Martina Betti, “Rimozione”

Le chiuse gli occhi.
Il volto aveva la posa di un vaso appena staccato dal tornio.
Accanto al cuscino, il catino in ceramica. Al suo interno acqua, disegni neri a spirale su fondo chiaro. Una spugna gialla sopra il cuore. Lo sterno sprofondato, la carne raggrinzita come in un sacco sottovuoto. Sopra la pancia scendeva piano una mano scura e massiccia, pelle ruvida, dita nodose, unghie spesse ed opache.
Le immagini continuavano a incresparsi sullo schermo.
Spensi e riaccesi la TV. Led rosso lampeggiante in basso.
Monitor buio.
Cambiai canale.
Una voce deposta nelle casse acustiche.
Quindi, sul disco in vinile si posiziona la fresa e un microscopio. La fresa a punta di zaffiro incide la superficie del disco.
Con le dita cercavo di raschiare via dei vecchi semi di pomodoro dalle fibre della tovaglia.
Dall’inizio alla fine, la registrazione sarà un solco.
Le formiche si muovevano in fila indiana tra la dispensa e il lavello. Salivano in cima all’orchidea bianca, poi tornavano alle radici secche fuori dal vaso. Avevano tutte le antenne piegate a gomito. Trasmettevano segnali che io non potevo intercettare, messaggi utili alla vita.
Lo scirocco faceva tremare i vetri.
Versai i tortellini nel piatto e mi sembravano tanti ombelichi. Di colpo i battenti della finestra si spalancarono. Ruotai la maniglia con tutte le mie forze. Vedevo i ferri interni infilarsi nei fori di bloccaggio. Nel cielo c’era una strana luce verde, una mezzaluna, una stella. Tirai via il niqab steso ad asciugare insieme all’altra roba.
Le immagini in tv iniziarono ad alterarsi, formando delle zone scure che si muovevano lentamente verso il basso.
Cambiai canale.
Adesso, al centro del fuoco oscuro dello schermo, appariva la scritta tratto da una storia vera. Seguì la figura di una bambina in full screen.
Alle sue spalle si mischiavano vento giallo, nuvole e sabbia. Camminava sfregandosi gli occhi con le nocche, stringendo un tessuto bianco arrotolato tra il braccio e il fianco. Indossava un niqab di stoffa scura che le copriva capo e spalle. I suoi contorni tremavano.
Portai alla bocca uno degli ombelichi nel mio piatto e lo addentai. Questa traccia di unione tra madre e feto sarà scordata.
Mi faceva male masticare: mi restavano ancora due denti da latte e sentivo quelli sottostanti, intrappolati nell’osso, premere nella cavità della polpa per uscire. Sul ripiano della cucina le formiche continuavano a circolare. Il rubinetto iniziò a sgocciolare. Strinsi il pomello con tutte le mie forze. Non si chiudeva. Misi una spugna sotto e il picchiettio delle gocce si assorbì.
Presi il telecomando, ritornai al canale di prima, un canale privato. Sopra la pancia scendeva piano una mano scura e massiccia, pelle ruvida, dita nodose, unghie spesse ed opache.
Alzai il volume.
Ripresa dall’alto: l’uomo nero spingeva il suo sesso dentro quel fodero di carne guasta. Grugniva qualcosa e i fili di saliva si allungavano e in bocca si stendevano lamenti, parole d’amore, colpi di tosse grassa.
Mā sā’Allāh (come Dio ha voluto).
La testa spenta della donna sbatteva ad ogni colpo sulla sponda del letto. Un braccio ciondolava oltre il bordo.
Tolsi il volume.
All’improvviso esplosero i pixel in fondo agli abissi elettrici e si rappresero le immagini.
Entrai dentro il televisore.
Attraversai il mare elettromagnetico stringendo cinque sudari bianchi arrotolati tra il braccio e il fianco.
Misi a fuoco l’uomo nero: mio padre.
Più fuoco ancora: un cumulo di cenere, mio padre.
In mezzo alle onde elettromagnetiche persi tutti e cinque i sudari.
Remavo lentamente con le braccia pesanti, i gomiti alti, le dita aperte come un astronauta che si getta nello spazio siderale.
Ho lasciato le gambe fuori dall’inquadratura.
A contatto con il vuoto, tutta l’acqua del mio corpo iniziò a sfiatare da occhi, narici e bocca. Avevo la vista annebbiata e l’impressione del fango indurito in fondo agli occhi. Sentivo la saliva in ebollizione sulla lingua e correnti d’aria rovente che flagellavano i timpani. Nel giro di cinque bracciate, l’aria invase arterie, vene e capillari.
Mi penetrava un suono affilato e la pelle si stava dilatando: si allungava come un elastico ma non ritornava dov’era prima.
Nei pochi secondi di coscienza che mi erano rimasti, quasi morta per mancanza di ossigeno, raggiunsi finalmente la sponda del letto di mia madre.
Le aprii gli occhi. Magari mi vede.
Aveva lo sterno sprofondato. E chiazze bianche, albuminose, schizzate ovunque sopra la pancia.
Lo spazio tra le corde vocali si era chiuso, per questo non vomitavo.
Il corpo di mia madre và lavato. Partendo dal cuore. Un numero dispari di volte. Il corpo và sepolto subito, prima del tramonto. Il capo rivolto in direzione della Mecca. Serve una grande spugna.
Tutto ciò che ricordo è che in un giorno qualunque alle 9 del mattino era una persona sana e alle 11:20 aveva un cancro al seno.

Il cancro aveva viaggiato lungo i canali della linfa. Si era mosso velocemente come un banco di pesci in fuga, si era aperto a ventaglio, disseminandosi nelle ossa, senza attendere, riversandosi nei vasi sanguigni, negli avallamenti del polmone, del fegato e del cuore, fin sotto la corteccia cerebrale.
Quando mi accorsi di non poterla più abbracciare, era tardi.
Ho lasciato le braccia fuori dall’inquadratura.
Rimaneva il mio viso in primo piano: la pelle olivastra, i capelli neri, la bocca sottile, le sopracciglia arcuate come due maniglie di porta.
La testa di una bambina tagliata dall’obiettivo.
Volevo seguire il feretro, volevo accompagnarla, volevo darle l’ultimo saluto, non ho potuto perché mio padre, gli altri padri, i padri dei loro padri e tutti gli altri che pregano pregano pregano prostrati a terra non hanno voluto.

Ho lasciato fronte, orecchie, bocca fuori dall’inquadratura.
Sono rimasti solo gli occhi.
La fenditura di una cella di isolamento.

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