tene­va sopra di sé a forza di braccia e stava per abbassarla su di sé… esattamente prima di ricadere al di sotto… c’è stata forse come una debole palpitazione, un fremito ap­pena percettibile, una traccia infima di attesa viva… Ich sterbe… E se colui che l’osservava, e che solo poteva sa­pere, si fosse frapposto, l’avesse agguantato saldamente, l’avesse trattenuto… Ma no, più nessuno, nessuna voce… E già il vuoto, il silenzio.

Non sono, lo vedete, che alcuni leggeri ondeggiamen­ti, lievi ondulazioni captate tra le innumerevoli prodotte da quelle parole. Se alcuni tra voi trovano questo gioco interessante, essi possono – occorrono tempo e pazienza – divertirsi a scoprirne altre. In ogni caso possono star certi che non si ingannano, tutto quel che riusciranno a percepire è proprio lì, in ciascuno di noi: dei cerchi che vanno allargandosi quando, lanciate da così lontano e con una simile forza, cadono in noi e ci scuotono da ci­ma a fondo queste parole: Ich sterbe.

traduzione di Lucia Corradini

per gentile concessione di Carlo Alberto Conti, SE edizioni

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