Max Blecher, “Herrant”

Prima di conoscere Herrant non avevo mai sentito parlare di questa storia del raggio verde. A lui la raccontò il professore di anatomia artistica, ma con me ammise di averla intuita già da tempo, pur non conoscendola. Sembrava che il grano di sale che il prete gli aveva infilato sotto la lingua pochi giorni dopo la sua nascita fosse verde e scintillasse in modo bizzarro. E non la intuiva perché aveva una buona memoria – del resto la cosa non è neppure possibile per un neonato, fino a questo punto – ma perché il sale avrebbe modificato le cellule della sua lingua, imprimendovi, per il tempo a venire, dei riflessi verdi.
A diciassette anni, quando ebbe appreso del raggio, il gusto salato gli giunse sulla lingua, parlandogli chiaro come una lettera.
Attendevamo dunque entrambi il raggio verde, distesi nella carrozza, sopra la diga. Il sole si fece rosso, sempre più rosso.
Poi cominciò ad appiattirsi.
E, d’un tratto, sulla nube bianca, il raggio verde corse sicuro, rapido, solitario, fino ai confini del cielo.
Era di un verde così intenso e schietto che avrebbe potuto figurare sull’appendice in carta velina dei manuali di fisica.
«Herrant», gridai, «Herrant, il raggio verde!»
Silenzio.
«Herrant!»
Presi lo specchio per guardare Herrant. L’egiziano dormiva. Ma era inutile svegliarlo. Il raggio verde era lontano nello spazio, in viaggio verso un altro Herrant che, malato da otto anni, attendeva di sicuro di vederlo anche lui, per esprimere in quell’istante il suo grande desiderio.
Herrant avrebbe voluto gridare, per essere più sicuro del pensiero e del desiderio: «Mi alzo, ho voglia di camminare.»
Domani verremo di nuovo a spiare il raggio.

BERCK PLAGE2
1. Apparso in Bilete de papagal, n. 463, 29 giugno 1930.
2. Pseudonimo di Max Blecher. A Berck-sur-Mer, località balneare terapeutica nel Nord della Francia, l’autore aveva trascorso alcuni mesi per curare la sua malattia, il morbo di Pott.

traduzione di Anita Natascia Bernacchia

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